Pippo Baudo, da direttore d’orchestra mancato a direttore artistico ad honorem
Omaggio al primo, unico e vero direttore artistico che ha saputo metterci la faccia: Pippo Baudo, capace di rivoluzionare il Festival di Sanremo modellandolo a immagine e somiglianza dei gusti di noi italiani
Si scrive Pippo Baudo, si legge direttore artistico. Eppure, tra i suoi sogni di ragazzino c’era il desiderio di diventare direttore d’orchestra. La musica è stata il suo primo grande amore, prima ancora di diventare il volto simbolo del Festival di Sanremo e uno dei conduttori più amati del piccolo schermo. Pippo suonava il pianoforte, ma avrebbe voluto imparare altri strumenti per provare l’ebrezza di guidare, un giorno, una vera e propria orchestra. Un obiettivo non raggiunto, un rammarico che confidava spesso all’amico Pippo Caruso, con il quale ha stretto un proficuo e duraturo sodalizio artistico.
Eppure, anche senza aver mai impugnato davvero una bacchetta sul podio davanti a dei musicisti, Pippo Baudo si è rivelato un pigmalione per tantissimi musicanti. Nel corso delle sue tredici edizioni di Sanremo, ha saputo scovare e valorizzare un’intera generazione di artisti. Da Laura Pausini a Eros Ramazzotti, passando per Giorgia, Andrea Bocelli e moltissimi altri protagonisti della canzone italiana destinati a lasciare un segno. Nei suoi Festival, nulla era lasciato al caso: dalle luci ai costumi, dalla scenografia alle composizioni floreali, ogni dettaglio passava sotto il suo sguardo vigile, esigente, meticoloso. Sapeva benissimo che nella precisione e nella cura quasi maniacale del dettaglio, si sarebbe giocata la buona riuscita dell’intero spettacolo.
Proprio per questo, la sua bacchetta non pendeva da nessuna parte, se non a favore di un successo condiviso. Il suo talento? Saper far dialogare tra loro i comparti, le sezioni, gli elementi di una gigantesca e complessa macchina, privilegiando sia coristi che solisti. E Pippo Baudo non è stato né un corista né un solista, ma un vero direttore d’orchestra che ha saputo riportare a tempo una rassegna nata nel dopoguerra, tra le macerie di un’Italia in piena ricostruzione. Dopo il boom degli anni Sessanta e gli anni di piombo che hanno caratterizzato il decennio successivo, serviva una formula che risultasse tradizionale da una parte e al passo coi tempi dall’altra.
A partire da metà degli anni Novanta, quando ha cominciato ad assumere il duplice ruolo sia di conduttore che di direttore artistico, Pippo Baudo ha letteralmente reinventato una kermesse in parte superata che, con ogni probabilità, avrebbe conosciuto la stessa sorte spettata ad altre manifestazioni similari, le stesse che non hanno saputo rinnovarsi e hanno chiuso i battenti. Pippo ha inaugurato poi il DopoDestival e dato voce al dibattito, intuendo come le polemiche non debbano essere smorzate o lasciate fuori dal Teatro Ariston, bensì cavalcate e canalizzate nel modo giusto. Consapevole che, quel rumoroso e fastidioso chiacchiericcio tipico della vigilia di ogni Festival, una volta spalancato il sipario e messo al centro della scena le canzoni, si sarebbe ridotto a un lieve brusio da conferenza.
Da Settevoci a Canzonissima, da Domenica in a Fantastico, da Serata d’onore a Novecento: Pippo non ha semplicemente fatto la televisione, ma è stato la televisione italiana. Un presentatore completo e versatile, sia colto che nazionalpopolare a seconda delle occasioni, senza mai risultare fuori posto. Sapeva come calibrare il linguaggio, trovando le parole giuste per farsi comprendere da tutti. Ciascuno di noi gli deve qualcosa, che sia un ricordo o l’intuizione di una scelta particolarmente illuminata. Del Festival di Sanremo ha fatto il suo piccolo grande capolavoro, rinnovandolo a immagine e somiglianza dei gusti di noi italiani. E anche se forse non scopriremo mai davvero perché Sanremo è Sanremo, una cosa è certa: senza Pippo Baudo non ci saremmo mai posti questo incessante interrogativo.