Pollio: “La musica è inclusiva, libera, potente” – INTERVISTA

Pollio

A tu per tu con Fabrizio Pollio in occasione dell’uscita del nuovo album “Dopo la bomba”, fuori da venerdì 23 gennaio per Bellezza Records / Universal Music Italia

Da venerdì 23 gennaio è disponibile in digitale “Dopo la bomba”, il nuovo album di inediti di Pollio per Bellezza Records / Universal Music Italia. Un progetto che arriva dopo nove anni di silenzio discografico ed è composto da sette canzoni, ognuna delle quali illumina una diversa sfaccettatura di quest’epoca segnata da post-crisi continue, conflitti interiori e tensioni globali, restituendo infine un quadro completo. 

L’album istiga all’immaginazione di futuri plausibili parlando di responsabilità comune, umanità e solidarietà. La critica al presente serve solo come invito all’azione e alla consapevolezza. Pollio utilizza la musica come strumento di denuncia, ma anche come spazio di riflessione condivisa, invitando l’ascoltatore a non rimanere passivo, a non voltarsi dall’altra parte. È un lavoro che spinge a guardare oltre la distruzione, chiedendosi come trasformare il dolore e la rabbia in partecipazione, presenza e cambiamento reale.

“Dopo la bomba” arriva dopo nove anni di silenzio discografico. Come si è sviluppato il processo creativo di questo progetto?

«Non è stato un progetto pianificato, almeno all’inizio. Per molto tempo ho semplicemente accumulato appunti, idee, frasi, suoni, senza sapere se sarebbero mai diventati un disco. A un certo punto ho capito che quelle canzoni parlavano tutte dello stesso tempo, anche se erano nate in momenti diversi. “Dopo la bomba” è nato così: non come un ritorno a tavolino, ma come la necessità di dare una forma a qualcosa che stava già chiedendo spazio. Ho lasciato sedimentare molto, poi ho lavorato per sottrazione, cercando un equilibrio tra istinto e consapevolezza. È un disco che si è costruito lentamente, ma con grande urgenza interiore».

Parafrasando il titolo, qual è l’ordigno da cui riparte questo disco: personale, collettiva o entrambe?

«Direi entrambe, e credo che oggi sia difficile separarle davvero. L’ordigno è quel punto di rottura in cui ti rendi conto che ciò che ti riguarda intimamente è lo stesso che riguarda tutti. Le crisi personali non nascono nel vuoto, sono sempre immerse in un contesto più ampio fatto di instabilità, aspettative, pressione costante. Il disco riparte da lì: da un terreno già esploso, in cui non c’è più l’illusione di ricostruire tutto com’era prima, ma la possibilità di capire cosa vale la pena salvare e cosa no».

Quali riflessioni e quali temi hanno ispirato i testi di queste nuove canzoni?

«I testi nascono da una sensazione diffusa di precarietà, non solo emotiva ma anche sociale. Mi interessava raccontare il cambiamento come condizione permanente, la fatica di restare centrati in un mondo che chiede sempre di performare, di essere all’altezza, di scegliere in fretta. C’è il tema del lavoro, del tempo che scivola, delle relazioni che mutano, del bisogno di proteggere uno spazio umano e imperfetto. Non volevo dare risposte né lanciare messaggi edificanti, ma restituire domande oneste, riconoscibili, senza filtri».

Dal punto di vista musicale, che tipo di lavoro c’è stato dietro la ricerca del sound?

«Il lavoro sul suono è stato molto attento, ma mai esibito. Volevo un disco coerente, che non sembrasse una somma di brani diversi, ma un unico racconto sonoro. La chitarra acustica è spesso il punto di partenza, perché per me è uno strumento di verità, ma intorno a quella base c’è stata una grande cura negli arrangiamenti, nei dettagli, nei pieni e nei vuoti. L’obiettivo era trovare un equilibrio tra calore e tensione, tra intimità e apertura, evitando sia l’estetica nostalgica sia l’eccesso di produzione».

Nel disco emerge spesso il tema della responsabilità comune. Secondo te, dove stiamo sbagliando come comunità prima ancora che come individui?

«Forse stiamo sbagliando quando pensiamo che tutto sia sempre e solo una questione individuale. Viviamo in un sistema che ci spinge a misurarci continuamente, a confrontarci, a competere, e questo finisce per impoverire il senso di comunità. Delegare ogni cosa all’individuo significa anche togliere spazio alla cura reciproca, all’ascolto, al dubbio condiviso. Credo che il disco provi a mettere in luce proprio questo: non per puntare il dito, ma per ricordare che certe fragilità non sono fallimenti personali, sono il riflesso di un contesto più ampio».

Scrivere queste canzoni è stato più uno sfogo o un atto di responsabilità?

«All’inizio sicuramente uno sfogo, nel senso più istintivo del termine. Ma andando avanti è diventato qualcosa di diverso. Mi sono reso conto che mettere ordine in quelle emozioni, dare loro una forma, significava anche assumersi una responsabilità: non nascondere, non semplificare, non edulcorare. Dire le cose per come sono, anche quando non sono comode. In questo senso, scrivere è diventato un gesto consapevole, quasi necessario».

Per concludere, qual è la lezione più importante che senti di aver imparato dalla musica fino da oggi?

«Che la musica, in sé, non ha controindicazioni. È inclusiva, libera, potente. Negli anni rischi di dimenticarlo, schiacciato da numeri, aspettative, sogni che si incrinano. Questo disco nasce anche dal bisogno di ricordare e confermare il mio amore profondo per questa forma d’arte, capace di reggere il peso del tempo senza mai perdere forza».

Scritto da Nico Donvito
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