A tu per tu con la band romana, in gara a Sanremo Giovani 2019 con il brano “Il viaggio di ritorno

La musica unisce e non tradisce, ne sanno qualcosa i quattro componenti dei Réclame, band che sarà protagonista della finalissima di Sanremo Giovani 2019, in onda giovedì 19 dicembre in prima serata su Rai Uno. Marco Fiore, Gabriele Roia, Edoardo Roia e  Riccardo Roia sono pronti a presentare al grande pubblico il brano “Il viaggio di ritorno”, un’interessante analisi sociale in musica che strizza l’occhio alla canzone d’autore, attualizzando e contestualizzando le loro influenze del passato. Alla vigilia di questo importante appuntamento, abbiamo raggiunto telefonicamente il frontman del gruppo, per approfondire la loro sconoscenza. 

Ciao Marco. benvenuto. Partiamo da “Il viaggio di ritorno”, brano con cui partecipate alla finalissima di Sanremo Giovani 2019, cosa racconta?

«La fiumana di individui che compongono l’umanità, con i propri vizi e le proprie contraddizioni, persone diverse unite dal desiderio di raggiungere un proprio cambiamento di vita. Tuttavia questo obiettivo si scontra con le contraddizioni insite tipiche di questa società, pur volendo a volte non si ha la forza di evadere e di ribellarsi a quello che c’è intorno, questo è un po’ lo specchio generale di quello che abbiamo voluto raccontare».

Lo specchio di una società logora e priva di valori, quali sono secondo te i lati positivi e quelli negativi dell’attuale epoca in cui viviamo?

«Personalmente, essendo pessimista di mio, tendo a vedere più i lati negativi rispetto a quelli positivi, tra i primi che mi vengono in mente ci sono questa sorta di violenza, di rabbia e soprattutto, questo svilimento generale dell’individuo, almeno per come lo vedo e percepisco io. Da un lato c’è una grande propensione per l’ego individuale, una grande voglia di primeggiare sul prossimo, oggi come oggi tutto questo è molto più amplificato perché i valori dell’esistenza odierna sono strettamente legati all’apparire, al denaro e al raggiungimento della fama. Questo è tratteggiato all’interno del brano, un avvilimento generale dei valori, in particolare nella seconda strofa alcuni versi si riferiscono a tutta questa situazione, dalla perdita di un’ideologia politica alla mancanza di moralità, più in generale una scomparsa di vari tipi di ideali».

C’è una frase che meglio rappresenta questa vostra canzone?

«Una frase che concentra l’intero senso della canzone, è sicuramente rintracciabile nel ritornello, a mio giudizio, ovvero di non dovere a camminare a testa bassa con gli occhi stanchi. Alla mediocrità e alla spregiudicatezza delle strofe, viene contrapposto questo desiderio e questa presa di coscienza dell’inciso. Perché, alla fine, bisogna cercare una propria identità per distinguersi dalla massa».

Musicalmente parlando, che tipo di sonorità avete voluto abbracciare?

«Musicalmente parlando siamo quattro componenti diversi, gli altri ragazzi sono tre fratelli, diciamo che io mi sono aggiunta alla famiglia (sorride, ndr), sostanzialmente abbiamo quattro identità abbastanza differenti, realtà che reagiscono chimicamente tra di loro all’interno del processo creativo. Generalmente uno spazio fondamentale lo ricoprono i grandi cantautori, in primis Fabrizio De André, a nostro giudizio il più grande artista mai esistito e il nostro più grande punto di riferimento, soprattutto da un punto di vista testuale, il nostro obiettivo è quello di cercare di contaminare questo tipo di poetica con sonorità più alternative pop, mi vengono in mente gruppi come Radiohead che miscelano acustica ed elettronica, questa da double face ci affascina molto».

Facciamo un salto indietro nel tempo, come vi siete conosciuti e quando avete deciso di mettere in piedi la vostra band?

«Ho conosciuto Edoardo e Riccardo quando eravamo alle elementari, iniziammo a suonare nel tinello sotto casa loro, successivamente si è aggiunto Gabriele, che è il vecchio saggio del gruppo, calcola che la nostra formazione unisce circa un decennio, perché andiamo dai 20 ai 28 anni. Ad unici è stata proprio questa passione per la musica, bene o male ascoltavamo tutti in età adolescenziale il rock classico, in più siamo molto legati allo strumento e alla voglia di migliorarci tecnicamente, influenzati anche dal jazz, dalla musica classica e dagli ascolti dei nostri genitori. Insieme ci siamo trovati benissimo, per questo motivo la formazione è sempre rimasta la stessa».

Con quale spirito vi affacciate al mercato e come valutate l’attuale scenario discografico?

«Ultimamente, un punto a favore di questa entità astratta che è il mercato è il ringiovanimento di tutta la schiera di artisti che vanno per la maggiore, questo mi fa molto piacere, mentre dal punto di vista di genere imperano la trap è l’indie, anche se noi non ci sentiamo rappresentati a e accomunati da nessuna di queste due mode. L’operazione che ci piacerebbe portare a termine è cercare, nel nostro piccolo, di rivalutare la canzone d’autore, con brani che abbiano un certo tipo di narrazione e non siano solamente spiccioli frammenti di vita quotidiana, siamo molto legati a questo tipo di concetto, ovvero creare pezzi che possano lasciare qualcosa, che magari non colpiscano necessariamente al primo ascolto e che riflettano un certo tipo di situazione non soltanto descrivendola».

Quali sono i vostri prossimi progetti in cantiere e prossimi passi?

«Abbiamo un disco praticamente pronto che uscirà a marzo, dopo Sanremo ci dedicheremo sicuramente a questo progetto, il tutto seguito dai concerti, perché siamo molto legati e affezionati alla dimensione. L’obiettivo, ovviamente, è quello di raggiungere il maggior numero di persone possibili».

Come state vivendo queste ore di attesa che vi separano dalla finale di Sanremo Giovani?

«Le stiamo vivendo sicuramente con una certa dose di nervosismo e di eccitazione, perché comunque il palco di Sanremo rimane per chiunque una grande vetrina, a prescindere dal genere e dalle influenze musicali, è sicuramente il palco più prestigioso dove poter presentare il proprio progetto. Siamo onorati di aver avuto questa possibilità, nonostante una certa tensione nell’aria siamo felicissimi e non vediamo l’ora di poterci esibire».

Al di là della vittoria e della conseguente possibilità di calcare il palco dell’Ariston, quale sarebbe per voi il riconoscimento più importante di tutta questa esperienza?

«L’obiettivo più importante è quello di portare la nostra musica al maggior numero di persone possibili. Al di là del risultato finale, il focus per noi rimane questo, Sanremo è il veicolo per presentare al pubblico un certo tipo di canzone».

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Nico Donvito

Appassionato di scrittura, consumatore seriale di musica italiana e spettatore interessato di qualsiasi forma di intrattenimento. Innamorato della vita e della propria città (Milano), ma al tempo stesso viaggiatore incallito e fantasista per vocazione.

Di Nico Donvito

Appassionato di scrittura, consumatore seriale di musica italiana e spettatore interessato di qualsiasi forma di intrattenimento. Innamorato della vita e della propria città (Milano), ma al tempo stesso viaggiatore incallito e fantasista per vocazione.

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