Roshelle: “Trasformare esperienze in musica è la cosa più importante” – INTERVISTA
A tu per tu con Roshelle per parlare del nuovo album “Mangiami pure”, fuori per BMG da venerdì 27 marzo 2026. La nostra intervista alla cantautrice lombarda
Dopo oltre due anni di ricerca, sperimentazione e trasformazione personale, Roshelle apre finalmente le porte del suo universo con “Mangiami pure”, il suo primo album di inediti in uscita il 27 marzo per BMG. Un progetto che segna una nuova fase del suo percorso artistico: più consapevole, più stratificata, ma soprattutto libera da definizioni rigide.
Cantautrice dalla cifra stilistica riconoscibile e tra le più visionarie della nuova scena italiana, nel tempo ha collaborato con nomi importanti come Geolier, Giorgia, Elisa, Guè e Rkomi. Oggi sceglie di raccontarsi senza filtri, costruendo un lavoro che è insieme dichiarazione d’intenti e atto di metamorfosi. “Mangiami pure” è un invito ad abbandonarsi, a lasciarsi attraversare dalle emozioni, entrando in un racconto che ha i contorni di una favola sospesa tra sogno e inquietudine.
Nove tracce come nove stanze di un percorso intimo e sensoriale, dove desiderio, fragilità, eccessi e visioni convivono e si trasformano. Come una scatola di cioccolatini assortiti, ogni brano ha un gusto diverso: dolce o amaro, delicato o intenso, ma sempre capace di lasciare un segno. Abbiamo incontrato Roshelle per farci raccontare da vicino questo viaggio, tra introspezione, rinascita e la ricerca di un equilibrio possibile dentro e fuori la musica.
Roshelle presenta il disco “Mangiami pure”, l’intervista
“Mangiami pure” è il titolo del tuo primo album di inediti, inaugurerei questa nostra chiacchierata partendo da una panoramica generale, chiedendoti: come si è sviluppato il processo creativo di questo progetto?
«Il processo creativo è stato prendere esperienze di natura malinconica e cercare di comunicarle in una maniera non necessariamente pesante, nonostante quello che le parole suggerirebbero. Ho provato a trasformarle in qualcosa di etereo, magico, quasi “sopra le nuvole”. Sono tutte canzoni autobiografiche, nate da momenti di dolore, vuoto e solitudine. Però quello che mi interessa è proprio trasformare questi stati: li vivo come un buco nero, qualcosa da cui è difficile uscire, ma riuscire a crearci qualcosa dentro dà valore. Per me l’arte deve avere un messaggio, altrimenti è vuota. Questo disco raccoglie canzoni dello stesso periodo, molto intenso, e mi ha permesso di chiudere un capitolo e andare avanti».
Nel tuo racconto emerge un rapporto complesso con l’amore: tra bisogno, abuso, perdita. Oggi che rapporto hai con questo sentimento e, anche se può sembrare banale come discorso, quanto pensi sia importante alla fine stare bene con se stessi per poter stabilire un contatto sano con gli altri?
«Stare bene con se stessi è fondamentale quando incontri qualcuno con cui vuoi costruire qualcosa. Altrimenti la relazione diventa solo un tentativo continuo di risolvere problemi reciproci. Io mi sento più consapevole oggi, ma ancora in percorso: l’equilibrio non è un punto d’arrivo, è qualcosa che si costruisce. Ho capito che, se sei molto autocritico, devi almeno imparare a essere gentile con te stesso. Accanirsi non serve, diventa solo una perdita di tempo. Non saremo mai perfetti, ma non importa: conta coltivare qualcosa di sensato, anche nelle imperfezioni».
Brani come “Limbo” o “Sott’acqua” raccontano stati emotivi molto profondi, personali quanto universali. Ti chiedo: credi nel potere dell’immedesimazione in musica? Cioè, hai mai riflettuto sul fatto che raccontare se stessi è anche un modo per parlare di situazioni comuni che anche altri possono aver vissuto e possono far proprie?
«È una cosa che sto scoprendo adesso. Io vivo molto nella mia bolla e non penso subito che quello che racconto possa diventare uno specchio per gli altri. Però mi stupisce e mi conforta. Forse è proprio questo: capire che, anche se ognuno combatte la sua battaglia, non è mai davvero solo. Più entro nel dettaglio delle mie esperienze, più posso essere precisa nel raggiungere qualcun altro. È un pensiero nuovo per me, ma molto bello».
“L’origine del mondo” è la traccia di chiusura del disco che rappresenta quasi una rinascita. Lo consideri più un punto di arrivo, l’inizio di qualcosa di nuovo o entrambe le cose?
«Direi entrambe le cose. È stato un punto di luce, perché per la prima volta racconto un amore corrisposto, qualcosa che prima mi sembrava lontanissimo, quasi non meritabile. Invece è successo. E imparare ad accettare di meritare qualcosa di bello è stato importante. È un punto di arrivo perché chiude quel periodo, ma anche un inizio: dopo questa canzone ne sono nate altre che vanno in quella direzione, quindi è anche l’incipit di quello che verrà».
“Mangiami pure” si avvale della produzione artistica di Tommaso Ottomano. Com’è stato lavorare con lui e che tipo di ricerca c’è stata in studio per quanto riguarda il sound da restituire a questo progetto?
«Lavorare con Tommaso è stato molto stimolante. È un artista che stimo e mi ha incuriosito capire il suo modo di pensare e creare. La cosa bella è che abbiamo parlato poco: lui ha capito subito la mia voglia di eleganza, di essere eterea, senza bisogno di troppe spiegazioni. È stato un processo molto intuitivo, quasi magico. È riuscito a cogliere l’intenzione e trasformarla in suono, ed è stato davvero determinante per il risultato finale».
Per concludere, quali elementi e quali caratteristiche ti rendono orgogliosa nel dettaglio di “Mangiami pure” e in generale del percorso fatto finora?
«Quello che mi rende più orgogliosa è la connessione tra immagine e musica: c’è un dialogo forte tra le due cose, ed è frutto di una ricerca lunga e personale. Poi è stato un lavoro corale, costruito insieme ad altre persone. In generale, sono felice del percorso perché a un certo punto stavo per mollare. Poi ho trovato uno sprint finale e ho deciso di farlo davvero, per me stessa e per dare un senso a tutto quello che avevo vissuto. Trasformare quelle esperienze in musica è stato importante. Non è facile, ma ne vale la pena».