A tu per tu con l’artista veneziana, in uscita con il suo nuovo lavoro “Pura come una bestemmia

E’ disponibile dal 3 aprile “Pura come una bestemmia”, il nuovo progetto discografico di Rossella Seno, anticipato dal singolo “La chiamano strega”. Tanti gli autori presenti in questo lavoro, da  Massimo Germini a Pino Pavone, passando per Piero Pintucci, Michele Caccamo, Matteo Passante, Lino Rufo e Federico Sirianni. In occasione di questa nuova uscita, approfondiamo la conoscenza della poliedrica artista veneziana.

Ciao Rossella, benvenuta. Partiamo dal tuo nuovo album “Pura come una bestemmia”, a cosa si deve la scelta di questo titolo e della copertina?

«Ciao! “Pura come una bestemmia” si riferisce ai buonisti, ai perbenisti, a chi  si crede “puro”  perché  magari va a messa, recita il rosario, fa la “carità”, ma  poi non guarda “l’altro” non lo ascolta, o, peggio,  lo rifiuta se è “diverso”. La copertina di Moby Dick, street artist animalista e ambientalista, rappresenta tutto ciò che è stato messo “in croce”: non solo la donna, sempre più maltrattata, ma l’essere umano in generale e il Pianeta Terra con tutti i suoi abitanti, in un mondo votato al vuoto consumismo, anche dei sentimenti e delle idee. Ecco perché una croce piantata su un mare di rifiuti».

Quali sono gli autori e i musicisti che hanno collaborato con te alla realizzazione di questo lavoro?

«In parecchi hanno risposto al mio “appello” e sono loro infinitamente grata. A partire da Massimo Germini, autore musicale di ben otto brani, nonché arrangiatore del disco. Piero Pintucci, Federico Sirianni, che ha firmato due canzoni, sua la title track, Lino Rufo, che ha musicato “La ballata delle donne” di Sanguineti. I testi di Pino Pavone, Matteo Passante, Michele Caccamo, Paolo Fiorucci. Più la poesia iniziale di Erri De Luca. Insomma, “tanta roba”».

C’è un particolare filo conduttore che, secondo te, lega le tredici tracce in scaletta?

«Direi di sì. Ogni traccia affronta una o più tematiche sociali, ambientali, dall’immigrazione, alla violenza sui più fragili, al poco rispetto per l’ambiente e la Terra che abitiamo, alla disuguaglianza in ogni sua forma, all’indifferenza sviluppata nel corso degli anni verso il prossimo e, peggio ancora  la non accettazione del “diverso”, agli anni che ti saltano addosso tuo malgrado, in una società che ti vuole giovane e bella. Canto le storie degli “ultimi”, anche in senso romantico, come nel caso di “Sei l’ultimo”, dò voce a chi non ne ha…».

Un progetto anticipato dal singolo “La chiamano strega”, che sapore ha per te questo brano?

«E’ tratto da una storia vera, quella di Simona Kossak, una biologa polacca che  per trent’anni ha abitato nella foresta di Bialowieza adeguandosi ad uno stile di vita antico, abitando in una capanna senza elettricità ed acqua corrente, a stretto contatto con la natura e gli animali, con cui  riusciva a comunicare. Per questo la chiamano “Strega”. Questo brano evidenzia gli inganni di una società che ha come pensiero unico il profitto e ci ha portati ad “avere” piuttosto che “essere”».

Facciamo un salto indietro nel tempo, come e quando hai scoperto la tua passione per la musica?

«Più che per la musica direi per “le parole in musica”. Per me le parole hanno un significato importante. Ecco perchè ascolto da sempre i cantautori».

Quali ascolti hanno influenzato e accompagnato il tuo percorso?

«Ciampi, Fossati, De Gregori, Battiato, De Andrè, Tenco, Lauzi, Endrigo.. un, quanti sono..Ma anche Renato Zero e la Bertè.. loro sì che erano degli Influencer! (sorride, ndr)».

Sei una cantante ma anche un’attrice, come riesci a coniugare due forme d’arte come la musica e la recitazione?

«Porto in scena da tempo spettacoli di canzone teatro o teatro canzone, (sociale), la parola come dicevo poc’anzi è importante, che sia letta o cantata non perde certo il suo significato».

In questo periodo stiamo vivendo una situazione inedita a livello mondiale, l’emergenza sanitaria Covid-19 ha mutato, seppur momentaneamente, la nostra quotidianità. Tu, personalmente, come stai vivendo tutto questo?

«La  clausura coatta non è  certo piacevole, ma io sto bene a casa. In verità non mi bastano  le ore per fare tutto ciò che vorrei.  Le giornate volano. Mi spaventa e ferisce di più ciò che accade fuori: noi protetti con mascherine e guanti a scansarci l’un l’altro. Brutto davvero. Mi mancano i sorrisi, gli abbracci… e poi il pensiero di chi soffre, di chi non ce l’ha fatta».

Se dovessimo trovare un aspetto positivo da tutta questa situazione, in cosa lo individueresti?

«La Natura si sta rimpossessando dei suoi spazi in tutta la sua bellezza: le acque dei canali della mia Venezia sono tornate in pochi giorni limpide e si vedono i pesci,  i leprotti  giocano nei parchi di città, le anatre  passeggiano nel centro di Roma,  gli alberi fioriscono, prepotentemente  infischiandosene di ciò che accade.. Noi esseri (dis)umani  non siamo utili, direi piuttosto dannosi, e la Natura ce lo sta ricordando semmai ce ne  fossimo dimenticati: o non ce ne fossimo accorti. Questa vorrei fosse la lezione imparata».

Per concludere, a chi si rivolge oggi la tua musica e a chi ti piacerebbe arrivare in futuro?

«A chiunque desideri accoglierla».

© foto di Carlo Bellincampi

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Nico Donvito

Appassionato di scrittura, consumatore seriale di musica italiana e spettatore interessato di qualsiasi forma di intrattenimento. Innamorato della vita e della propria città (Milano), ma al tempo stesso viaggiatore incallito e fantasista per vocazione.

Di Nico Donvito

Appassionato di scrittura, consumatore seriale di musica italiana e spettatore interessato di qualsiasi forma di intrattenimento. Innamorato della vita e della propria città (Milano), ma al tempo stesso viaggiatore incallito e fantasista per vocazione.

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