Plasma: “Perdigiorno? Un racconto dinamico ma anche compatto” – INTERVISTA

Plasma

A tu per tu con Plasma in occasione dell’uscita del suo nuovo Ep, intitolato “Perdigiorno”, pubblicato all’indomani della sua partecipazione ad Amici 25. La nostra intervista al giovane artista genovese

A pochi giorni dall’uscita di “Perdigiorno”, il nuovo Ep di Plasma, il giovane cantautore genovese, tra i protagonisti più interessanti dell’ultima edizione di Amici, si racconta in questa intervista in una fase cruciale del suo percorso.

Il progetto, disponibile da venerdì 8 maggio per Columbia Records / Sony Music, raccoglie sette brani che intrecciano presente e passato, dalle tracce già note come “Perdigiorno”, “Perdere te” e “Segreto” fino all’inedito “Colore”, segnando l’inizio di un nuovo capitolo artistico.

Un lavoro che nasce da un’esigenza autentica di espressione, capace di trasformare esperienze personali in immagini vivide, ispirate anche alle atmosfere dei vicoli di Genova, città d’origine dell’artista. Al centro, una scrittura istintiva e diretta, uno sguardo fragile ma potente, sospeso tra consapevolezza e scoperta.

Plasma presenta l’Ep “Perdigiorno”, l’intervista

Che momento fotografa questo progetto e cosa pensi racconti del ragazzo che sei oggi?

«Questo progetto per me racchiude un racconto che parte da due anni fa fino ad adesso. Ci sono tracce molto recenti, scritte durante il programma, e altre che risalgono a prima. Quindi non racconta solo quello che sono in questo momento, ma un capitolo della mia vita più lungo, con tante sfaccettature. In ogni traccia sono sempre io, però cambio, mi evolvo. È un racconto dinamico ma anche compatto, ed è una cosa che mi piace molto».

Tra le righe del testo di “Perdere te”, dici: “Quante cose abbiamo scritto senza metterle online”. Ecco, parafrasando questo verso ti chiedo se ci sono dei pensieri che hai scritto e che non hai messo in questo progetto, oppure al contrario pensi di aver detto tutto ciò che avevi bisogno di buttare fuori?

«Ho detto tutto quello che avevo da dire, ma ho dovuto scegliere tra tantissime canzoni: avevo una cartella infinita. Le ho selezionate per una questione di coerenza di suono e di concetti. Scrivo davvero tanto, tutti i giorni. Ho trovato anche fogli scritti a mano che risalgono alla mia adolescenza, parliamo di quasi cento canzoni che probabilmente non usciranno mai. Quindi sì, quante cose abbiamo scritto senza metterle online… e quante ne scriveremo ancora!».

A proposito di “Perdere te”, che personalmente trovo uno dei pezzi più belli del disco. Mi incuriosisce chiederti com’è nato e che tipo di lavoro c’è stato dietro la costruzione del pezzo?

«Parla di una storia d’amore, ma non saprei neanche dire quale: probabilmente racchiude più storie e anche dei pattern che mi si ripetono. È nato in modo molto naturale con Brail, con cui lavoro spesso e con cui mi trovo benissimo sia musicalmente che personalmente. È stata una cosa spontanea e sono molto affezionato a questo pezzo».

Tra i brani già editi c’è la title track “Perdigiorno”. In questo pezzo rivendichi il diritto della tua generazione di poter disporre del proprio tempo. Quali riflessioni hanno ispirato la nascita di questo brano?

«È una canzone a cui tengo molto. È un po’ un inno generazionale: rivendica il diritto di non sapere ancora cosa si è e cosa si vuole fare, in un contesto iper competitivo e pieno di modelli spesso inarrivabili. I social tendono a frammentarci e c’è anche il paradosso della scelta: abbiamo troppe possibilità e restiamo bloccati. Essere “perdigiorno” significa dire: non so ancora cosa fare ed è giusto così. Sbagliare è fondamentale in questa fase, è il valore più grande. Fare giri lunghi, panoramici, ti fa scoprire più cose di te».

“Segreto” racconta la passione di un amore clandestino, con sonorità estive e latineggianti. Quanto ti sei divertito a sperimentare tra mood diversi in questo Ep?

«Tantissimo. “Segreto” per me è proprio uno sballo: scriverla, ascoltarla… io di solito sono più pesante, quindi scoprire che posso fare anche cose leggere, divertenti, è stato liberatorio. È stato come aprire una porta: si può fare tutto. Paradossalmente è stato più difficile scrivere una canzone così che un pezzo più denso..

Il nuovo singolo è “Colore”. In questo pezzo emerge una forte componente narrativa, quasi cinematografica. Quando scrivi parti più da immagini, parole o musica?

«Me lo dicono in tanti ed è un bellissimo complimento. Però non saprei dirti da dove parto: è un processo molto caotico. A volte da una melodia, altre da concetti che scrivo sul telefono, altre ancora scrivo senza musica. Non voglio neanche intellettualizzarlo troppo. Per me scrivere è togliere barriere, essere un tramite. È questo il bello: l’imprevedibilità».

In “Maledetto io” emerge disillusione ma anche voglia di riscatto. È come se queste due anime convivessero in equilibrio, no?

«Sì, è giusto quello che dici. La mia parte più infuocata e quella più fragile sono sempre state in contrapposizione. Ultimamente però hanno trovato un equilibrio. Ho anche un tatuaggio che rappresenta questa cosa: un serpente a due teste che rischiano di distruggersi a vicenda. Se una mangia l’altra, muore tutto. Quindi devono convivere. In questo Ep hanno fatto pace».

In questo progetto sembra che facciano pace anche il tuo passato e il tuo presente. Ti ritrovi?

«Sì, anche se mi sento ancora in una fase di passaggio. Ho fatto tante cavolate da adolescente, ma è giusto così. La musica mi ha rimesso un po’ sui binari, mi ha dato un senso. Era quasi tutta la mia identità: scrivevo, stavo in giro con ragazzi che facevano freestyle, tag… è stata fondamentale».

A proposito di Amici, hai detto che ti ha insegnato ad accettare la tua fragilità. Che cosa ti porti dietro da quell’esperienza?

«Mi ha insegnato a stare più tranquillo con gli altri, a non dover essere sempre quello forte. Ho capito che siamo tutti pieni di sfaccettature e che vivere tutto come un test è pesante. Meglio abbassare le aspettative, accettarsi di più».

Con l’instore tour incontrerai finalmente il tuo pubblico. Che emozione è?
«È stupendo. Ho già avuto qualche assaggio e sono molto legato ai miei fan. Spesso mi riportano al motivo per cui ho iniziato: la musica nasceva per aiutarmi e sapere che aiuta anche loro è la cosa più bella. Anche fosse una sola persona. E invece sono di più, quindi è incredibile».

Per concludere, qual è l’insegnamento più grande che ti ha dato finora la musica?

«Sarebbe banale dire “essere se stessi”, ma è così. Cercare di forzarsi ti porta fuori strada. Bisogna togliere tutto e ascoltare quella voce che ti dice chi sei davvero, non cosa dovresti essere. Io nella musica cerco sempre di tornare lì».

Scritto da Nico Donvito
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