Sanremo 2026, le pagelle in diretta dell’ultima serata

Sanremo Pagelle

Sta per concludersi il Festival di Sanremo 2026, commentiamo in diretta le esibizioni con le nostre pagelle della quinta e ultima serata in continuo aggiornamento

L’Italia torna a sintonizzarsi con il palco dell’Ariston per l’ultimo appuntamento di Sanremo 2026, giunto alla sua 76esima edizione. Ecco dunque le pagelle dell’ultima serata, in onda sabato 28 febbraio.

Sanremo 2026, le pagelle dell’ultima serata

Francesco Renga – “Il meglio di me: Renga fa Renga, anzi, torna finalmente a farlo in grande spolvero. Possiamo definirlo un ritorno convincente, dopo un paio di passaggi festivalieri meno centrati, in cui sembrava mancare quella scintilla che invece qui riaffiora con naturalezza. Il brano racconta una nuova consapevolezza, il coraggio necessario per riconoscerla e per abitarla davvero. Un tema che, sia per sensibilità che per anagrafica, risulta assai nelle sue corde, restituito con sincerità e mestiere. Voto 7

Chiello – “Ti penso sempre: Premesso che Chiello a me piace, proprio perché ha un modo tutto suo, riconoscibile, fragile e storto al punto giusto. Ma il pezzo con cui debutta a Sanremo mi lascia un po’ di stucco. Non ne ho afferrato fino in fondo la direzione, sembra un compromesso tra le sue ballate più intime e la tentazione di spingere su qualcosa di uptempo, quasi nel tentativo di accontentare tutti senza accontentate davvero qualcuno. E il rischio è quello di restare in mezzo. C’è materiale, c’è sensibilità, ma la canzone sembra chiedere più tempo per essere decifrata. Troppo per una settimana. Voto 6

Raf – “Ora e per sempre: Classica, forse troppo, soprattutto se si considera che il brano è stato scritto a quattro mani con il figlio Samuele, classe 2000. Proprio per questo ci si sarebbe potuti aspettare un vero incontro tra generazioni, un dialogo musicale capace di mescolare sensibilità diverse, presente e memoria, passato e futuro. E invece il pezzo sceglie di percorrere una strada che guarda quasi esclusivamente al secolo passato, tra sonorità e soluzioni che sanno più di nostalgia che di evoluzione. Tutto sommato resta una canzone gradevole, ben confezionata, persino tenera, ma piuttosto prevedibile. La prova dal vivo risulta però buona e merita un’abbondante sufficienza, anche per rispetto di una carriera importante e indiscutibile. Voto 6.5

Bambole di Pezza – “Resta con me: L’unica band di quest’anno, la prima tutta al femminile della storia del Festival. Queste sono le Bambole di Pezza. Pezzo classic rock con passaggi pop molto forti, tra cui l’incisivo ritornello. L’impatto visivo fa sicuramente la differenza, il contrasto tra ciò che si vede e ciò che si sente. Il pubblico mainstream non le conosce o ne ha sentito vagamente parlare, ma le Bambole meritano questo palco e fin qui han fatto molto bene. Voto 7

Leo Gassmann – “Naturale: Leo ha un timbro che ho sempre trovato bello, pulito, graduale nella sua potenzialità. Ma per far emergere davvero la sua identità ha bisogno di pezzi più personali, di canzoni che siano cucite addosso a lui, non di brani che potrebbero tranquillamente finire in bocca a qualunque altro collega. La combinazione tra vocalità e proposta musicale lascia qualche perplessità, perché manca quel dettaglio distintivo, quel tratto che faccia dire: “questo è Gassmann”. Se passasse in radio, onestamente, non sono sicuro che riuscirei a riconoscere l’interprete. E questo è tutto fuorché naturale. E questo è il vero problema. Voto 5

Malika Ayane – “Animali notturni: Una Malika nuova, sorprendente, quella che torna a fare capolino sul palco dell’Ariston. Da un’artista che ha già attraversato diversi Sanremo, mi sarei aspettato tutt’altro. Qualcosa di più prevedibile, magari più “comodo”. E per fortuna non è affatto così. Malika osa. Si mette in discussione con la naturalezza di chi, tecnicamente, non ha più nulla da dimostrare. Proprio per questo può permettersi il lusso più raro: mostrarci un lato inedito di sé. Bella la scelta di cantare con il microfono col filo, come si faceva una volta. La sua evoluzione resta coerente, è un passo avanti naturale. E in un contesto che privilegia le zone di comfort, il coraggio va riconosciuto. Ecco a voi una nuova Malika. Una Malika più libera e decisamente più cool. Un pezzo che omaggia Ornella Vanoni senza scimmiottarla e senza neanche citarla apertamente. Voto 7.5

Tommaso Paradiso – “I romantici: Un brano che porta la firma riconoscibile di Paradiso, costruito insieme a un team autorale di tutto rispetto, con Davide Petrella e Davide Simonetta, veri hitmaker della musica italiana contemporanea. Ed è forse proprio per questo che ci si sarebbe potuto aspettare di più. Non tanto una rivoluzione, quanto un guizzo inatteso, una svolta capace di sorprendere. Invece la canzone fa esattamente ciò che promette, senza rischiare e osare davvero. Anche se, va detto, tutto è comunque fatto molto bene. Una dose piena di scuola romana, con qualche eco che rimanda a Dalla e qualche intuizione melodica che strizza l’occhio a “Le tasche piene di sassi” di Jovanotti. Non spiazza, ma funziona. Voto 7

J-Ax – “Italia Starter Pack: E il country puro approdò a Sanremo. J-Ax torna sul palco dell’Ariston, questa volta da solista, dopo la parentesi del 2023 con gli Articolo 31. E lo fa esattamente a modo suo: con un brano che mescola ironia, costume e chitarre da saloon, anticipando l’uscita di un intero progetto a tema country. Il risultato è una potenziale hit: leggera ma non vuota, capace di far sorridere e, sotto sotto, anche riflettere. Un’operazione curiosa, fuori dagli schemi, che funzionerà molto bene fuori dal contesto festivaliero. Voto 6.5

LDA & Aka 7even – “Poesie clandestine: È un amore viscerale, carnale, quello che i due Luca’s portano in gara: entrambi al loro secondo Sanremo, ma questa volta insieme, in una coppia che incuriosisce. Entrambi hanno una personalità ben definita, eppure le loro voci stanno molto bene insieme… si fondono in maniera molto credibile e si valorizzano a vicenda. Voto 7

Serena Brancale – “Qui con me: È una lettera aperta, intensa, dedicata a quella che la stessa Serena Brancale definisce la persona più importante della sua vita: sua madre, scomparsa nel 2020. E si sente. Si sente tutto. Un’emozione piena, autentica, che non ha bisogno di artifici per arrivare. È un lato nuovo, soprattutto per il grande pubblico, che forse fino ad ora aveva intravisto solo una parte del suo mondo. Qui invece emerge tutta la profondità, la fragilità, la verità. Serena è talmente brava da sembrare fuori gara. Se non ti senti toccato e non ti commuovi con “Qui con me”, allora vuol dire che sei un rettiliano. Punto. Voto 9

Patty Pravo – “Opera: Canzone nata da un sogno, come avrà ripetuto già almeno un centinaio di volte la stessa Patty Pravo. Il messaggio è chiaro e universale: siamo tutti opere d’arte. E chi meglio di lei, musa eterna e icona fuori dal tempo, può incarnare e trasmettere un’idea del genere? “Opera” è un brano orchestrale e melodico, elegante nella sua linearità, senza particolari complicazioni concettuali. L’eterna Ragazza del Piper celebra così i suoi sessant’anni di carriera: semplicemente, proprio come canta nel ritornello. L’esibizione dal vivo è comunque buona, per lei che negli ultimi anni ci aveva abituato ad esecuzioni in balenese dei suoi pezzi. Un plauso per il coraggio di rimettersi in gioco. Per il resto, la canzone appartiene a un’epoca lontana anni luce dai giorni nostri. Voto 6

Sal Da Vinci – “Per sempre sì: E qui casca l’Ariston! Sal Da Vinci torna a Sanremo e lo fa senza mezze misure: ritmo e melodramma, proponendo un pezzo a metà strada tra Ricky Martin e Nino D’Angelo, quello con il caschetto biondo platino degli anni ’80. Questo pezzo lo sentiremo ovunque da qui ai prossimi due o tre anni, un po’ come è successo con “Rossetto e caffè”. Lo trasmetteranno persino le lavatrici, i termosifoni e i rubinetti dei lavandini. Sarà la colonna sonora di qualsiasi falò di confronto a Temptation Island e i matrimoni non saranno più gli stessi. E per un po’ ci toglieremo dalle orecchie “Perfect” di Ed Sheeran. D’altronde, Sal non è nuovo a certe imprese: nel 2009 sfiorò la vittoria arrivando terzo con “Non riesco a farti innamorare”. Erano altri tempi, altri Festival, certo. Ma staremo a vedere…. non succede ma se succede…. Voto 8

Elettra Lamborghini – “Voilà: Sottotitolo: “Viva viva viva la Carrà”. Un omaggio leggero, divertito e divertente, proprio come sarebbe piaciuto a Raffaella. Elettra Lamborghini torna a Sanremo dopo l’esordio del 2020 e, in un certo senso, il tempo sembra essersi fermato: stessa attitudine giocosa, stesso desiderio di trasformare l’Ariston in una festa. Buona performance, si nota una crescita. Una perfetta via di mezzo tra Dua Lipa e Valeria Marini. Voilà. E il resto scompare. Voto 6.5

Ermal Meta – “Stella stellina: L’attualità irrompe sul palco dell’Ariston, e questa sera si sente ancora di più. Ermal Meta porta a Sanremo una storia che inevitabilmente si lega con le cronache del fronte israelo-palestinese. Il cantautore dà voce a un uomo che cammina tra le strade di Gaza e si imbatte in una bambola, oggetto che diventa un detonatore emotivo: apparteneva a una bambina che non c’è più. E da lì parte tutto. A rendere il brano ancora più potente c’è una produzione straordinaria firmata Dardust, che trasforma quella che poteva diventare l’ennesima ballad di questo Sanremo, in un pezzo che si avvicina di parecchio alla world music. “Stella stellina” è scritta con grazia, prodotta con intelligenza, e soprattutto capace di affrontare un tema che non è affatto scontato. Un doppio rischio, perché se sbagli ad affrontare certi argomenti, sbagli due volte. Quindi, chapeau. Voto 8.5

Ditonellapiaga – “Che fastidio!: Se chiudi gli occhi senti Miss Keta, se li apri vedi Francesca Cacace de La Tata. Il brano di Ditonellapiaga gioca sull’ironia, sull’impertinenza, su una sfacciataggine volutamente provocatoria. Sulla carta è tutto abbastanza chiaro: un pezzo che vuole essere leggero, pungente, divertito, adatto per le radio. Il punto è uno solo: con i cori dal vivo perde rispetto alla versione in studio. Bello l’arrangiamento, bella la messa in scena, ma non ci siamo per un pezzo sovraprodotto che dal vivo subisce un’inevitabile modifica di intenti. Il punto è che non siamo all’Eurovision. Insomma, conta la canzone e non solo lo staging. Voto 5

Nayt – “Prima che: Bel flow. Nayt debutta al Festival con una prova di maturità, approdando al mainstream senza snaturarsi, senza annacquare il suo linguaggio, portandosi dietro tutto il suo mondo. Il testo è importante, tutt’altro che banale, e si incastra alla perfezione in una produzione asciutta, elegante, essenziale e impeccabile firmata Zef. L’orchestra e i coristi impreziosiscono la performance e rendono il pezzo emotivamente al top. Voto 6.5

Arisa – “Magica favola: Arisa è Arisa, e su questo non si discute. Una presenza che a Sanremo ha sempre senso, perché porta con sé voce, intensità e un modo unico di stare dentro le parole. Il suo ritorno è cosa buona e giusta, anche se il brano vive di luci e ombre. Sul piano del testo, c’è poco da dire: è un racconto vero, quasi un bilancio esistenziale, scritto con delicatezza e misura. C’è qualcosa di fiabesco nel modo in cui si snoda, e nel finale arriva persino un respiro più epico, come se la canzone provasse ad alzarsi in volo. Ergo, le strofe sono più forti del ritornello. Resta comunque una prova solida, elegante, da interprete vera. Voto 7.5

Sayf – “Tu mi piaci tanto: Quella che porta in gara Sayf è una fotografia nitida di un momento: un brano che usa l’amore non come fine ultimo, ma come lente per raccontare situazioni, inquietudini, stati d’animo. È una canzone che parla anche dell’Italia, osservata di sbieco, con uno sguardo giovane ma tutt’altro che superficiale. Le strofe si muovono su un terreno curioso, a metà strada tra il gusto narrativo di Paolo Conte e le geometrie eccentriche di Max Gazzè, mentre il ritornello sembra sospeso in un limbo più contemporaneo, tra il linguaggio crudo di Ghali e quello più provocatorio di Rosa Chemical. Reference a parte, Sayf se l’è studiata bene la performance, si muove e canta molto bene, tanto che definirlo semplicemente un rapper sarebbe riduttivo. C’è scrittura, c’è visione, c’è un’identità che va oltre le etichette. E poi c’è il ritornello: uno dei più martellanti e immediati di questa edizione. Tutto fatto bene. Voto 7

Levante – “Sei tu: Un brano molto fisico, quasi epidermico, che trasforma lo stato d’animo in materia: l’amore che diventa corpo, il dolore che si fa pelle, la nostalgia che pesa nello stomaco. Levante torna a Sanremo per la terza volta con una canzone costruita su un arrangiamento dal sapore analogico, capace di rendere tutto più organico e umano. Proprio come l’amore stesso. È un pezzo coerente in ogni sua scelta: per come è pensato, scritto, cantato e suonato. Racconta il bisogno di dare un nome alle emozioni attraverso un elenco di sensazioni fisiche, come se il linguaggio del corpo fosse l’unico davvero sincero quando le parole non bastano più. Voto 6.5

Fedez & Marco Masini – “Male necessario: Fedez apre cantando. E per chi si aspettava solo barre e incastri, è già una sorpresa. Il rap arriva più avanti, nella seconda strofa, con uno dei passaggi più taglienti del pezzo: “La gente pudica giudica, che brutta gente che frequenta Fedez, ma si dimentica sempre che Giuda se la faceva con gente per bene”. Per il resto, Marco fa Masini, e lo fa nei migliori dei modi. Il risultato? Un incontro riuscito tra due generazioni. Senza dubbio, rimane uno dei brani da battere. Voto 8

Samurai Jay – “Ossessione: Un J Balvin in salsa vesuviana: c’è un’anima latina evidente, contaminata con elettronica e urban. Il ritmo è ipnotico, pulsante, costruito per entrare in testa al primo ascolto. Non è difficile immaginare “Ossessione” trasformarsi in un tormentone social: ha tutte le caratteristiche che potrebbero portarla a spopolare su TikTok. Il richiamo a “Halo”, il singolo che lo ha consacrato con numeri importanti e una certificazione oro, è inevitabile. Bello il passaggio rallentato che trasforma il ritmo da salsa a bachata. Voto 6.5

Michele Bravi – “Prima o poi: In questo pezzo, la voce appare come una carezza sull’anima, di quelle che ti riportano subito dentro, anche quando pensavi di essere già altrove. La struttura del brano non annoia, anzi, scorre con eleganza. Il testo, scritto insieme al giovane e talentuoso Rondine (uno di quelli da tenere d’occhio), aggiunge profondità e delicatezza. Tutto si muove in un crescendo emotivo ben dosato e teatrale. Voto 7

Luchè – “Labirinto: La canzone c’è, ma è piuttosto difficilotta per essere intonata da un artista che del canto non ha fatto la propria cifra stilistica. C’è del lavoro di certo. Ma la parte rappata entra dalla seconda strofa e il ritornello, ripetuto e ben calibrato, funziona e resta in testa senza forzature. Almeno nella versione in studio. Dal vivo, invece, c’è qualquadra che non cosa. Voto 5.5

Tredici Pietro – “Uomo che cade: La performance, seppur non perfettissima, restituisce al pezzo una verità che al primo ascolto non si era riuscita a cogliere nella sua interezza. Il brano non somiglia a molto altro in gara, e proprio questa sua diversità lo rende originale, fuori dai binari più prevedibili. Il ritornello è uno dei migliori in gara e gli archi sono un dettaglio elegante e riuscito. Voto 6.5

Mara Sattei – “Le cose che non sai di me: Flusso naturale, senza artifici. Mara Sattei porta al Festival una dedica d’amore intima e autobiografica, ma senza quel guizzo che ci si sarebbe aspettati alla seconda timbratura di cartellino sanremese. Non si può certo parlare di un brano sbagliato, anche perché lei lo canta molto bene, forse un po’ debole sì. Lei avrebbe dovuto puntare su qualcosa di diverso rispetto a quanto proposto nella sua precedente esperienza festivaliera. Ma se la porta a casa, come un compito ben eseguito. Insomma, non aggiunge e non toglie nulla. Voto 6

Dargen D’Amico – “Ai Ai: È un pezzo “matrioska” quello che Dargen D’Amico porta al suo terzo Sanremo: una canzone che si apre a strati, che non si concede tutta subito, ma che sembra destinata a finire qui. Il problema è che “Ai Ai” non è “Onda alta”, che a sua volta non era “Dove si balla”. E in questa settimana no, non mi ha convinto. L’appello lo lasciamo dunque al tempo. Voto 4

Enrico Nigiotti – “Ogni volta che non so volare: Il coraggio di portare a Sanremo una canzone senza ritornello. “Ogni volta che non so volare” suona subito come un pezzo importante, una ballata molto cantautorale, dalla struttura atipica, che riflette sul tempo. Il testo, scritto in collaborazione con Pacifico, un nome una garanzia, emoziona dal vivo, anche grazie all’ausilio di un’orchestra che diventa parte integrante della performance. Un bel ritorno al Festival. Voto 7

Maria Antonietta & Colombre – “La felicità e basta: Bel debutto sanremese per Maria Antonietta e Colombre, con una produzione di Katoo davvero interessante, curata e fuori dai binari più prevedibili del Festival. Il loro non è un classico pezzo d’amore, o meglio, lo è, ma in una direzione diversa: un amore rivolto a se stessi, alla propria libertà, alla possibilità di essere felici. È una canzone che parla di felicità come obiettivo da conquistare, non come premio preconfezionato. In un mondo che continua a venderci falsi miti, tipo il benessere personale che equivarrebbe a quello economico, la risposta del duo è tutta in quel ritornello spiazzante e geniale: “Baby, facciamo insieme una rapina”. Una provocazione tenera e ironica, un modo per dire: non aspettiamo che la felicità ci cada addosso dal cielo, prendiamocela noi. Un brano intelligente, fresco, che si distingue. Voto 8

Eddie Brock – “Avvoltoi: “Avvoltoi” non è mica “Non è mica te”. E questa è stata una scelta più che saggia. Eddie Brock vira verso atmosfere più pop e meno indie, senza scimmiottare il pezzo che abbiamo ancora tutti nelle orecchie. Qui nelle prove ha spinto forse troppo, ma il pezzo c’è, così come la sincerità, la crescita, e anche un dettaglio che resta: il bell’assolo di chitarra sul finale, oltre il “nanananana” che crea sempre la giusta atmosfera e fa sempre la sua porca figura. Voto 7

Scritto da Nico Donvito
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