Sal Da Vinci e la vittoria della musica che dà del tu, qualche volta anche del voi – RECENSIONE CONCERTO
Dopo la vittoria a Sanremo e l’ottima figura fatta all’Eurovision Song Contest, Sal Da Vinci conquista anche Milano con uno spettacolo tra canzoni, ricordi, leggerezza e tradizione
Sal Da Vinci risponde con i fatti. Anzi, con la musica. A chi, negli anni, ha guardato al suo mondo con una certa sufficienza, magari concedendosi qualche battuta di troppo tipo quelle su “Il castello delle cerimonie”, lui intanto s’è pigliato ‘o Castello Sforzesco. E scusate se è poco.
Dopo il concerto romano, la tournée del vincitore della 76esima edizione del Festival di Sanremo è approdata all’ombra della Madonnina, con la serata milanese di domenica 6 settembre 2026. Una tappa importante, anche simbolicamente, prima della grande festa casalinga in scena a fine mese, in tre appuntamenti, all’Arena Flegrea nel cuore della sua Napoli.
E forse proprio Milano, città abituata a misurare tutto in termini di modernità, velocità e tendenze, era il posto giusto per mettere alla prova una proposta musicale che, invece, sulla velocità non intende costruire la propria fortuna. Sal Da Vinci prende tempo. Per cantare, certo. Ma anche per parlare, raccontare, ricordare, scherzare, divagare. E soprattutto per stare in mezzo alla gente.
Dopo le prime due canzoni, “Non riesco a farti innamorare“, presentata al Festival di Sanremo nel 2009, e il nuovo singolo “Fuga d’amore“, arriva il primo saluto al pubblico: «Buonasera a tutti! Grazie di cuore. Sono molto felice di essere qui in un posto bello sotto tutti gli aspetti».
È una frase semplice, ma perfettamente coerente con il personaggio. Sal non entra in scena per costruire una distanza tra sé e il pubblico. La distanza, semmai, prova immediatamente ad accorciarla. Legge gli striscioni, intercetta le dichiarazioni d’affetto, sorride. Tra quelli esposti, anche uno particolarmente significativo: “Sal anche Milano ti vuole bene accussì“. D’altronde, si sa, il napoletano, come lingua, è una sorta di esperanto.
E così lo spettacolo prende la sua forma definitiva: canzoni, parole, danza, ricordi, battute. Con quattro giovani e talentuose ballerine a completare la parte scenica, Sal Da Vinci si muove sul palco con una naturalezza che gli permette di passare dalla musica al racconto senza soluzione di continuità. A un certo punto viene persino da chiedersi se, durante la serata, abbia dedicato più tempo a cantare o a parlare.
Probabilmente non è questo il punto. Perché anche quando parla, Sal, in qualche modo, continua a cantare, senza spezzare mai il filo del racconto. Lo dimostra perfettamente quando introduce “Una lettera e un mazzo di rose“, una delle tracce più belle del suo ultimo disco. La canzone diventa il pretesto per una piccola riflessione sulla scrittura di un tempo, sulle lettere di carta, sulla lentezza che oggi sembra quasi un lusso.
«Le lettere, ve le ricordate le lettere di una volta? Erano belle, ma erano lente. Roba che quando scrivevi alla ragazzina di quindici anni che ti piaceva tanto, la risposta ti arrivava quando già avevate superato il decimo anno di matrimonio. Mentre, oggi, nella cassetta della posta cosa troviamo? Le bollette! Eppure le lettere erano così belle, ma sono passate di moda. L’unica cosa che non passerà mai di moda, sapete qual è? L’amore».
Una riflessione apparentemente leggera che, nel giro di poche battute, si fa più profonda. Per la poetica di Sal Da Vinci l’amore non è una parola da consegnare all’algoritmo di turno, né una formula da confezionare con l’intelligenza artificiale. E infatti non risparmia di criticare nemmeno chi oggi chiede a ChatGPT di scrivere al posto proprio le frasi romantiche da inviare al fidanzato o alla fidanzata.
Il bersaglio è soprattutto la nostra dipendenza dal telefono, dalla connessione permanente, dalla necessità di essere sempre altrove mentre siamo fisicamente presenti da qualche parte: «Tutto il tempo perso dietro al cellulare, è un cuore che non batte», dice. Sal non ha la pretesa di fare il filosofo. Dice semplicemente quello che pensa. A modo suo, senza troppi giri di parole. Con un linguaggio che non cerca il consenso dei salotti, ma quello della platea.
E poi, naturalmente, ci sono le battute. Perché una serata con Sal Da Vinci senza qualche deviazione comica sarebbe come una canzone napoletana senza sentimento. A un certo punto mette le mani avanti: «Non vorrei urlare troppo, altrimenti qui se si spacca una lampadina o cade una piastrella, ci vogliono un sacco di soldi da pagare». D’altronde, a Leroy Merlin le lampadine e le piastrelle adatte a un castello costano assai.
Le emozioni si susseguono attingendo tanto al repertorio personale quanto alla tradizione musicale napoletana e italiana. Ed è proprio nei due grandi momenti dedicati alle radici e alla memoria che il concerto trova alcuni dei suoi passaggi più convincenti.
Nella prima parte Sal torna alla sua Napoli attraverso “Voce ‘e notte”, “E spingule francese”, “Io mammete e tu” e “Come facette mammeta”, rileggendo questi classici in una chiave quasi da musical. È un omaggio alla città che non ha bisogno di spiegazioni: Napoli non viene raccontata, viene evocata. Bastano una melodia, qualche parola, un arrangiamento e quella particolare maniera di stare dentro le canzoni che appartiene a chi quelle radici non le ha mai recise.
Poi sale a bordo di un’altra macchina del tempo, questa volta costruita con alcune delle grandi canzoni della musica italiana. Sal omaggia, nell’ordine, Renato Zero, con cui sottolinea di aver scritto un intero disco, Claudio Baglioni, Mina e Umberto Tozzi, sulle note di “Cercami”, “Strada facendo”, “Se telefonando”e “Gloria“.
Nel corso della serata tornano alcune espressioni che sembrano quasi diventare un piccolo vocabolario del Sal Da Vinci pensiero: «Evviva l’amore», «Grazie grazie veramente di cuore», «Io continuo ad essere un pendolare sogni», «Posso pure dirvi che ho sudato pure l’acqua del battesimo» e «Sono stato educato a non aspettarmi niente dalla vita». E in effetti è proprio così. Prima del gran finale lasciato a “Rossetto e caffè” e “Per sempre sì”, ripercorre brevemente il suo percorso
La sua è proprio una bella storia. Perché la vittoria di Sanremo non è arrivata dal nulla. È arrivata dopo una vita intera. Dopo anni di lavoro, tentativi, riconoscimenti, porte che si sono aperte e altre che sono rimaste ostinatamente chiuse. Dopo le occasioni mancate e quelle colte al momento giusto. Dopo periodi di grande esposizione e altri in cui sembrava che il rumore intorno al suo nome fosse improvvisamente diminuito.
Sal Da Vinci è un esempio piuttosto efficace di quanto, nel mondo dello spettacolo, il concetto di “arrivare” sia spesso molto più complicato di quanto sembri. La carriera non è una linea retta. È fatta di deviazioni, cadute, ripartenze e attese. E a volte il successo più grande arriva proprio quando hai già imparato a convivere con l’idea che forse non arriverà mai.
Tra i momenti più intensi della serata c’è “Voglio ancora amarti“, canzone dedicata al padre Mario, figura fondamentale nel percorso umano e artistico di Sal. È con lui, infatti, che Sal ha mosso fin da giovanissimo i primi passi nel mondo della musica. Qui il tono cambia. Le battute lasciano spazio alla memoria e il palco, per qualche minuto, sembra diventare un luogo molto più intimo. È uno dei passaggi più toccanti dello spettacolo.
Sul finale, rimane la sensazione di aver assistito non semplicemente a un concerto, ma alla celebrazione di un modo di intendere la musica. Una musica che non ha paura di essere popolare. Che non considera l’emozione un difetto di fabbrica. Che non sente il bisogno di nascondere ciò che agli occhi degli altri può apparire vetusto.
La musica di Sal Da Vinci dà del tu. Qualche volta, quando serve, anche del voi. Ma non rinuncia mai a presentarsi per quello che è, parlando di sentimenti veri e quotidiani, di amore e resilienza, di famiglia e seconde possibilità. Una musica che conserva identità e radici e che, proprio per questo, è riuscita a diventare trasversale: amata al Sud e al Nord, in Italia e anche oltre i confini nazionali. E forse è proprio questo il punto più interessante della serata milanese.
In un’epoca nella quale tutto sembra dover essere continuamente aggiornato, svecchiato, accelerato e trasformato in contenuto social, c’è ancora spazio per una canzone che racconta una lettera, una rosa, un padre, una città, un amore. E c’è ancora un pubblico disposto ad ascoltarla. La memoria, del resto, va allenata, stimolata, sollecitata.
Perché, alla fine, c’è spazio per tutto e per tutti. È giusto, ed è anche democratico, che ognuno possa riconoscersi nella musica che sente più vicina, anche per le canzoni che sul finale cambiano tonalità. Sal Da Vinci, intanto, il suo castello se l’è preso davvero. E dal palco di Milano ha ricordato a tutti una cosa molto semplice: qualche volta, per vincere, non serve diventare qualcun altro. Serve soltanto avere il coraggio di continuare a essere se stessi.
Sal Da Vinci, la scaletta del concerto di Milano
- Non riesco a farti innamorare
- Fuga d’amore
- Poesia
- Una lettera e un mazzo di rose
- D’istinto e di cuore
- Amore
- L’amore e tu
- Orologio senza tempo
- Non è vero che sto bene
- Pessimi pensieri
- Nanà
- Napoli
- Il cielo blu di Napoli
- Il mercante di stelle
- Voce ‘e notte
- E spingule francese
- Io mammete e tu
- Come facette mammeta
- Voglio ancora amarti
- Cercami
- Strada facendo
- Se telefonando
- Gloria
- Rossetto e caffè
- Per sempre sì