A tu per tu con l’eclettica band, in gara a Sanremo Giovani 2019 con il brano intitolato “Tsunami”

Un gruppo coeso e compatto, oserei dire d’altri tempi, stiamo parlando degli Eugenio in Via Di Gioia, al secolo: il cantante Eugenio Cesaro, il tastierista Emanuele Via, il batterista Paolo Di Gioia e il bassista Lorenzo Federici. “Tsunami” è il titolo del brano che concorrerà alla finalissima di Sanremo Giovani 2019, in onda in prima serata su Rai Uno il prossimo 19 dicembre. Alla vigilia di questo importante appuntamento, abbiamo raggiunto telefonicamente il frontman della band per scambiare una piacevole chiacchierata.

Ciao Eugenio, benvenuto. Partiamo da “Tsunami”, brano con cui parteciperete alla finalissima di Sanremo Giovani 2019, cosa racconta?

«“Tsunami” racconta innanzitutto questa onda anomala di notizie da cui veniamo travolti tutti i giorni, la stessa onda che le persone creano a volte inconsapevolmente per sentirsi vive. Il messaggio che abbiamo voluto lanciare attraverso questa canzone, in particolare dallo special in poi, è quello di proporre all’ascoltatore di diventare anche lui stesso un’onda, intesa come veicolo di positività, un augurio che le persone possano ritrovare un senso di comunità, che si rimettano in ballo in qualche modo, abbandonando l’indifferenza che sempre più spesso accompagna la nostra società».

Quali sono gli aspetti dell’attuale società che vi fanno sentire come “Lego in mezzo al traffico di Playmobil”?

«Proprio questa estrema semplificazione a cui siamo esposti, come fossimo in una pellicola davanti ad una foto completamente bianca, a furia di semplificare stiamo rischiando davvero di eliminare una serie di elementi che appartengono alla complessità da cui non possiamo prescindere. Fruendo noi stessi in maniera facilitata corriamo il rischio di pensarla facile, sottovalutando alcune situazioni, è questo un po’ il dramma del nostro tempo, quello che ci fa sentire impotenti quando lo tsunami di notizie, oppure quello vero e proprio dei cambiamenti climatici, ci travolgono».

C’è una frase che meglio rappresenta questa vostra canzone?

«Ci dovrei pensare, proprio perché è molto iconica, sicuramente è una canzone che ha molte immagini, proprio come facevi riferimento tu ai Lego e a Playmobil, poi c’è Steve Jobs, oppure il riferimento allo stesso “The Truman Show”. Ci sono tante frasi che sono molto evocative, su tutte forse il ritornello “guarda lo Tsunami che travolge la città”, nel dubbio “cha cha cha” (sorride, ndr), a parte gli scherzi quello è un elemento onomatopeico che ci piace perché rappresenta molto bene il senso d’indifferenza, riassumendolo in poche lettere».

Dal punto di vista musicale, invece, avete optato per un pezzo dalle sonorità belle potenti, come mai avete scelto questo pezzo rispetto a una più rassicurante ballad?

«Perché in tre minuti dovevamo cercare di riassumere l’anima degli Eugenio in Via Di Gioia, ci sembrava doveroso dare voce a tutta la nostra energia, quella che ci contraddistingue soprattutto nella dimensione live. Effettivamente, guardando i numeri, le nostre canzoni più “famose” e maggiormente cantate sono proprio due ballad, “Altrove” e “Chiodo fisso”, abbiamo optato per un brano uptempo proprio per convincere le persone con la nostra energia. E’ stata una scelta abbastanza poco pensata ma, col senno di poi, indubbiamente la migliore».

Facciamo un salto indietro nel tempo, come vi siete conosciuti e quando avete deciso di mettere in piedi il vostro gruppo?

«Ci siamo conosciuti in periodi diversi della nostra vita, personalmente ho incontrato Paolo alle superiori, abbiamo iniziato a suonare inieme in uno di quei classici gruppetti adolescenziali. Successivamente abbiamo smesso di frequentarci durante il periodo universitario, dove ho conosciuto Emanuele, insieme abbiamo iniziato a suonare per strada. Infine l’incontro con Lorenzo avvenuto a Londra, per cui ci sono stati momenti diversi e altamente importanti».

Quali ascolti hanno ispirato e influenzato il vostro percorso?

«All’inizio della nostra carriera, sembra assurdo, ma abbiamo passato parecchie ore in macchina ad ascoltare tantissima musica, insieme tutti e quattro. La cosa incredibile è che abbiamo scoperto di ascoltare cose molto simili e all’epoca non molto conosciute, come ad esempio il bellissimo disco “Filo d’erba” di Bianco. Un esordio abbastanza localizzato in Torino e dintorni (sorridono, ndr), per poi ampliare l’ascolto ai cd che avevamo in casa, quindi un po’ di prog, un po’ di Ennio Morricone, un po’ di Red Hot Chili Peppers, un po’ di tutto».

Prossimi progetti in cantiere per il 2020?

«Nel 2020 ci sono tantissime cose, in primis il tour che abbiamo organizzato lo scorso autunno, prima ancora di iscriverci a Sanremo Giovani. Partirà a marzo, andremo a Torino, Milano, Bologna e Roma, francamente non vediamo l’ora. Poi ci sarà sicuramente la piantumazione della nostra foresta che abbiamo da poco realizzato, anziché fare il videoclip di una nostra canzone abbiamo deciso di piantare una foresta insieme ai nostri fan, abbiamo raccolto il budget necessario per cominciare a realizzarla ad aprile, il periodo giusto. Poi ci saranno tantissime altre cose, non ci fermiamo mai, abbiamo fin troppo la testa che và sempre avanti».

Come state vivendo l’attesa per la finalissima di Sanremo Giovani?

«La stiamo vivendo in parte molto bene, essendo una squadra riusciamo a smorzarci le tensioni a vicenda, a farci forza l’un l’altro, in parte con grande presa di coscienza perché è un momento importante della nostra carriera. Da sei anni a questa parte suoniamo insieme, ma non abbiamo fatto un vero e proprio passo più lungo della gamba, abbiamo sempre avuto una crescita graduale e lineare, un po’ come se stessimo salendo su una scala, ogni due o tre mesi succedeva qualcosa, in modo cadenzato. Sanremo Giovani vuol dire arrivare in un unico momento ad un grande pubblico, per noi è un po’ come cominciare a fare i conti con qualcosa di grosso».

Al di là della vittoria e della conseguente possibilità di calcare il palco dell’Ariston, quale sarebbe per voi il riconoscimento più bello che potreste trarre da questa esperienza?

«Una cosa che ci è mancata nel nostro percorso sino ad oggi è sicuramente il riconoscimento da parte dei nostri genitori per lo sforzo che in questi sei anni abbiamo fatto per crescere, come dicevo prima, in maniera graduale. Molto spesso si giudica il percorso del musicista quasi come se fosse un hobby, a meno che tu non passi per un canale mediatico  come quello dei talent show o come Sanremo, allora sì che vieni battezzato come un cantante di professione. Ecco, una cosa che ci piacerebbe molto è che da questa esperienza le persone attorno a noi capissero che facciamo sul serio, compresi gli addetti ai lavori.

Sai, nella musica noi ci mettiamo sempre un pizzico di ironia, soprattutto i nostri primi album erano a metà tra il teatro e la canzone, quello che vorremmo è che gli addetti ai lavori recepissero questo nostro prenderci poco sul serio non come sinonimo di inadeguatezza, bensì di leggerezza. Mi piacerebbe che venisse colta sia l’ironia ma anche la maturità che sta dietro certe frasi che non sono buttate lì a caso, le stesse che a prima vista possono sembrare superficiali. Andare più in profondità, non fermarsi in superficie».

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Nico Donvito

Appassionato di scrittura, consumatore seriale di musica italiana e spettatore interessato di qualsiasi forma di intrattenimento. Innamorato della vita e della propria città (Milano), ma al tempo stesso viaggiatore incallito e fantasista per vocazione.

Di Nico Donvito

Appassionato di scrittura, consumatore seriale di musica italiana e spettatore interessato di qualsiasi forma di intrattenimento. Innamorato della vita e della propria città (Milano), ma al tempo stesso viaggiatore incallito e fantasista per vocazione.

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