A tu per tu con il giovane cantautore milanese, al suo debutto sanremese con “Lo sappiamo entrambi

Debutto al Teatro Ariston per Riccardo Marcuzzo, meglio conosciuto semplicemente come Riki, uno dei ventiquattro protagonisti della categoria Campioni di Sanremo 2020, al via a partire dal prossimo 4 febbraio. Si intitola “Lo sappiamo entrambi” il brano che porta il cantautore milanese classe ’92 per la prima volta al Festival della canzone italiana, anticipando l’uscita del suo nuovo progetto discografico previsto in primavera.

Ciao Riki, benvenuto. “Lo sappiamo entrambi” è il brano con cui debutti al Festival, affronti il tema dell’incomunicabilità, a chi si rivolge questo pezzo? 

«Penso che la musica non abbia un target specifico, nel senso che molto spesso se tu sei tanto giovane scrivi chiaramente di esperienze legate alla tua età, ora come ora che ho ventotto anni ho voluto anche un po’ esternarmi rispetto a quello che si descrive nella canzone, per cui il target è vario perché racconta di parole che inciampano, quelle che urli in faccia ad un’altra persona o sfogandoti attraverso il telefono, perché tutti ormai utilizzano i social, non soltanto i ragazzini. Quindi è un pezzo che si rivolge a chiunque».

Nel testo canti “non darmi mai e non darlo mai per scontato”, pensi che questo sia un po’ uno dei problemi di oggi a livello relazionale?

«Credo di sì, può essere un bello slogan per qualsiasi tipo di legame, da un’amicizia al rapporto tra genitori e figli, passando per una relazione sentimentale. A volte quando si vivono determinati momenti si rischia di dare per scontato la persona che abbiamo accanto, molto più rispetto al passato, diamo per certa la sua presenza al punto che ne riconosciamo il valore soltanto quando la perdiamo».

Questa che sta per cominciare è la 70esima edizione del Festival di Sanremo, cifra tonda, un traguardo importante. Ci sono delle canzoni e dei ricordi che ti legano a questa manifestazione?

«Assolutamente sì, ho ricordi chiamante più nitidi per le ultime edizioni. La prima volta che ho seguito il Festival ero in Egitto in vacanza con la mia famiglia, ero un bambino, in particolare ricordo l’edizione con Giorgia ed Elisa, due grandissime artiste che si contendevano il titolo, due voci incredibili. Da lì in poi l’ho sempre seguito, sono stato un sostenitore di Marco Mengoni, sia con “Credimi ancora” che con “L’essenziale”, mi piaceva molto anche Francesca Michielin con “Nessun grado di separazione”, anche “Occidentali’s karma”, penso che abbia segnato la generazione di tantissimi, non dico la mia ma quasi. Non so queste sono le prime immagini che mi vengono in mente, poi magari tra un minuto te ne dico altre».

“L’edera” è il pezzo che canterai con Ana Mena nel corso della terza serata dedicata alle cover, rendi giustizia ad una canzone che si è classificata seconda e che la storia ha fatto passare un po’ in secondo piano, perché quell’anno c’era in gara “Nel blu dipinto di blu”. A cosa si deve la scelta del brano e dell’ospite?

«Il pezzo è stato scelto all’ultimo, avevo voglia di rendere omaggio a questi settant’anni del Festival, all’inizio volevo fare “L’italiano”, ma forse era troppo rischiosa. Così sono andato a riprendere la prima decade e, non so perché, ma “L’edera” era una canzone che conoscevo, canticchiavo il ritornello e poi abbiamo visto che poteva funzionare. Ho scelto di coinvolgere Ana Mena per dare continuità al discorso legato al Sud America e alla musica latina internazionale, in più mi piaceva l’idea di avere una voce femminile e non un’altra maschile per questo pezzo. Abbiamo fatto le prove, devo dire che sono molto contento e soddisfatto».

In primavera uscirà il tuo prossimo disco di inediti, quanto pensi di essere cresciuto rispetto a “Mania” e quanto hanno inciso le tue esperienze di questi anni, tra tutte quella in Sud America? 

«Tanto, quando uno scrivere diventa fondamentale avere una specie di antennine che captino i segnali che hai intorno, portando tutte quelle che sono le tue esperienze su carta. Per forza di cose sarà un album più maturo, ci sono più ballad che pezzi uptempo, anche se le persone si aspetterebbero da me il contrario. Non ci sarà il reggaeton, perché voglio portare in parallelo le due strade, canto anche in spagnolo, mi piace da morire, ma essendo italiano scrivo e canto cercando di valorizzare il mio stile e la mia lingua».

Per concludere, al di là di come andrà il Festival, cosa ti piacerebbe portare a casa da questa esperienza?

«Posso dire una roba che non si può dire? La statuina del leoncino nella casa nuova ci starebbe proprio bene (sorride, ndr), me la vedo già. Sai, io non ho mai appeso i vari dischi d’oro o di platino, mi mettono ansia,  li ho tutti a casa dei miei a Pessano con Bornago, però la palma di Sanremo mi piace! Non credo sia giusto dire vado a Sanremo per partecipare, ma non per vincere, piuttosto per lasciare un segno, quello che voglio fare e vivere una bella esperienza e cercare di far ricredere più persone possibili sul mio conto. Spero solo di entrare nel pezzo il prima possibile, non dal secondo ritornello, cercare di essere centrato sin dalla prima nota, non sarà facile però ci proviamo».

© foto di Fabrizio Cestaio

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Nico Donvito

Appassionato di scrittura, consumatore seriale di musica italiana e spettatore interessato di qualsiasi forma di intrattenimento. Innamorato della vita e della propria città (Milano), ma al tempo stesso viaggiatore incallito e fantasista per vocazione.

Di Nico Donvito

Appassionato di scrittura, consumatore seriale di musica italiana e spettatore interessato di qualsiasi forma di intrattenimento. Innamorato della vita e della propria città (Milano), ma al tempo stesso viaggiatore incallito e fantasista per vocazione.

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