Sanremo Reloaded, sulle tracce di “Padre nostro” degli ORO

Padre nostro Oro

Ogni settimana una canzone da riscoprire, una performance da rivedere e un Festival da riscoprire. Tutto questo e molto altro ancora è Sanremo Reloaded. A cura di Francesco Costa

Sanremo Reloaded è la rubrica settimanale curata da Francesco Costa che invita a guardare il Festival di Sanremo da una prospettiva diversa. Non i vincitori, non i tormentoni più inflazionati, ma quelle canzoni che sono passate sul palco dell’Ariston lasciando tracce più sottili, spesso ignorate o dimenticate troppo in fretta. Oggi parliamo di “Padre nostro”, presentata al Festival dagli ORO nel 2017.

Ogni settimana un brano e una performance tornano al centro dell’ascolto: pezzi che meritano di essere riascoltati, esibizioni da rivedere con occhi nuovi, canzoni da rivalutare lontano dal rumore della gara e dal peso delle classifiche. Sanremo Reloaded è un viaggio nella memoria del Festival, tra intuizioni rimaste in ombra, esperimenti coraggiosi e momenti che oggi, forse più di ieri, rivelano tutto il loro valore. Un invito a riscoprire Sanremo per quello che è sempre stato: un enorme archivio di storie e canzoni.

Sanremo Reloaded, sulle tracce di “Padre nostro” degli ORO

Del catechismo ricordo gli sbadigli, la confusione di un bambino che non capiva perché di sabato pomeriggio, invece di giocare con il Nintendo, dovesse andare in oratorio per parlare di qualcosa  che non si vede, ma in cui ti dicono di credere. Mi sembrava di perdere tempo, ma c’è un momento preciso che ha ripagato la noia provata in tutte le altre ore.

Avevo sette anni quando la catechista ci ha fatto ascoltare “Padre nostro” degli ORO (Onde Radio Ovest) – il gruppo fondato dal chitarrista di Masini e prezioso collaboratore di Bigazzi, Mario Manzini – e per la prima volta in quel salone ho alzato gli occhi da terra. Ricordo nitidamente di aver pensato che se avessero suonato questa energica ballata pop rock in chiesa, sarei andato a messa tutte le domeniche.

Più avanti, crescendo, ho scoperto che “Vivo per lei” di Bocelli e Giorgia era in realtà una loro canzone con cui si erano qualificati tra le nuove proposte del Festival di Sanremo del 1996, arrivando al quarto posto con “Quando ti senti sola”, e che quel pezzo religioso ma moderno che tanto mi piaceva lo avevano presentato in gara tra i big del Festival del 1997.

Era l’ultimo anno presentato da Mike, quello vinto dagli sconosciuti Jalisse con i loro “Fiumi di parole”, l’anno di Paola e Chiara prime tra i giovani con “Amici come prima”, della Salemi ospite a casa di Luca, di Patty Pravo e del capolavoro d’autore “E dimmi che non vuoi morire”, di Nek che cercava disperatamente Laura con scarsi risultati.

Ma un gradino più in su di queste ultime due canzoni citate, al sesto posto, si sono posizionati gli ORO e lo hanno fatto con un brano scritto da Enrico Ruggeri, arrangiato da Manzini e cantato appassionatamente da Mauro Mengali e dal tastierista Valerio Zelli. Nelle loro voci sporche e imprecise sulle note liberatorie e orecchiabili di un sound rockettaro e gospel al tempo stesso, fatto di schitarrate elettriche e un coro di sedici elementi che batte le mani a tempo, ho avvertito da subito il grido di dolore di due uomini stanchi di tutto il male che si è fermato qui.

Mentre qui combattono, mentre tutti scappano in un mare non più blu per elemosine in città, dal palco dell’Ariston, invitano Gesù a palesarsi. A lui che non è stato capito, che è stato coperto di spine in un lontano venerdì ma che ci ha lasciato nell’anima una verità di amore e pietà, chiedono un aiuto perché il debole non sia una vittima lasciata sola al freddo per la via. «Devi dirci dove sei perché dirtelo vorrei che la vita non è facile per noi», cantano prima del ritornello e in quelle parole ci ho visto, fuor di retorica, una toccante sincerità.

Non è che dopo aver ascoltato questa canzone ci andassi volentieri a catechismo o che mi sia particolarmente avvicinato alla fede però una cosa è certa, da quel giorno ho capito cos’è che spinge miliardi di persone a credere: è la spassionata necessità, in un mondo che calpesta la dignità degli uomini, di una luce che si accenda e non si spenga mai più, la luce della speranza che domani sarà meglio. 


Scritto da Francesco Costa
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