Riccardo Fogli Predestinato (Metalmeccanico)

A tu per tu con il popolare artista toscano, in uscita con il nuovo album/libro “Predestinato (metalmeccanico)

Figliolo, alla fine, tante comete fanno un cielo stellato: provaci, lascia la tua scia! Non importa quanto aspetti, ma cosa ti aspetti… E non stupirti se il mondo ti inganna, succederà tante volte” queste le parole che mamma Meri ripeteva spesso a Riccardo Fogli negli anni dell’infanzia e dell’adolescenza. Ricordi che lo stesso musicista di Pontedera ha deciso di raccontare nel libro “Predestinato (metalmeccanico)”, che racconta le tappe di una storia a metà strada tra una scalata sociale e una favola. Dall’avventura nei Pooh alla sua carriera solista, il tutto raccontato anche attraverso la musica con il meglio delle sue produzioni musicali raccolte in un disco impreziosito da nuovi arrangiamenti curati dal Maestro Mauro Ottolini. In occasione dei quarant’anni dalla vittoria di Sanremo 1982 con “Storie di tutti i giorni”, ospitiamo l’artista toscano per approfondire la sua ispirata visione di vita e di musica.

Ciao Riccardo, benvenuto. Partiamo da “Predestinato (Metalmeccanico)”, che include sia un disco che un libro. Sfogliando le pagine, guardando le fotografie e leggendo i tuoi racconti, ho pensato all’importanza che può avere il passato nel presente. Come si è evoluto il tuo rapporto con il tempo che passa?

«Fino a qualche anno fa non mi era mai capitato di pensare alla fine del viaggio, perché le cose si susseguivano pesantemente e magnificamente. Credo che il Covid mi abbia dato quella sana ansia di lasciare questo posto troppo presto. Io ho una bambina di dieci anni, voglio portarla all’altare e diventare nonno. Per cui, questo conto alla rovescia un pochino mi angoscia, ma sono un uomo di fede, ho tanti amici e mi diverto a fare musica. D’altro canto, durante il lockdown ho avuto il tempo per pensare alla mia infanzia e di riaprire i cassetti della memoria. Mi sono ricordato di un sacco di cose, una su tutte il fatto che ero un bimbetto povero ma felice».

Ho trovato un filo conduttore in questi tuoi racconti, si nota una certa attitudine rock alla vita e questa passione ardente che sprigioni parlando del tuo impegno musicale, oltre che dei tuoi ricordi. Qual è l’elisir del tuo entusiasmo?

«L’elisir è semplice: tu nasci figlio di metalmeccanico, il papà prega ogni giorno affinché tu diventi metalmeccanico, così non sviluppi più di tanto la voglia di sognare e ti ritrovi a fare il metalmeccanico. Poi, un giorno, ti capita di suonare con degli amici e scopri che desiderare di avere altro è bello, perciò ti metti nel tempo libero a coltivare quella tua passione, fino a quando arrivi in televisione, la gente ti riconosce per strada e ti vuole bene. Allora cominci a chiederti se meriti tutto questo, perchè in giro ci sono sicuramente musicisti più bravi e talentuosi di te. Per poi arrivare ad oggi e ripensare a quegli anni in fabbrica, rendersi conto che alla fine eri anche felice così. Certo, speravi che arrivasse qualcosa di più, ma non sapevi nemmeno da dove cominciare e quale sogno sognare. Ecco: la risposta è un po’ vaga, ma è questa».

Riccardo Fogli Predestinato (Metalmeccanico)

Il disco contiene sedici pezzi, tra cui spicca il singolo apripista “Storie di tutti i giorni”, riletto con un fantastico arrangiamento del maestro Mauro Ottolini. Una canzone che quest’anno festeggia i quarant’anni dalla vittoria di Sanremo, qual è il segreto della sua longevità?

«Credo che ci fosse del genio dietro tutte le persone che mi ruotavano intorno in quel periodo. Da Giancarlo Lucariello, già produttore dei Pooh, a Maurizio Fabrizio che entrò come arrangiatore e poi cominciò a scrivere, firmando prima “Che ne sai” e poi “Malinconia”. Eravamo creativi, eravamo caldi. Si stava sempre insieme, si scriveva, si cantava, si rifletteva. Dall’intuizione melodica di Maurizio, io e Guido Morra ci mettemmo a scrivere il testo. Non fu facile, perché dietro “Un giorno in più che se ne va” c’è un pensiero profondissimo: l’amore non è mai bello e forte come vorresti, anche se ne hai bisogno e ogni giorno che passa rappresenta un piccolo pezzo che ti viene tolto.

In certi periodi della vita, per un’alchimia che non capisci e non riesci nemmeno ad analizzare, ti capitano delle fortune tra le mani. Così ci iscrivemmo a Sanremo ed ebbi un successo non dico inaspettato, perchè i giornali dell’epoca parlavano di vittoria annunciata e già scritta. In realtà non fu affatto così, perché c’erano un sacco di grandi artisti e di belle canzoni in quell’edizione. Quello che so per certo è che quella vittoria modificò la mia vita, anche se qualche giorno dopo mio babbo mi disse: “Ti ho visto in televisione figliolo, ma allora fai il cantante davvero! Ma quanto durerà? Se non ti licenziavi per fare la musica e continuavi ancora a lavorare alla Piaggio, poi avresti avuto una bella pensione, ora chissà”. Tutto questo dopo Sanremo ’82, con alle spalle sette anni di carriera e cinque album realizzati con i Pooh…».

A proposito del Festival, hai partecipato nove volte a Sanremo, a volte vincendo il titolo come abbiamo appena ricordato, altre sfiorando il podio e in altri casi non arrivando nemmeno in finale. Come pensi sia cambiato negli anni un palco come quello dell’Ariston?

«Credo che sia cambiato com’è cambiato tutto. Una volta al Festival ci andavano i cantanti del momento, da Tonina Torrielli a Carla Boni, passando per Massimo Ranieri e Gianni Morandi che all’epoca rappresentavano la novità. Una domanda che mi fanno spesso è cosa ne penso della scena di oggi: a me piacciono molto le nuove leve! Ho un figlio di ventinove anni che quando viaggiamo in macchina, attraverso un suo aggeggio che non so cosa sia, mi fa sentire e scoprire un sacco di cose. In più ascolto la radio con affetto e curiosità, trovo che molti di questi ragazzi siano bravi, descrittivi al punto da farmi capire il malessere che hanno in pancia. Tutte sensazioni che noi non sapevamo raccontare, per questo ci limitavamo a parlare soprattuto d’amore. Eravamo figli dei fiori e del “Peace & Love” che in Italia si traduceva in “conosciamo delle belle ragazze… facciamo l’amore e non facciamo la guerra”. Diciamo che era molto conveniente, mentre i ragazzi di oggi sono decisamente più arrabbiati e impegnati».

Tra le canzoni in scaletta c’è anche “Per Lucia”, con la quale partecipasti nel 1983 all’Eurovision Song Contest. Un pezzo che anticipava quella voglia di Europa unita e che raccontava la storia di questa ragazza di Berlino Est, in una Germania ancora divisa dal muro… anticipando un po’ quelli che sono stati poi i tempi… 

«Tutto nacque quando tre mesi prima di scrivere il pezzo andai a fare un servizio fotografico a Berlino, ricordo che salendo su un lampione di Alexanderplatz si riusciva a vedere l’altra parte della città. Sul muro c’erano delle bacheche con fotografie e storie che cercavo di farmi tradurre, ma si capiva che quell’infrastruttura aveva prodotto tanto dolore, perché le barriere non portano mai a nulla di buono. Non a caso, oggi, ho voluto rivisitare “Per Lucia” utilizzando i suoni dell’Est ed il Maestro Ottolini mi ha fatto questo grande regalo. All’epoca, ricordo che insieme a Vincenzo Spampinato decidemmo di parlare di questi due ragazzi che sognavano di riabbracciarsi. Il testo recitava “oltre il muro che cosa c’è”, a me piace ancora pensare che alla fine i due ce l’abbiano fatta a ricongiungersi e che tutto sia sfociato in un bel lieto fine».

Nella tua carriera hai sempre sperimentato, ti sei divertito giocando e ricoprendo ruoli diversi in tv, penso a “Tale e quale show”, di recente sei stato anche Pastore Maremmano a “Il cantante mascherato”, in più hai partecipato all’isola dei famosi e hai vinto Music Farm. Ti formulo la domanda un po’ al contrario, quasi come fosse una provocazione: pensi che la televisione ti abbia mai tolto qualcosa in termini di credibilità come musicista? 

«Beh, partiamo dal principio che io non sono un grande musicista, mi ritengo un artigiano e forse sono stato in passato anche un bravo bassista, ma sono sempre stato più concentrato a cantare e scrivere piuttosto che a suonare. La televisione ti da e ti toglie, però per sopravvivere in questo mondo certe volte ti devi concedere e se ti diverte vai anche all’Isola, perché io sono un maremmano, a quattro chilometri da casa mia c’è il mare. Con la mia canoa sono solito andare in mezzo agli scogli profondi ed immergermi per vedere l’inesplorato mondo sottomarino. L’esperienza dell’Isola dei Famosi è stata un’immersione totale e meravigliosa nella natura, poi è arrivato Corona che ha rovinato tutto, anche se alla fine mi ha chiesto scusa perché, naturalmente, erano tutte balle. Però, alla fine, mi sono divertito a fare tutto quello che ho fatto».

Hai incontrato e lavorato con grandi personaggi, con geni assoluti della musica, ma c’è un incontro che porti particolarmente nel cuore e che ti ha segnato sia dal punto di vista umano che professionale?

«Mi viene in mente il mio fratellone Roby Facchinetti. Nel ’66 con gli Slenders suonavamo al Piper di Milano, dopo qualche settimana arrivarono anche i Pooh che si erano appena formati. Loro avevano un bassista che avrebbero dovuto sostituire, così mi proposero di entrare a far parte del gruppo. Io una band ce l’avevo già, anche se eravamo pieni di debiti, facevamo tutti i metalmeccanici ed avevamo preso dei permessi per poter star lontani dalla fabbrica per qualche tempo. In più, avevamo firmato un sacco di cambiali, quindi alla fine gli altri componenti decisero di barattare il buon Riccardino con un camioncino, perché il peso più grande per noi era questo veicolo che ci serviva per spostarci e che ci era costato una barca di soldi. Quindi facemmo questo affare, gli Slenders tornarono a lavorare e a fare qualche serata in giro, mentre io cominciai quei meravigliosi sette anni con i Pooh, esperienza che mi cambiò decisamente la vita».

Per concludere, qual è la lezione più importante che senti di aver appreso dalla musica in tutti questi anni di attività?

«L’insegnamento più grande me l’ha dato la mi mamma, che mi diceva: “Nini, te sei bravo, c’hai na bella vocetta, si capisce che hai talento. Quindi, datti da fare, studia figliolo, perché senza studio non si va da nessuna parte”. Io ho sempre cercato di fare tesoro di questo consiglio, a modo mio, anche in maniera un po’ artigianale. Il messaggio che mi piacerebbe trasmettere ai ragazzi più giovani, sempre ammesso che possa interessare, è che ognuno di noi nel bene e nel male è unico, siamo tutti figli dei fiori e figli delle stelle, ma in ciascuno di noi c’è quel tocco di originalità da coltivare. Va bene lasciarsi ispirare e prendere spunto dai più grandi, ma alla fine serve far uscire la propria singolarità e per fare ciò bisogna studiare. Puoi anche avere cinque chitarre, ma se non impari non suonano da sole, un po’ come quelli che comprano la Ferrari e dopo un paio di chilometri vanno a sbattere. Nella vita non serve a niente correre, bensì avere pazienza e se Dio vorrà, prima o poi, qualcosa succederà».

Riccardo Fogli Predestinato (Metalmeccanico)

© foto di Mimmo Fuggiano

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Nico Donvito

Appassionato di scrittura, consumatore seriale di musica italiana e spettatore interessato di qualsiasi forma di intrattenimento. Innamorato della vita e della propria città (Milano), ma al tempo stesso viaggiatore incallito e fantasista per vocazione.

By Nico Donvito

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