Sanremo Reloaded, sulle tracce di “Contessa” dei Decibel
Ogni settimana una canzone da riscoprire, una performance da rivedere e un Festival da riscoprire. Tutto questo e molto altro ancora è Sanremo Reloaded. A cura di Francesco Costa
Sanremo Reloaded è la rubrica settimanale curata da Francesco Costa che invita a guardare il Festival di Sanremo da una prospettiva diversa. Non i vincitori, non i tormentoni più inflazionati, ma quelle canzoni che sono passate sul palco dell’Ariston lasciando tracce più sottili, spesso ignorate o dimenticate troppo in fretta. Oggi parliamo di “Contessa“, canzone presentata al Festival dai Decibel nel 1980.
Ogni settimana un brano e una performance tornano al centro dell’ascolto: pezzi che meritano di essere riascoltati, esibizioni da rivedere con occhi nuovi, canzoni da rivalutare lontano dal rumore della gara e dal peso delle classifiche. Sanremo Reloaded è un viaggio nella memoria del Festival, tra intuizioni rimaste in ombra, esperimenti coraggiosi e momenti che oggi, forse più di ieri, rivelano tutto il loro valore. Un invito a riscoprire Sanremo per quello che è sempre stato: un enorme archivio di storie e canzoni.
Sanremo Reloaded, sulle tracce di “Contessa” dei Decibel
«Floreale? Per la primavera? Avanguardia pura», asserisce con tagliente ironia Miranda Priestley in una delle battute più iconiche del film “Il diavolo veste Prada” perché non si fa la rivoluzione assecondando un cliché. Rivoluzione è portare scompiglio nell’ordine ed è con questo mantra che Claudio Cecchetto accetta l’incarico di svecchiare il Festival di Sanremo nel 1980.
Ci riuscirà meglio nell’81, ma già in questa edizione (la prima senza orchestra) si cominciano a intravedere i segni di un imminente cambiamento. È vero che trionfa la tradizione con “Solo noi” – unico brano che porta alla vittoria Toto Cutugno prima di convertirsi nel leggendario eterno secondo – e che uno dei più grandi successi è quello di Pupo che arriva terzo con “Su di noi”, ma è anche l’anno di Roberto Benigni che crea uno scandalo chiamando il papa “Woitilaccione” ed è soprattutto l’anno in cui fa irruzione in gara la new wave dei Decibel con uno dei loro manifesti: “Contessa”.
Dopo un inizio punk piuttosto caotico, il gruppo trova la sua formazione definitiva con Enrico Ruggeri alla voce, l’ex compagno di scuola Fulvio Muzio alla chitarra e alle tastiere, Silvio Capeccia alle tastiere e Mino Raboni al basso e convinti dalla casa discografica si qualificano tra i giovani del Festival fino a ottenere un posto tra i big. Tutti vestiti in uniforme con la camicia bianca e la cravatta scura come De Martino ad “Affari tuoi”, Ruggeri indossa i mitici occhiali e sfoggia un capello corto biondo platino, si presentano all’Ariston con un pezzo straniante e fuori da qualsiasi schema.
Il pubblico viene spettinato da questa ventata di aria fresca post-punk fin dalle prime disturbanti note regalateci dalle tastiere che insieme ai sintetizzatori dominano le strofe e i ritornelli caratterizzati dalla C di contessa ripetuta quattro volte. L’obiettivo è uno solo: stupire. E lo fanno con un brano ipnotico arricchito da bizzarri coretti e cantato svogliatamente con un’intonazione alienante. Il testo prende di mira l’ipocrisia della vecchia nobiltà fatta di borghesi altezzosi che vogliono solo le cose che non hanno e parlano solo delle cose che non sanno. Ruggeri canta di una contessa che tratta gli amanti come bignè, si difende con il DDT e fa pesare troppo i sì che concede.
Nel mentre, l’artista si dondola sullo stage con nonchalance e con la superiorità di chi incarna la ribellione di una generazione che ha dichiarato guerra alle signore impellicciate e lo fa coraggiosamente a casa del nemico su quel palco che lo vedrà vincitore in solitaria nell’87 con Tozzi e Morandi e la loro “Si può dare di più” e nel ’93 con “Mistero”, quel palco su cui tornerà insieme ai Decibel nel 2018 con “Lettera dal duca” per chiudere un cerchio. E come canta sul finale di “Contessa”: «huit, sept, six, cinq, quatre, trois, deux, un, STOP». Avanguardia pura.