Rap Italy, dal conscious al country: l’hip hop a Sanremo 2026 tra coerenza, esplorazione e mainstream
Viaggio nella storia e nell’evoluzione dell’hip hop italiano, tra derive, evoluzioni e sottogeneri. A cura di Mattia Cantarutti
Nato nei ghetti d’America come espressione di ribellione e rivalsa sociale, l’hip hop ha attraversato l’oceano per piantare le sue radici anche in Italia. Quello che inizialmente era visto come un fenomeno d’importazione, con il tempo è stato assorbito e trasformato, diventando qualcosa di profondamente nostro. Oggi parleremo di Sanremo 2026.
Dalle rime grezze dei pionieri fino alla conquista delle classifiche, il rap italiano ha saputo imporsi come una nuova forma di cantautorato contemporaneo, capace di raccontare le sfide e i sogni di un’intera generazione. In questa rubrica, Mattia Cantarutti ci guiderà attraverso la storia e l’evoluzione di un genere che, da sottocultura, è diventato parte integrante della nostra identità musicale.
Dal conscious al country: il rap a Sanremo 2026 tra coerenza, esplorazione e mainstream
Si è conclusa sabato 28 febbraio 2026 la 76esima edizione del Festival di Sanremo. Un’edizione forse di passaggio e, in un certo senso, la chiusura di un ciclo aperto da Carlo Conti nell’ormai lontano 2015, consolidato da Claudio Baglioni nel 2018 e lanciato nell’iperuranio da Amadeus dal 2020, per poi chiudersi con questo biennio all’insegna dello stesso Conti.
L’edizione appena finita ha visto l’arrivo solista di J-Ax (dopo la prima partecipazione in coppia con i gloriosi Articolo 31 nel 2024) e la sua “Italia Starter Pack”, il terzo ritorno del solido Dargen D’Amico con “Ai ai” e gli esordi di Luchè (la criptica “Labirinto”), Chiello (“Ti penso sempre”) e Nayt con “Prima che”.
Per restare sugli esordi, segnaliamo, dopo un grande successo estivo su TikTok, Samurai Jay e “Ossessione”, ma anche l’altrettanto virale (e prematuro) successo di Sayf con “Tu mi piaci tanto”, e infine il navigato ma ancora in cerca di esplorazione Tredici Pietro con “Uomo che cade”.
Ricordiamo ovviamente anche il ritorno della bellissima e stranissima coppia formata da Fedez e Marco Masini con “Male necessario”.
Dando un parere introduttivo prima di concentrarci sui casi singoli, possiamo dire che il rap è stato presente “fino a un certo punto”. Prosegue infatti una narrazione sanremese in cui tanti rapper (alcuni dotati di validissimo talento autoriale e artistico) hanno scelto di esplorare altre sonorità e raccontare diversamente i propri temi, sfruttando l’occasione del mainstream più totale per ampliare i progetti e spiegarsi in modo più “pop” al maggior numero possibile di persone.
Per giocare subito con l’autocontraddizione, partiamo dal notare con grande orgoglio e speranza per il futuro che non sempre questa tradizione di cui abbiamo appena parlato è stata rispettata: è il caso specifico di Nayt e della sua splendida “Prima che”.
Uno straordinario momento per il nostro genere, in cui uno dei più grandi esponenti di quello che potremmo definire rap conscious (al netto del fatto che, prendendo in mano la discografia a tutto tondo dell’MC, si trovano tecniche e sottogeneri differenti all’interno del suo mondo musicale) ha portato esattamente la sua cosa. Sfruttando questa doverosa occasione di notorietà per mandare un messaggio di coerenza nel proprio lavoro, nella propria arte, nella propria vita e un grande amore per la cultura. Un plauso a Nayt per il suo coraggio.
All’insegna della continua esplorazione e di un sano amore per la musica, J-Ax stupisce nuovamente il pubblico mainstream portando un brano country, anticipatore con tutta probabilità di un disco a tema. Una notizia che, riguardando i nostri approfondimenti, ci era sembrata chiara già da oltre un anno e che ritroviamo perfettamente coerente nello stile dello Zio d’Italia. A proposito di Italia, la canzone racconta, con la tipica struttura irriverente e precisa dell’MC di Cologno, il nostro Paese in tutte le sue sfaccettature, senza scivolare nella critica feroce ma descrivendo, con ironia, esattamente come stanno le cose dal punto di vista di Ax, il tutto unito a linee melodiche, suoni e una narrazione tipicamente country. Un genere che, prendendo ispirazione anche da altre forme musicali italiane (qualcuno parla del nostro folk), è a un passo dal grande lancio e che, con la scrittura e la narrazione del rap, ha molto più da condividere di quanto si potrebbe inizialmente pensare.
Passiamo a Dargen D’Amico e alla sua “Ai ai”: abbandonata momentaneamente la cassa dritta, Dargen tenta di portare un mix tematico delle sue due precedenti canzoni (e di altri suoi brani) presentate al Festival, questa volta con suoni diversi, senza rinunciare alla musicabilità e alla “canticchiabilità” (sicuramente non un termine tecnico) dell’inevitabile ritornello. Il brano ci è sembrato meno forte delle precedenti fatiche, ma restiamo ugualmente in spasmodica attesa del disco di prossima uscita, “Doppia mozzarella”, e riconosciamo ampiamente la voglia di Dargen di continuare a stuzzicare la nostra coscienza e la nostra psiche all’insegna di ragionamenti forse banali a una prima lettura o ascolto, ma estremamente esistenziali per il futuro nostro e di chi verrà.
Di tutt’altra ambizione e tono l’estremamente ballabile “Ossessione”, un’ottima hit realizzata da un artista come Samurai Jay, finalmente finito al centro dell’attenzione dopo anni di doverosa gavetta. Un rapper che forse avrebbe meritato qualcosa in più già con progetti più “artistici” (qualsiasi cosa voglia dire), ma che ha saputo giustamente cavalcare l’onda tiktoktiana appena ricevuta e realizzare anche un brano nettamente migliore e più preciso nelle sue intenzioni. La balleremo sicuramente molto.
Dell’amico Sayf, reduce un glorioso secondo posto in gara, ci sembra invece di aver assistito alla nascita di una grande figura per il nostro panorama. “Tu mi piaci tanto” pesca da una sonorità leggera un testo estremamente preciso, provocante e sentito. Le sue interviste, alternate tra sano cazzeggio e pensieri estremamente profondi, ci ricordano grandi artisti del nostro passato musicale e speriamo di poter vedere, nei prossimi decenni, il nome di Sayf tra questi. La Drilliguria colpisce ancora.
Abbiamo poi speso parecchie parole nel tempo, tra le righe di Rap Italy, per l’ottima produzione musicale di Luchè, un artista che ci sembra ancora in ottima forma. Se l’orchestra dell’Ariston si è dimostrata forse non al 100% l’ideale per la sua espressione live, il brano in sé ci è sembrato l’ennesimo colpo riuscito di uno dei più grandi volti rap di Napoli. Più volte negli anni Luchè ha fatto intendere una forte delusione per non riuscire a esprimere i suoi concetti più profondi per il grande pubblico, soffrendo un apparato industriale forse non pienamente nelle sue corde; siamo contenti che questo Sanremo possa essere un buon punto di arrivo e di prosecuzione del suo percorso (chiaramente iniziato già da tempo, visto il costante successo dei suoi ultimi dischi).
Non possiamo invece definire rap o trap “Ti penso sempre” di Chiello; l’ex Fsk Satellite però porta, in un certo senso come Nayt, il suo mondo e lo ribadisce con forza.
Una gran bella scoperta “Uomo che cade” di Tredici Pietro. Un bravissimo rapper che conferma le sue doti di scrittura e anche quelle canore, portando un pezzo che è più cose al suo interno. Quello che a noi è sembrato (bestemmia per alcuni, enorme felicità per altri) è una sorta di Tormento 2.0. Siamo curiosissimi di sentire altro materiale prossimamente. Il suo entusiasmo e la voglia di (ri)lanciarsi sono per noi motivo di grande curiosità. Dai tempi di “Pizza e fichi” e “Piccolo Pietro” a oggi.
Concludiamo con il nome della discordia del rap italiano per eccellenza. Discordia che paradossalmente, ultimamente, si tramuta spesso in concordia. “Male necessario” di Fedez e Marco Masini è un grande pezzo che mischia la versione dell’ultimo anno di Fedez con la classe di Masini. Un brano forse meno forte emotivamente della splendida “Battito”, ma l’ennesima conferma di una grande scrittura e voglia di musica. Oltre ad auspicare ulteriori collaborazioni con il sodale Masini (i due matchano tremendamente bene insieme), attendiamo un disco finalmente figlio di un pensiero artistico compiuto di Fedez. Che sappia coniugare la necessaria anima commerciale (di cui abbiamo spesso tessuto ugualmente le lodi) e un’ancora più necessaria fame creativa.
Questi erano quindi i rapper di questo Sanremo e le nostre considerazioni sulle loro canzoni. Tutte le loro cover (spesso estremamente lontane dal mondo rap) ci sono piaciute e vi rimandiamo all’ascolto su Spotify: sono, secondo noi, esperimenti estremamente interessanti che sarebbe bello vedere più spesso nel rap mainstream.
Chiudiamo quindi questo approfondimento auspicando una qualità che resti costante nel prossimo Festival di Stefano De Martino e che possa portare sia brani dall’ottima realizzazione come questi, sia pezzi dalla struttura più marcatamente rap e hip hop.