Scarda: “Io, l’estate, Tropea, la leggerezza e i contenuti” – INTERVISTA

A tu per tu con il cantautore calabrese, in rotazione radiofonica dal 21 giugno con il singolo “Tropea

Estate, o la ami o la odi. Tra i fedelissimi della bella stagione troviamo anche Domenico Scardamaglio, meglio conosciuto con lo pseudonimo di Scarda, artista classe ’86 che si è già fatto notare per la sua poetica fuori dal comune, oltre che per l’innata predisposizione nel fotografare il mondo che lo circonda. A qualche mese di distanza dalla pubblicazione del suo ultimo disco in studio, intitolato “Tormentone”, il cantautore calabrese torna negli store digitali con “Tropea”, la sua personale e originale proposta musicale per l’estate 2019.

Ciao Domenico, partiamo dal tuo nuovo singolo “Tropea”, cosa racconta?

«Racconta fondamentalmente l’incontrarsi d’estate, quando a livello sentimentale si vive qualcosa di pungente che non lascia riverberi se non nei ricordi. Questa canzone apparentemente leggera, vuole avere un contenuto un po’ più profondo».

A livello musicale, invece, quali sonorità hai voluto abbracciare?

«Un po’ diverse dal solito, un sound più Mediterraneo, abbastanza ballabile, non dico che è un reggaeton, ma il tempo di batteria è proprio quello che fa tum-pata-pum per intenderci».

Una licenza estiva rispetto a tutto quello a cui ci hai abituato finora?

«Sì, l’estate nel mio immaginario ha sempre rappresentato qualcosa di molto forte, legato soprattutto ai ricordi della mia infanzia, alle giornate al mare passate a Tropea e dintorni. Sia per le tematiche che per le sonorità, è chiaro che non si tratta di una canzone che avrei potuto fare uscire a Natale (sorride, ndr)».

Un giusto compromesso tra quello che è il concetto globale di tormentone e la tua personale poetica?

«Esattamente, nell’ascoltarla non ci si potrà sottrarre nel dire che comunque si tratta di cantautorato, nonostante si sentiranno dei ritmi un pochino caraibici, il testo punterà totalmente su un’altra dimensione, tant’è che al suo interno c’è una piccola citazione di De Andrè».

Qual è l’aspetto che più ti affascina nella fase di composizione di una canzone?

«Il momento in cui becchi l’argomento giusto, quando capisci esattamente di cosa vuoi parlare. Ecco, questo è l’aspetto che mi colpisce sempre in maniera molto diretta, quello che viene dopo È molto tecnico e non più soltanto artistico, come incastrare le parole in metrica o giocare con le rime, ma la fase iniziale è quella più magica e istintiva».

Sei nato a Napoli, hai vissuto tanti anni in Calabria e attualmente risiedi a Roma, quanto conta l’elemento “sud” nella tue produzioni?

«Ah moltissimo, anche se si sentiva maggiormente nel mio primo album, cerco sempre di conservare le mie radici. Conta tanto il fatto di essere cresciuto al sud, anche adesso che vivo più al centro compongo nell’elaborazione di quello che ho vissuto giù. In termini di produzione, prima raccolgo le idee, poi elaboro e infine butto su carta. Sono un po’ come San Giovanni, perchè ha scritto il suo vangelo molti anni dopo aver vissuto i fatti che racconta, meno a caldo diciamo».

Quando hai capito che la musica poteva diventare, oltre che una grande passione, un vero e proprio mestiere? 

«Nel momento in cui ho avvertito che a qualcuno piacevano i pezzi, tutto ciò ha cominciato a farmi illudere e per fortuna questa bella illusione continua ancora oggi, la gente aumenta anziché diminuire, quindi speriamo continui così. La mia laurea in giurisprudenza rimane lì incorniciata, ho portato a termine gli studi con determinazione, ma la passione per la musica è un’altra cosa».

Molti artisti sono influenzati dagli studi umanistici, nel tuo caso trovi una particolare interconnessione tra avvocatura e musica?

«Onestamente no, infatti non c’è nessun argomento legislativo che mi abbia mai ispirato una canzone, anche perché ho il timore che il mercato non sia ancora pronto a tutto ciò,  magari primo poi farò uscire un EP che si intitola “Giurisprudenza” (ride, ndr)».

Ti senti rappresentato dall’attuale scenario discografico italiano?

«Questa è una bella domanda, in realtà non ci ho mai pensato, quindi mi tocca darti una risposta estemporanea un po’ su due piedi. L’attuale mercato mi rappresenta perché, negli ultimi cinque anni, si è abbandonato quel modo di fare discografia che dipendeva totalmente dai talent show, Per almeno un decennio abbiamo avuto esclusivamente prodotti discografici che provenivano da quel genere di programmi, nel contempo si stava sviluppando in maniera sotterranea la musica via Internet, la stessa che oggi è arrivata ai piani alti. Il fatto che la maggior parte di chi guida le attuali classifiche sia autore delle proprie canzoni, non può che farmi sentire parte integrante di questo sistema».

Quale significato attribuisci alla parola “indie”?

«L’unico senso che ormai è rimasto a questa parola è il fatto che parliamo di musica che arriva dal basso, Che si è sviluppata con il passaparola del pubblico tramite il web, diventando man mano sempre più grossa fino a riempire i palazzetti. Inizialmente l’indie era collegato alle produzioni delle etichette indipendenti, oggi non è più così, le major producono questo genere musicale che, nel corso degli anni, è cambiato molte volte, L’unica cosa che è rimasta in comune a tutti i suoi rappresentanti è l’origine e il tipo di percorso, tutta gente che si è fatta il culo nei locali».

In tempi recenti hai dichiarato che vorresti provare a partecipare a Sanremo, credi che negli ultimi anni il palco dell’Ariston sia stato un po’ sdoganato e che il Festival si sia aperto, oltre che alla tradizione, anche a qualcosa di nuovo?

«Sicuramente si è aperto tantissimo ma, secondo me, potrebbe farlo ancora di più, perché partecipano ancora troppi artisti in provetta, ragazzi che escono dalle scuole di musica e cantano bene, ma che non hanno una grande esperienza dal vivo, Per cui si trova un bel testo, si impacchetta una canzone e il risultato non è poi molto sincero, per quanto mi riguarda dovrebbe sdoganarsi ancora di più. Sì, mi piacerebbe partecipare, anche se non è più la vetrina di una volta, ormai la partita si gioca su Internet, la televisione è diventata un mezzo di comunicazione seguita perlopiù dagli adulti e dagli anziani. L’offerta sul web è molto più diversificata e, di conseguenza, Sanremo parla ad una platea non composta prevalentemente da giovani, Per cui ti importa poco, se non il fatto che ti vede tua madre che, comunque, ha sempre la sua importanza».

Artisticamente parlando, credi di aver raggiunto il giusto equilibrio tra chi sei e chi vorresti essere?

«Credo di sì, ho bisogno di fare qualche numero in più, ciò fa sì che io debba ritrovare il giusto compromesso tra ciò che sono e ciò che vorrei essere. Di sicuro la mia musica si è adattata a quelli che sono i dettami dell’attuale mercato, soprattutto per quanto riguarda il sound, perché a livello di testo sono rimasto più o meno sempre quello di prima, devo ammettere che finora non mi sono mai fatto schifo (ride, ndr), non mi sono mai vergognato di quello che è uscito, ho sempre portato avanti le mie canzoni con fierezza, non perdendoci ma guadagnandoci in termini di pubblico. Il risultato credo che sia credibile, perché rappresenta chi sono veramente».

Per concludere, dove e a chi desideri arrivare con la tua musica? 

«Guarda, onestamente spero di partecipare ai festival che frequento da spettatore, ai quali mi piace assistere, non credo che arriverò mai a riempire i palazzetti, d’altronde sarei felicissimo di continuare a fare tutta la vita locali più piccoli senza mai vederli vuoti, ti giuro che ci metterei la firma per ottenere questo. Anche perché faccio quello che mi piace ed è importante mantenere integra la passione, senza mai perdere l’entusiasmo». 

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Nico Donvito

Appassionato di scrittura, consumatore seriale di musica italiana e spettatore interessato di qualsiasi forma di intrattenimento. Innamorato della vita e della propria città (Milano), ma al tempo stesso viaggiatore incallito e fantasista per vocazione.

Nico Donvito

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