Rap Italy, dentro le tracce dell’album “Vile denaro” dei Club Dogo
Viaggio nella storia e nell’evoluzione dell’hip hop, tra derive, evoluzioni e sottogeneri. Oggi parliamo dell’album “Vile denaro” dei Club Dogo. A cura di Mattia Cantarutti
Nato nei ghetti d’America come espressione di ribellione e rivalsa sociale, l’hip hop ha attraversato l’oceano per piantare le sue radici anche in Italia. Quello che inizialmente era visto come un fenomeno d’importazione, con il tempo è stato assorbito e trasformato, diventando qualcosa di profondamente nostro. Oggi parliamo dell’album “Vile denaro” dei Club Dogo.
Dalle rime grezze dei pionieri fino alla conquista delle classifiche, il rap italiano ha saputo imporsi come una nuova forma di cantautorato contemporaneo, capace di raccontare le sfide e i sogni di un’intera generazione. In questa rubrica, Mattia Cantarutti ci guiderà attraverso la storia e l’evoluzione di un genere che, da sottocultura, è diventato parte integrante della nostra identità musicale.
Rap Italy, dentro le tracce dell’album “Vile denaro” dei Club Dogo
Nell’approfondimento di oggi facciamo un salto di quasi vent’anni e parliamo di una band citata spesso nei riferimenti dei nostri articoli (molto spesso concentrati sugli ultimi dieci anni della scena mainstream italiana). La band di cui parliamo sono i leggendari Club Dogo e il disco è “Vile denaro”. Un grandissimo e mitico progetto del 2007, realizzato dalle tre teste geniali e ispiranti di Don Joe (producer, talvolta anche al mic nella sua carriera), Guè (all’epoca Guè Pequeno) e Jake La Furia.
Per chi scrive questo approfondimento, tra ragioni anagrafiche e interessi prima altrove, i Club Dogo non sono un qualcosa che è arrivato subito. La scoperta del gruppo infatti (tralasciando i momenti in cui venivano citati nei burrascosi anni delle medie) corrisponde ad un periodo, non troppo lontano ma ormai per niente vicino, in cui il loro sound e le rime venivano considerate troppo mainstream (come ampiamente imparato in questi anni di Rap Italy, ciò diventerà, nel bene e nel male, un modus operandi via via sempre più accettato), ed è solo con un recupero successivo che ho potuto conoscere al meglio la cruda musica del cane a tre teste e conoscere meglio la storia loro, della Dogo Gang e più in generale di una sostanziosa parte del rap milanese e italiano (differenziazione d’obbligo questa volta).
E prima di riprendere questo concetto per approfondire poi il disco, un piccolo ripasso del contesto in cui ci troviamo. Parole notissime per chi ama o bazzica il genere hip-hop, sicuramente una piccola operazione di archeo-musica per chi arriva solo ora.
Premettendo ulteriormente che per spiegare al meglio il percorso dei Dogo dovremmo partire da progetti seminali davvero lontani (occhiolino per chi sa di cosa stiamo parlando: Dargen D’Amico), possiamo dire che quella dei Club Dogo è una storia che da un lato prevede un percorso di crescita tutto sommato lungo rapportato alle situazioni contemporanee, ma in qualche modo veloce se consideriamo il periodo storico nel quale le nostre vicende avvengono: i primi anni 2000.
Il trio Don Joe, Guè e Jake bazzica le scene del rap milanese da svariati anni e, una volta unitosi definitivamente, dà vita ai due dischi “underground” “Mi Fist” (2003) e “Penna capitale”, due lavori enormi e seminali dei quali magari potremmo parlare in approfondimenti futuri. La scena all’epoca viene dal famoso periodo “buio” post golden age, nel quale il rap fondamentalmente venne abbandonato da palchi importanti e soprattutto major e radio. MC’S come Fabri Fibra, Mondo Marcio e, appunto, Club Dogo risollevano man mano il genere, chi con effetti più mainstream quasi da subito (Fibra e Marcio), chi, ed è questo il caso dei Dogo, con un fortissimo riscontro nella propria città, Milano, da sempre importante per il rap ma che negli anni finirà quasi per surclassare il resto d’Italia, e dopo due dischi dall’ottimo successo per il contesto che vi abbiamo spiegato, il sistema si accorge presto di loro, producendo appunto “Vile denaro”. Come immaginerete ci troviamo di fronte a situazioni e numeri ben diversi da quelli attuali, ma l’importanza simbolica di un disco realizzato da due penne e un producer come loro in una situazione “mainstream” è di notevole livello.
Nel disco ci troviamo ad una delle prime inondazioni da parte di Milano nel resto del Belpaese, i tre però ci raccontano una situazione tutt’altro che rosea, sono anni vicini alle crisi del 2008 e il benessere sociale nel quale l’Italia si era convinta di vivere stava man mano svelando il capitalistico Velo di Maya che la classe politica e dirigenziale nazionale aveva creato nella penisola della Dolce Vita. Jake e Guè tirano uno schiaffo allo staticismo italiano raccontando situazioni in prima persona e delle loro conoscenze (di un certo tipo, come immaginerete), regalandoci grandi perle nel loro racconto.
Non tutto del disco convince e magari non tutti i temi proposti sono per forza condivisi, ma è innegabile che lo stile portato dai tre (dalle rime, ai flow, ai beat) è qualcosa di unico e impattante. A mani basse uno dei dischi più importanti del rap italiano.
Delle 14 tracce (riferendoci all’edizione originale) possiamo consigliarvi sicuramente la prima, “Incubo italiano”, traccia che, se non fosse per la deliziosa ironia del titolo originale, potrebbe essere l’altrettanto funzionale titolo del disco, e che racconta proprio al meglio ciò che vi abbiamo detto in precedenza. Ma sono di assoluto valore anche le successive “Mi hanno detto che…” e “La verità”, altrettanto leggendarie, poi “Spaghetti western” (tema quello dell’adattamento degli spaghetti, realizzato in altro modo dalla crew Spaghetti Funk, e che sarebbe bellissimo poter rivedere applicato nel nostro genere per trovare una propria identificazione nazionale che possa essere poi esportata internazionalmente, come fu nel cinema), ma anche la bella “Tornerò da re” (nel testo, uno dei tanti riferimenti al rapporto con il padre di Guè, tematica sempre sentita da parte del Guercio) e ovviamente “La chiave”, traccia molto buona sulle rime (ovviamente), ma veramente anche straordinaria musicalmente parlando.
Guè e Jake ci paiono nel disco in una forma straordinaria. Per noi da allora e ancora oggi, due assoluti goat della scena. Un plauso ovviamente anche alla ricerca stilistica di un maestro del beat come Don Joe.
L’abbiamo tenuta per ultima, ma assolutamente non per importanza, la storica “Puro bogotà”, brano cult e “totale” della Dogo Gang. Monumentale traccia in compagnia dei fratelli Vincenzo da Via Anfossi e Marracash. Per rimandarvi alla potenza della situazione, oltre al doveroso ascolto vi invitiamo anche alla visione del videoclip.
“Vile denaro” è quindi un ritratto perfetto di un’Italia che da quegli anni ha iniziato il cambiamento per la situazione in cui ci troviamo oggi, tra rime che potrebbero parlare tranquillamente del presente e altre in cui ci ritroviamo a pensare a momenti ormai storici e lontani del nostro Paese.
Il trio negli anni realizzerà altri progetti e amplierà il suo percorso, le carriere soliste di tutti prenderanno strade molto grandi (grandissime nel caso di Guè, ma non sottovalutiamo le altre) e solo negli ultimissimi anni troveranno un ritorno, per celebrare una storia italiana e milanese.