Rosa Balistreri, il ricordo della voce della Sicilia

Rosa Balistreri

L’omaggio all’artista siciliana Rosa Balistreri, a trentasei anni dalla scomparsa. Nelle sue canzoni, la sua terra non era soltanto un luogo. Era una storia da raccontare, anche quando faceva male

Il 20 settembre 1990 moriva a Palermo Rosa Balistreri, una delle voci più autentiche e riconoscibili della tradizione popolare siciliana. Trentasei anni dopo, il suo nome continua a essere legato a un modo di cantare che non cercava mediazioni: ruvido, drammatico, passionale, capace di trasformare il dolore personale e collettivo in musica. Nata a Licata il 21 marzo 1927, Balistreri è stata cantautrice, cantastorie e chitarrista, ma soprattutto una interprete capace di dare voce a una Sicilia fatta di miseria, ingiustizie, sentimenti e dignità.

La sua non fu una vita semplice. Figlia di un falegname e di una casalinga, crebbe nel quartiere Marina di Licata e si confrontò fin da giovanissima con le difficoltà economiche e con una realtà familiare segnata dalla violenza. Dopo un matrimonio combinato, arrivò persino a tentare di uccidere il marito, prima di costituirsi ai carabinieri. Per mantenere la figlia svolse diversi lavori e conobbe anche il carcere, dopo essere stata accusata di furto dalla famiglia presso cui lavorava. Esperienze che, più avanti, sarebbero confluite nel suo repertorio e in quella capacità di raccontare gli ultimi senza mai trasformarli in macchiette.

A Palermo trovò un’altra occasione di ripartenza, lavorando come custode e sagrestana nella chiesa di Santa Maria degli Agonizzanti. Anche quella parentesi fu però segnata dalle difficoltà e dalle molestie del sacerdote. Insieme al fratello Vincenzo partì allora per Firenze, dove trascorse circa vent’anni. Qui il destino la mise in contatto con il mondo dell’arte e della cultura attraverso il pittore Manfredi Lombardi, con cui visse per dodici anni. Fu lui a introdurla in ambienti frequentati da intellettuali e artisti come Mario De Micheli, Ignazio Buttitta e Dario Fo.

Fu proprio con Fo che Balistreri entrò nel teatro popolare e nel 1966 e nel 1969 partecipò alle prime due edizioni di “Ci ragiono e canto”. Non era più soltanto la donna che cantava la propria terra: diventava una presenza artistica capace di portare sul palcoscenico la forza di una tradizione orale, quella dei canti siciliani, restituendole una dimensione contemporanea.

Nel 1971 tornò a Palermo. La sua vita sentimentale era nuovamente cambiata e, rimasta sola, dovette continuare a lavorare per sé e per la figlia. Cantò nelle Feste de l’Unità, recitò al Teatro Stabile di Catania e nel 1974 partecipò a Canzonissima insieme ad altri interpreti del folk. Intanto la sua voce trovava una propria identità sempre più precisa, lontana dalle convenzioni della canzone tradizionale e altrettanto distante dalle regole della musica popolare più rassicurante.

Rosa Balistreri avrebbe dovuto partecipare al Festival di Sanremo nel 1973 con il celebre brano “Terra ca nun senti”. La cantante fu esclusa all’ultimo momento dalla competizione. Il motivo ufficiale fu che la canzone non era considerata inedita. Molti critici e storici ritengono tuttavia che la sua esclusione fosse dovuta a ragioni politiche e di censura, in quanto considerata un’artista troppo scomoda, di sinistra e meridionale per la manifestazione.

Il suo repertorio diventò così una sorta di autobiografia in musica. La tragedia della sorella Maria, uccisa dal marito dopo essere stata raggiunta a Firenze, e il suicidio del padre, distrutto dal dolore, ispirarono Un matrimonio infelice. Le vicende private non rimanevano confinate nella memoria familiare, ma diventavano materia narrativa, canto e denuncia. Era uno dei tratti più potenti della sua arte: raccontare la propria storia per riuscire, attraverso quella storia, a raccontare quella di un’intera comunità.

Dal 1976 fu spesso accompagnata dal musicista e compositore Mario Modestini, che scrisse per lei le musiche di brani come “La ballata del sale”, “Buela” e “Ohi Bambulè“. Una collaborazione che contribuì a consolidare il suo percorso artistico e a consegnare alla sua voce alcune delle pagine più significative della fase finale della carriera.

Rosa Balistreri morì a 63 anni, all’ospedale Villa Sofia di Palermo, dopo essere stata colpita da un ictus cerebrale durante una tournée in Calabria. Se ne andò così una donna che aveva attraversato il Novecento senza mai riuscire, o forse senza mai volerlo, a rendere più morbida la propria voce. Quella voce rimase invece fedele alle ferite, alle contraddizioni e alla memoria della terra da cui era partita.

Trentasei anni dopo la sua scomparsa, Rosa Balistreri continua a essere ricordata come una delle grandi interpreti della Sicilia. Non soltanto per ciò che ha cantato, ma per il modo in cui lo ha fatto: con una voce che sembrava contenere la fatica di una vita intera e che, proprio per questo, riusciva a trasformare il canto in testimonianza. La Sicilia, nelle sue canzoni, non era soltanto un luogo. Era una storia da raccontare, anche quando faceva male.

Scritto da Nico Donvito
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