Rancore: “Tutto ha senso, ma potrebbe anche non averlo” – INTERVISTA
A tu per tu con Rancore per parlare del nuovo disco “Tarek da colorare”, disponibile da venerdì 3 aprile 2026. La nostra intervista al cantautore e rapper romano
Dopo aver attraversato le coordinate immaginifiche dello “Xenoverso”, Rancore torna con un nuovo capitolo che segna una frattura netta nel suo percorso artistico e narrativo. Con “Tarek da colorare” il viaggio si interrompe bruscamente: niente più dimensioni parallele o visioni futuristiche, ma un ritorno forzato alla realtà, reso possibile solo attraverso un’amnesia simbolica che azzera tutto e costringe a ripartire da zero.
È proprio da questo reset che prende forma il disco, un progetto che si muove tra identità, linguaggio e ricostruzione personale. Un processo che si riflette anche nella scrittura, tra suoni, invenzioni linguistiche e nuove forme espressive. Un lavoro intimo e stratificato, nato da un momento di smarrimento e trasformato in un’esigenza creativa: ritrovare se stessi attraverso la musica.
In questa intervista, Rancore ci accompagna dentro “Tarek da colorare”, raccontando il percorso che lo ha portato a riscrivere, ancora una volta, le regole del suo universo artistico.
Rancore presenta il disco “Tarek da colorare”, l’intervista
Come si è sviluppato il processo creativo di questo progetto?
«Il processo creativo nasce in un momento particolare della mia vita, in cui mi sentivo un po’ perso, come dentro un labirinto. Per uscirne ho costruito uno spazio tutto mio, una sorta di “pensatorio”, più che uno studio musicale. Lì ho iniziato a dipingere mobili e oggetti per mesi, ogni giorno, come in una catena di montaggio. Solo dopo aver creato questo nido ho iniziato a scrivere, portando sulla pagina la stessa attitudine: istintiva, paziente, senza sovrastrutture. Ne è venuto fuori un disco pieno di sfumature diverse, proprio come i colori che avevo dentro in quel momento. È stato un modo per tornare in me stesso».
Sui social hai scritto: “Volevo cambiare nome e togliermi questo rancore di dosso, ma ho capito che non esiste un nome più giusto in questo momento”. Ti chiedo: questo è un po’ il disco della pax tra Tarek e Rancore? Sempre ammesso che abbiano scazzato…
«In un certo senso sì. È il disco in cui queste due identità si riconoscono, nei loro limiti e nelle loro differenze. Forse, proprio da questo confronto, nasce quasi una terza entità. Da una parte c’è il nome che mi è stato dato, dall’altra quello che mi sono scelto. “Rancore” racconta molto di me, ma è anche un peso. Cambiarlo sarebbe un gesto forte, ma forse non è ancora il momento: viviamo in un mondo pieno di rancore. Intanto ho iniziato a mettere il mio nome vero nel titolo, ed è già un passo».
La narrazione di questo disco, prosegue da dove c’eravamo lasciati, ovvero “Xenoverso”. E riprende dal concetto di amnesia, intesa come scelta necessaria per resettare e ricominciare da capo. Quali skill pensi di aver acquisito da questo processo, da questa tabula rasa?
«Non so se siano skill o semplicemente un modo diverso di stare al mondo. Per me, la parola amnesia significa togliere tutte le sovrastrutture. Se in “Xenoverso” destrutturavo e ricostruivo la realtà, qui lo faccio partendo dalle parole, cioè dall’essenza. È come smontare il linguaggio stesso per capire quanto sia relativo. Alla fine torno dentro le regole della realtà, ma con una consapevolezza diversa: tutto ha senso, ma potrebbe anche non averlo».
In tal senso, il singolo “Fanfole”, che è anche la traccia che apre il disco, incarna il concetto che dicevamo prima di amnesia. Qui è come se musica e parole si fondessero senza ruoli prestabiliti, no?
«Esatto. In “Fanfole” uso parole che non esistono, un non linguaggio. È come se diventassi io stesso una fanfola: qualcosa che apparentemente non ha senso, ma che forse lo contiene. È il punto più estremo di questo processo, perché lavoro direttamente sul linguaggio, che è il contenitore del nostro mondo».
Tra i pezzi che mi hanno colpito, c’è “Basta!”, qui rifletti su come va il mondo e su come va la discografia, sulla struttura delle canzoni. E mi hai fatto riflettere su come le due cose spesso vadano di pari passo. Quale scintilla ha ispirato questo pezzo?
«“Basta!” nasce da una presa di coscienza: siamo dentro una guerra, non solo reale ma anche psicologica. Ho costruito una “non hit”, una canzone che parla delle hit senza esserlo. Il parallelo tra discografia e mondo è naturale: la musica è un sistema che riflette dinamiche più grandi. Una canzone può influenzare la giornata di una persona, il suo inconscio. È un atto politico. E allora mi chiedo come sia possibile che, in certi momenti, si continui a fare musica solo per il mercato. “Basta!” è un grido, senza filtri».
E c’è un altro sistema di cui vorrei parlare… che ha a che fare con la discografia, ma anche con la nostra italianità: il Festival di Sanremo. Tu hai partecipato nel 2019 insieme a Daniele Silvestri con “Argento vivo” e nel 2020 con “Eden”, cosa pensi di aver tratto da quelle due esperienze e qual è il tuo pensiero riguardo la manifestazione?
«Sanremo è uno dei momenti più alti in cui musica e politica si incontrano. È un rito, con regole precise, quasi una liturgia. Ha tanti livelli: c’è la musica, il mercato, ma anche qualcosa di più profondo, energetico. Io ho cercato di proteggermi: la prima volta con Daniele Silvestri, che mi ha fatto da scudo, la seconda con più consapevolezza. È un’esperienza forte, che può influenzarti molto. Nel mio caso credo di essere riuscito a restare me stesso, pur evolvendo».
Per concludere, tornando al disco, l’ascolto si chiude con “L’Italia è una Paese che”, qui fai un inventario di cose che ci invidiano all’estero e un compendio di come ci comportiamo. Pregi e contraddizioni, come dire. Quali riflessioni hanno ispirato questo pezzo?
«In questo disco c’è un grande lavoro sulle parole, e chiudere con questo brano era coerente. L’Italia è un Paese pieno di contraddizioni, anche nel linguaggio: penso per esempio al mondo della bestemmia, che ha una varietà incredibile e poco studiata. È quasi un fenomeno linguistico. Volevo raccontare tutto questo, con ironia ma anche con profondità. È un modo per chiudere il cerchio: un disco colorato, che prova a strappare un sorriso oltre che una riflessione».