Pippo Baudo, il ricordo dell’uomo che ha amato la musica e rinnovato Sanremo

Pippo Baudo

A un anno dalla scomparsa, il ricordo di un uomo che prima ancora di diventare il volto della televisione italiana aveva sognato di dirigere un’orchestra. E che, senza bacchetta, ha finito per dirigere il più grande spettacolo musicale del Paese

Si scrive Pippo Baudo, si legge direttore artistico. Ma forse, per raccontare davvero chi è stato Pippo, bisogna partire da molto prima dei riflettori, dei Festival, dei grandi varietà e di quella televisione che per decenni ha avuto il suo volto come una delle sue maschere più riconoscibili. Bisogna partire dalla musica.

Perché tra i sogni del ragazzo di Militello in Val di Catania c’era quello di diventare direttore d’orchestra. Baudo suonava il pianoforte e avrebbe voluto imparare altri strumenti, conoscere sempre meglio quel linguaggio fatto di note, tempi, pause e armonie. Sognava la bacchetta, il podio, un’orchestra da guidare. Quel sogno non si sarebbe mai realizzato nella forma che aveva immaginato, ma la vita avrebbe trovato per lui una soluzione decisamente più grande.

Baudo non sarebbe diventato direttore d’orchestra. Sarebbe diventato, in un certo senso, direttore d’orchestra della televisione italiana. Ci ha lasciati il 16 agosto 2025, a Roma, all’età di 89 anni. Alle spalle tredici Festival di Sanremo, oltre a centinaia di programmi entrati nell’immaginario collettivo. Oggi, a un anno dalla sua scomparsa, viene naturale tornare proprio lì: a Sanremo, alla musica e a quel rapporto quasi viscerale che Pippo aveva con lo spettacolo.

Il paradosso è tutto qui: Pippo Baudo non ha mai avuto bisogno di una bacchetta per dirigere un’orchestra. La sua orchestra erano i cantanti, i musicisti, gli autori, i tecnici, le scenografie, le luci, le telecamere, il pubblico. Ogni elemento doveva trovare il proprio posto e, soprattutto, il proprio tempo.

Nel corso delle sue tredici edizioni del Festival, Baudo ha saputo trasformarsi in un autentico pigmalione della musica italiana, contribuendo a portare sul grande palcoscenico nomi destinati a diventare colonne della nostra canzone. Da Laura Pausini a Eros Ramazzotti, da Giorgia ad Andrea Bocelli, passando per una quantità sterminata di interpreti, autori e musicisti.

Pippo Baudo aveva un’idea precisa dello spettacolo e non lasciava praticamente nulla al caso. Luci, costumi, scenografie, fiori, tempi televisivi: tutto passava attraverso il suo sguardo. Una meticolosità che poteva apparire perfino maniacale, ma che nasceva da una convinzione semplice: un grande spettacolo si costruisce attraverso la somma di tanti dettagli. E proprio in questo risiedeva la sua idea di direzione artistica. Non prevaricare, ma far dialogare. Non mettere una componente davanti alle altre, ma trovare il modo di far funzionare l’intera macchina. Coristi e solisti, orchestra e palco, canzone e televisione. Baudo conosceva il valore di ogni singolo elemento perché aveva imparato a guardare lo spettacolo nel suo insieme.

Il suo rapporto con Sanremo attraversa diverse epoche della storia italiana. La prima conduzione risale al 1968, quando sul palco del Festival arrivò anche Louis Armstrong. Poi sarebbe tornato più volte, fino a diventare il conduttore simbolo della manifestazione. La Rai ricorda tredici conduzioni complessive, un record che racconta meglio di qualsiasi definizione il legame tra Baudo e la kermesse. Ma è soprattutto a partire dagli anni Novanta, quando al ruolo di conduttore affiancò quello di direttore artistico, che Baudo avrebbe impresso una svolta decisiva alla manifestazione.

Sanremo aveva bisogno di rinnovarsi. Dopo il boom degli anni Sessanta e la complessità degli anni Settanta, la rassegna doveva trovare un nuovo equilibrio: conservare la propria identità senza diventare un museo della canzone italiana. Era necessario parlare al pubblico tradizionale e, contemporaneamente, intercettare quello più giovane. Pippo lo comprese prima di molti altri.

Il Festival diventava televisione, costume, musica, cronaca, spettacolo. E persino le polemiche potevano diventare parte dello show. È anche questa una delle intuizioni più importanti della sua gestione: il chiacchiericcio attorno a Sanremo non andava necessariamente soffocato. Andava governato. Le discussioni della vigilia, le critiche, le polemiche, le aspettative: tutto poteva contribuire ad alimentare l’attenzione. Poi, una volta aperto il sipario, sarebbe toccato alle canzoni riportare tutto al centro.

La sua carriera è costellata di incontri con artisti che sarebbero diventati protagonisti assoluti della musica italiana. Il suo merito non è stato soltanto quello di averli portati in televisione, ma di aver intuito che dietro un volto nuovo poteva esserci qualcosa capace di durare. È una qualità che appartiene ai grandi talent scout: riconoscere una possibilità prima che diventi una certezza.

In questo senso, il suo sogno adolescenziale di dirigere un’orchestra si è realizzato in maniera diversa. Ha diretto carriere, oltre che programmi. Ha saputo creare contesti nei quali gli artisti potessero emergere, ha dato spazio a generazioni differenti e ha accompagnato la trasformazione della musica italiana dentro il più importante contenitore televisivo nazionale.

Eppure ridurre Pippo Baudo a Sanremo sarebbe ingiusto. Prima e dopo il Festival ci sono Settevoci, Canzonissima, Domenica in, Fantastico, Serata d’onore, Novecento e una quantità impressionante di altri programmi. Rai Teche ricorda proprio Settevoci come il programma che lo lanciò definitivamente e Canzonissima come uno degli appuntamenti che ne consacrarono il ruolo di grande conduttore. Ne conosceva i tempi, i meccanismi, le regole non scritte. Sapeva quando accelerare, quando rallentare, quando lasciare spazio a un artista e quando invece intervenire.

A un anno dalla sua scomparsa, il suo lascito appare ancora più evidente. Il Festival di Sanremo 2026 è stato dedicato idealmente proprio a Pippo da Carlo Conti, a conferma di quanto la sua figura continui a essere intrecciata con quella della manifestazione. Perché Pippo Baudo non ha soltanto condotto Sanremo. Ha contribuito a insegnargli come sopravvivere al tempo. Ha preso una manifestazione nata nel dopoguerra e l’ha accompagnata attraverso epoche profondamente differenti. Ha attraversato il boom economico, gli anni Settanta, la televisione generalista, la trasformazione del costume, l’arrivo di nuovi linguaggi e di nuove generazioni.

E se ancora oggi continuiamo a chiederci «Perché Sanremo è Sanremo?», lo dobbiamo sicuramente a Pippo Baudo.

Scritto da Nico Donvito
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