Renato Rascel, il ricordo di un artista che ha segnato un’epoca
A trentacinque anni dalla scomparsa del cantante e attore Renato Rascel, un artista completo, la cui voce ha fatto il giro del mondo grazie ad “Arrivederci Roma”
Nel trentacinquesimo anniversario dalla scomparsa di Renato Rascel, il suo nome continua a rappresentare una delle figure più complete, originali e difficilmente replicabili dello spettacolo italiano del Novecento. Attore, cantante, autore, comico e interprete drammatico, Rascel ha attraversato teatro, cinema, musica e televisione lasciando un segno profondo nella cultura popolare e in quella più colta.
Renato Ranucci nasce “casualmente” a Torino il 27 aprile 1912, durante una tournée teatrale dei genitori. Il padre Cesare Ranucci, cantante di operetta, e la madre Paola Massa vivono di palcoscenico, e il piccolo Renato muove i primi passi letteralmente tra le quinte, accudito in una cesta durante gli spettacoli. Trasferito a Roma, viene battezzato nella Basilica di San Pietro, a conferma di una “romanità” che il padre rivendica con orgoglio.
Cresciuto nel rione Borgo, tra l’assenza dei genitori spesso in tournée e la guida affettuosa della nonna Margherita, Rascel sviluppa presto una naturale inclinazione per la recitazione, la musica e il canto. A soli dieci anni entra come soprano nel coro delle voci bianche della Cappella Sistina, diretto da Lorenzo Perosi, esperienza che forma in modo decisivo il suo orecchio musicale. Parallelamente, coltiva una passione sorprendente per il jazz, suonando la batteria in ambito amatoriale e frequentando ambienti musicali molto lontani dalla tradizione sacra.
Le prime esperienze teatrali arrivano nella filodrammatica diretta dal padre, la Fortitudo. Dopo un debutto drammatico in Più che monelli, Rascel scopre la sua vocazione comica con Il fotografo in imbarazzo, gettando le basi di un percorso artistico imprevedibile. Tra lavori umili e serate nei locali romani, Renato diventa musicista professionista giovanissimo. Con lo pseudonimo Sunny Boy entra in complessi da ballo e, grazie all’impresario Luigi Vitolo, affina un repertorio che mescola canto, danza, claquette e comicità fisica.
È in questi anni che nasce il personaggio Renato Rascel: fisico minuto, palandrana sproporzionata, candore infantile unito a doppi sensi surreali. Una comicità nuova, lontana dai canoni dell’avanspettacolo tradizionale e già in dialogo con il teatro dell’assurdo. Il cinema arriva presto, ma la vera svolta è nel 1952, quando Alberto Lattuada lo sceglie per Il cappotto, tratto da Gogol. L’interpretazione gli vale il Nastro d’Argento e consacra Rascel come attore completo, capace di passare dalla farsa al dramma con disarmante naturalezza.
Parallelamente, la collaborazione con Garinei e Giovannini dà vita alle prime grandi commedie musicali all’italiana, costruite su misura per il suo talento. Nel 1960 Renato Rascel vince il Festival di Sanremo con Romantica, brano destinato a entrare nella storia della canzone italiana. Accusato ingiustamente di plagio, viene scagionato grazie a una perizia firmata addirittura da Igor Stravinsky.
Seguono anni di successi internazionali, tournée benefiche in tutto il mondo, programmi televisivi, libri per bambini pubblicati con Mursia e spettacoli autobiografici come Rascelinaria. Rascel diventa ambasciatore di un’idea di spettacolo italiana colta, popolare e universale.
Negli anni Settanta abbandona progressivamente il cinema, ma resta una presenza autorevole in teatro e televisione. Indimenticabile il suo Padre Brown televisivo e il ruolo nel Gesù di Nazareth di Franco Zeffirelli. Negli ultimi anni insegna, scrive, riflette sul teatro e torna in scena solo per progetti selezionati, fino al commovente congedo con Finale di partita di Beckett accanto a Walter Chiari.
Renato Rascel si spegne il 2 gennaio 1991, dopo una lunga malattia. A diciannove anni dalla sua scomparsa, Rascel resta un simbolo di libertà artistica, intelligenza scenica e umanità. Ha saputo far ridere e commuovere, parlare ai bambini e agli intellettuali, attraversare generi e linguaggi senza mai perdere la propria identità. Un artista che non ha solo segnato un’epoca, ma l’ha raccontata, anticipata e trasformata.