Sanremo Giovani, conosciamo meglio Federico Angelucci – INTERVISTA

A tu per tu con il poliedrico artista umbro, in gara tra i ventiquattro finalisti con “L’uomo che verrà”

 Federico Angelucci L'uomo che verràE’ un Federico Angelucci carico di energia ed adrenalina, quello che abbiamo avuto il piacere di incontrare alla vigilia dell’importante appuntamento di Sanremo Giovani, in onda questa sera venerdì 21 dicembre su Rai Uno. Le emozioni si sprecano, sfiorando la commozione, proprio come accade nel brano “L’uomo che verrà”, composto con Michele Centonze e Daniela Pes, un pezzo che per l’artista di Foligno rappresenta un nuovo inizio, dopo la positiva e vittoriosa partecipazione a “Tale e quale show”

Ciao Federico, partiamo da “L’uomo che verrà”, brano con cui parteciperai alla finalissima di Sanremo Giovani, com’è nato e cosa rappresenta per te?

«E’ nato in studio, eravamo reduci da una cena in cui era ospite una signora in stato interessante, presi dai nostri deliri creativi ci siamo messi a riflettere su cosa potesse avvertire un bambino nella pancia di una mamma. Da lì abbiamo buttato giù questo testo, una sorta di dialogo immaginario tra un bimbo e la donna che lo sta per mettere al mondo, un’esortazione per non diventare il solito cliché dell’errore compiuto dall’umanità. E’ un brano molto intimo, dato il tema abbiamo cercato di ricreare sonorità avvolgenti e calde, proprio come può essere la placenta. Per me rappresenta un vero e proprio esordio discografico, il mio biglietto da visita».

Dal punto di vista del testo, c’è una frase che secondo te rappresenta al meglio il brano?

«In realtà c’è una parola su cui ci siamo soffermati parecchio: stereotipo (ride, ndr), che sostanzialmente è molto ostica da cantare, già nel parlato non è facile da pronunciare, figuriamoci dal punto di vista melodico. Lavorandoci sopra ci siamo riusciti e, paradossalmente, poi è diventata la mia preferita».

A livello musicale, invece, credi che le sonorità di questo pezzo rappresentino al meglio la tua identità artistica e mettano in risalto la tua timbrica vocale? 

«Assolutamente sì, non avrei potuto immaginare un esordio diverso se non con questo tipo di sonorità avvolgenti. Affacciarmi nella discografia scatena in me una serie di emozioni contrastanti, tra cui anche ansia e preoccupazione, questi suoni così caldi mi abbracciano, mi proteggono e mi rassicurano. La considero una scelta voluta sia da me che dal destino, anche in questo caso il fato ha sicuramente giocato la sua parte».

Cosa avete voluto trasmettere attraverso le immagini del videoclip?

«Il video ha un ruolo fondamentale, di pari passo accompagna il significato della canzone, protagonista è questa mamma con il suo bel pancione. Le donne partoriscono gli uomini, gli uomini partoriscono le guerre, questo è il messaggio che abbiamo voluto racchiudere».

A questo punto mi viene spontaneo chiedertelo: che tipo di bambino sei stato?

«Ero un bambino irruente e lo sono tutt’ora (ride, ndr), sono sempre stato pieno di energie, con gli anni mi sono un po’ quietato, ma rimango fondamentalmente un sognatore. Devi sapere che io sogno solo mentre canto, la mattina quando mi sveglio non ricordo mai nulla, sembrerà assurdo ma è così. Quando salgo sul palco e prendo in mano un microfono mi lascio andare al punto che, una volta finita l’esibizione, non ricordo quasi niente, in quei momenti mi sembra di vivere come in una fase di profondo sonno. Potrebbero sembrare delle fregnacce (ride, ndr), ma ti assicuro che sto dicendo la verità».

Lo scorso anno, dopo un periodo di silenzio, torni alla ribalta grazie a “Tale e quale show”. Cosa ha rappresentato questa nuova avventura televisiva e quanto è stato importante per te Carlo Conti?

«Guarda, questa è stata un’esperienza per me importantissima, come dico sempre: ad “Amici” ho esordito, a “Tale e quale” sono nato. Devo molto a Carlo Conti, ha creduto in me dopo un percorso particolare, non posso che essergli grato per sempre, in più è una persona davvero garbata, oltre che professionale e istituzionale, perché rappresenta un’azienda come la Rai». 

Dopo aver interpretato tante cover, che effetto ti fa presentarti come Federico, con un brano così importante che mette in risalto veramente chi sei, senza trucco e senza inganno?

«Ecco mi hai fatto emozionare (sorride, ndr), è davvero bello, non mi vengono le parole per spiegartelo bene. E’ stato un percorso di costruzione lento, lentissimo, non so se mi merito tutto questo, ma posso dirti che mi sento a mio agio, che sono pronto a mettermi in gioco proprio in questo momento della mia vita, con un brano talmente sofisticato che mi regala una gioia indescrivibile».

Sono convinto che l’emozione tocchi tutti i finalisti di Sanremo Giovani, in ogni intervista ho provato a calarmi nei vostri panni, ma nel tuo caso è doppiamente difficile immaginare cosa starai provando, perché la notizia per te arrivata in extremis, quando ormai non ci speravi più. Che sapore ha questa nuova opportunità?

«Dimmi la verità, vuoi farmi piangere? Ormai avevo abbandonato completamente l’idea quando, un bel giorno, ero a letto ammalato, con la febbre e la bronchite, immaginati la scena (ride, ndr). All’improvviso ricevo la chiamata del mio produttore che mi dice: “Federico, mi hanno chiamato da Sanremo, hanno escluso purtroppo una persona e hanno scelto te. Bisogna dare una risposta in cinque minuti”. Ovviamente ho detto sì, siamo partiti nel cuore della notte, con una tormenta di neve in atto, abbiamo attraversato l’Italia da Foligno fino a Sanremo, con questo sogno in tasca appena rifiorito, quando sembrava ormai appassito».

Invece ci sei, fai parte dei finalisti e, proprio come gli altri ventitré, te la giochi fino in fondo. A tal proposito, mi incuriosisce chiederti il ragionamento che ti ha spinto a scegliere il brano da portare a Sanremo Giovani e quello da “lasciare nel cassetto”. Quali sono state le valutazioni?

«Il ragionamento che ho fatto è stato molto personale, dopo essermi esibito a “Tale e quale” con varie maschere ho voluto portare me stesso. Abbiamo riflettuto sul come volessi presentarmi per la prima volta dopo anni di assenza, “L’uomo che verrà” è la fotografia che meglio rappresenta questo mio lungo percorso di ricerca, non è stata una scelta presa in base al brano più forte. L’altro pezzo appartiene ad un altro mondo, ma contiene al suo interno lo stesso tipo di ricercatezza».

A questo punto è lecito domandarselo: in che direzione andrà la tua musica?

«Nella direzione del cuore? (ride, ndr) Guarda, come dice il mio produttore Michele Centonze, in musica riesco ad essere abbastanza imprevedibile, sicuramente abbraccerò nuove dimensioni mantenendo la stessa voglia di dare il massimo. Da alcuni anni sto lavorando ad un progetto internazionale, il mio album è praticamente pronto, in scaletta ci saranno brani in italiano, spagnolo e inglese». 

Al di là della vittoria e della conseguente possibilità di calcare il palco dell’Ariston, quale sarebbe per te il riconoscimento più importante?

«Mi ritrovo catapultato in questa dimensione, con questa notizia ancora da elaborare, in un turbinio di immense emozioni, non riesco ancora a crederci. La vittoria più importante? Beh, quando ho saputo della notizia che sei dei ventiquattro avranno la possibilità di fare questo tour internazionale, sono rimasto senza parole. Una cosa pazzesca, io punto a quello, Sanremo c’è tutti gli anni (ride, ndr)». 

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Nico Donvito

Appassionato di scrittura, consumatore seriale di musica italiana e spettatore interessato di qualsiasi forma di intrattenimento. Innamorato della vita e della propria città (Milano), ma al tempo stesso viaggiatore incallito e fantasista per vocazione.

Nico Donvito

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