Roberto Zampaglione: “La mia rinascita tra ricerca e modernità” – INTERVISTA

In radio dal 18 gennaio il nuovo singolo dell’artista realizzato in collaborazione con “Lastanzadigreta”

Si intitola “Che mi separa da te” il brano inedito di Roberto Zampaglione firmato dal collettivo torinese de Lastanzadigreta, l’inizio di un nuovo percorso musicale. A tre anni di distanza dal lancio di “Autunno”, album realizzato con la rock band degli Xnotika, l’artista classe ’84 torna in veste di solista con una canzone che unisce sperimentazione con una poetica efficace ed estremamente ispirata.

Ciao Roberto, partiamo da “Che mi separa da te”, il singolo che ti riconsegna al mercato discografico, com’è nato e che sapore ha per te?

«Questo brano è nato in un momento un po’ particolare, dopo anni di collaborazione con Xnotika mi sono ritrovato a vivere una sorta di crisi, nonostante non sia stata una separazione spiacevole, ma soltanto la fine di un percorso. Sentivo la necessità di sperimentare cose nuove. Lavorando in radio ho avuto l’occasione di conoscere Leonardo Laviano, voce de Lastanzadigreta, pur facendo qualcosa di distante dal mio mondo musicale, mi sono sentito attratto dal loro stile, così abbiamo deciso di collaborare insieme e dieci giorni dopo è nato questo pezzo».

Dal punto di vista musicale, c’è un taglio o una veste sonora precisa che hai voluto attribuire al brano che, di fatto, segna il tuo debutto da solista?

«Ho sempre espresso la mia opinione sui testi, sulle melodie, ma soprattutto sugli arrangiamenti. Anche in questo caso ci sono state da parte mia delle segnalazioni nella fase precedente alla stesura del brano, perché avevo bene in mente la direzione in cui sarei voluto andare, un misto tra elettronica e suoni sperimentali, infatti loro usano strumenti particolari, ad esempio le percussioni sono realizzate con i bidoni della spazzatura e utilizzano dei synth assolutamente non convenzionali. Un connubio perfetto tra ricerca e modernità».

Per quanto riguarda il testo, invece, quanto ti rappresentano le parole di questa canzone?

«Completamente. Quando ho sentito per la prima volta il brano mi ci sono ritrovato completamente, quelle parole rappresentano per me un faro nel buio che illumina le paure e dà loro un nome. Identificare quelle che sono le nostro difficoltà ci aiuta in qualche modo a superarle, un primo passo verso la propria rinascita. Il pezzo parla di “una strada nera da tracciare”, descrivendo con precisione quello che stavo vivendo in quell’istante. Non riuscirei mai a cantare qualcosa che non sento totalmente mio, in passato ho rifiutato diverse canzoni proprio perchè non mi appartenevano».

Per quanto riguarda il videoclip del brano realizzato da Luca Lemma e Alessandro Bremec, a cosa si devono le scelte della location e dell’utilizzo del bianco e nero?

«La scelta del bianco e nero è stata una mia imposizione, perchè mi piace questo effetto e trovo che si adatti alla perfezione al tipo di brano, al tema del buio e delle paure. Abbiamo deciso di realizzare il video in studio per dare l’idea di una sorta di “making of” e far vedere, tipo un documentario, quello che succede in fase di registrazione. Volevo che venisse fuori proprio questo aspetto, in maniera molto naturale, senza effetti speciali o milioni di cose che togliessero l’attenzione dalla canzone. Questo brano rappresenta per me una sorta di rinascita, in questa clip abbiamo cercato di immortalare il mio nuovo inizio».

Facciamo un salto indietro nel tempo, come e quando ti sei avvicinato alla musica?

«Da che ho memoria la musica ha sempre fatto parte della mia vita. All’asilo avevo il monopolio degli spettacoli, decidevo cosa dovevo cantare io e quello che dovevano fare i miei compagni, cercavo di mediare con le maestre sulla fase organizzativa e mi ero autonominato direttore artistico delle recite scolastiche (ride, ndr). Negli anni ho sviluppato questa mia innata passione studiando canto e formando i primi gruppetti da adolescente, poi sono arrivate le prime esperienze live che mi hanno portato a calcare i più disparati palchi d’Italia, dalla Sagra della Salsiccia al Teatro Ariston. La gavetta, quella vera, è sempre un bel percorso formativo».

Quali ascolti hanno ispirato e accompagnato il tuo percorso?

«Ascolto veramente di tutto, anche cose completamente distanti tra loro. Tra gli artisti che mi hanno maggiormente ispirato, cito gruppi come i Doors, i Led Zeppelin, i Nirvana, i Queen, i Muse, ma anche voci colossali come Amy Winehouse, Celine Dion e Aretha Franklin, grandi cantautori italiani come Francesco De Gregori o il Maestro Franco Battiato, senza dimenticare Fabrizio De Andrè e tanti altri ancora. Per me l’arte non è altro che un talento da scoprire e preservare».

C’è un incontro che reputi fondamentale per la tua carriera?

«Fortunatamente ce ne sono stati di diversi, sicuramente quello con  Ezio Natale, con cui abbiamo condiviso il progetto Xnotika, insieme abbiamo vissuto la passione per la musica in maniera davvero intensa. Un altro incontro importante con il collettivo de Lastanzadigreta, grazie a loro ho scoperto un mondo che, fino a quel momento, mi era sconosciuto. Nella mia carriera ho avuto la fortuna di incrociare tante persone positive, figure professionali che mi hanno fatto bene, musicalmente parlando.

Un lusso in questo mondo che, a volte, nasconde anche insidie, trappole e alcune parti oscure. Mi reputo molto fortunato perchè mi sono circondato di belle persone che mi hanno insegnato tantissimo, a partire da Ramona Belluco, una ragazza con cui ho avuto uno dei miei primi gruppi musicali, che mi ha trasmesso la passione e l’amore per la musica. Successivamente si sono incastrate tutta una serie di persone che mi hanno fatto solo del bene, questa è una grande fortuna».

Ti senti rappresentato dall’attuale mercato e da ciò che si sente oggi in giro?

«Parzialmente, ci sono tanti artisti di qualità che non hanno lo spazio che meriterebbero, ma ultimamente la tendenza sta cambiando, noto una specie di positivo ritorno alla qualità e questo fa ben sperare. Secondo me la musica è ciclica proprio come la storia, passiamo dall’età dell’oro a quella del fango (sorride, ndr), ma negli ultimi anni intravedo un barlume di speranza, credo che ci stiamo dirigendo verso la strada giusta».

Se dovessi scegliere un’epoca del passato, quale decennio sarebbe più vicino al tuo modo di intendere la musica?

«Sicuramente a cavallo tra gli anni ‘60 e ‘70. Ho sempre un occhio proiettato verso il futuro, mi piace la modernità, ma trovo che quel periodo storico abbia creato delle cose eccezionali, dai Beatles in poi niente è stato più come prima, intendo a livello di spirito e di contenuti. È bella l’idea che ci si possa battere per i propri ideali, esprimerli attraverso la musica. Ecco, oggi manca un po’ tutto questo, ma sono fiducioso e credo in un risveglio di coscienza di massa».

In primavera uscirà un nuovo tassello di questo tuo interessante percorso, cosa puoi anticiparci a riguardo?

«Sarà un qualcosa di diverso da quello che ho realizzato fino ad oggi, ma sempre di qualità. Ho ben chiara la direzione musicale che intendo intraprendere, sperimentando il più possibile con le sonorità, attingendo attraverso i generi, aprendomi sempre a nuove collaborazioni».

Per concludere, quale messaggio vorresti trasmettere al pubblico attraverso la tua musica?

«Quello che mi piacerebbe trasmettere con la musica è che per essere davvero felici dobbiamo fare le cose che ci fanno stare bene, non smettere di credere nei sogni e perseguire i propri obiettivi sempre e comunque».

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Nico Donvito

Appassionato di scrittura, consumatore seriale di musica italiana e spettatore interessato di qualsiasi forma di intrattenimento. Innamorato della vita e della propria città (Milano), ma al tempo stesso viaggiatore incallito e fantasista per vocazione.

Nico Donvito

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