Serena Brancale: “Sacro è un disco che celebra la bellezza della vita” – INTERVISTA
A tu per tu con Serena Brancale per parlare del nuovo disco “Sacro”, fuori per Isola degli Artisti / Warner Music dallo scorso 10 aprile 2026. La nostra intervista alla cantante pugliese
A quattro anni di distanza dall’ultimo lavoro, Serena Brancale torna con “Sacro”, un album che segna un punto di svolta nel suo percorso artistico e umano. Un progetto atteso, nato dopo anni di concerti, viaggi e sperimentazioni, che oggi restituisce l’immagine più completa e consapevole di un’artista in continua evoluzione.
“Sacro” è un racconto stratificato che unisce radici e contaminazioni, introspezione e ritmo, spiritualità e istinto. Al suo interno convivono anime diverse, tra sonorità che spaziano dal jazz al soul, dall’R&B alla world music, e collaborazioni che travalicano i confini italiani, arricchendo il progetto di sfumature internazionali senza mai perdere il legame profondo con le origini.
Dopo aver emozionato il pubblico a Sanremo 2026 con “Qui con me”, un brano intimo e potente che le è valso importanti riconoscimenti, Serena Brancale amplia quel racconto personale trasformandolo in qualcosa di universale. Tra momenti di festa e riflessione, tra il richiamo della propria terra e il desiderio di esplorare nuovi linguaggi, “Sacro” si presenta come un lavoro maturo, capace di tenere insieme eleganza e autenticità.
Un disco che, come suggerisce il titolo, racchiude ciò che per l’artista è davvero essenziale: la musica, le radici, le esperienze e quella libertà espressiva conquistata passo dopo passo. È da qui che prende il via la nostra intervista, per scoprire più da vicino il mondo e la visione di una delle voci più riconoscibili della scena italiana contemporanea.
Serena Brancale racconta l’album “Sacro”, l’intervista
Mi ha colpito una frase presente nel comunicato stampa, che credo sintetizzi un po’ questo lavoro: “Sacro è un disco che racconta chi è diventata Serena Brancale”. Ecco, la prima domanda è proprio questa: chi è diventata Serena Brancale?
«Qualcosa sono diventata. “Sacro” racchiude quattro anni di musica, di viaggi e di sperimentazioni anche molto folli tra generi che prima non conoscevo. Oggi mi sento più coraggiosa nel fare musica senza pensarci troppo, cosa che prima non facevo. Sono anche più responsabile di quello che porto sul palco, ma soprattutto ho meno paura. Non mi fermo mai, perché non potrei farlo, e questa consapevolezza mi rende una Serena più libera e coraggiosa».
Il viaggio di questo disco lo condividi con tanti ospiti e tra questi colleghi ci sono anzitutto due amiche e artiste, Levante e Delia, nel singolo “Al mio paese”. Com’è nato questo pezzo e come si è trasformato grazie alla loro presenza?
«Ho scelto Levante e Delia perché siamo tutte e tre delle fuorisede, prima ancora che cantanti siamo musiciste. Abbiamo realizzato sogni lontano da casa e con “Al mio paese” volevamo abbracciare tutti quelli che vivono questa condizione. Ci siamo ritrovate subito in immagini comuni, in quei luoghi comuni belli e nostalgici che ti porti dentro. Anche musicalmente, con questo merengue che profuma di sud, abbiamo trovato un linguaggio condiviso».
A proposito della tua terra, sui social hai scritto: “Puoi vivere dove vuoi, pure nel posto più bello del mondo. Ma appena hai un momento, torni. Sempre”. Cosa hai imparato da queste partenze e da questi ritorni?
«Prima cercavo di cantare qualcosa che non mi rappresentava al cento per cento, come la musica americana in un’altra lingua. Poi ho capito che la mia autenticità è nel dialetto, nelle parole che uso ogni giorno. Viaggiando ho scoperto che la bellezza ce l’abbiamo già a casa. In questo disco è evidente: canto Bari, il sud, ma anche altre sfumature. “Bariamore” è proprio una lettera d’amore alla mia terra».
In questo disco non c’è soltanto la Puglia, ma musicalmente c’è un po’ tutto il mondo, anche grazie alle collaborazioni con artisti internazionali come Gregory Porter, Omara Portuondo e Richard Bona. A proposito di quest’ultimo, tempo fa ti aveva lasciato una frase: “Life is good”. Possiamo dire che “Sacro” è il disco in cui questo concetto emerge più forte?
«Bellissima questa cosa, mi ricordi un momento importante. Lavorare con artisti come Richard Bona ti fa capire quanto i grandi siano positivi. Noi spesso ci facciamo tanti problemi, abbiamo insicurezze, mentre loro vivono la musica con più leggerezza. “Life is good” è proprio questo: godersi quello che si ha, dalla propria terra alle contaminazioni musicali. In “Sacro” c’è questa idea di festa, di vivere la vita con autenticità. È un disco che celebra la bellezza della vita, ancora più che in passato».
Per concludere, volevo soffermarmi sul titolo del disco: “Sacro”. Secondo il tuo vocabolario, che significato assume questa parola?
«Per me “sacro” non ha a che fare con la religione. È qualcosa di molto personale: sono sacri i capitoli della mia vita, la famiglia, i generi musicali, il dialetto che porto avanti da sempre. Sono sacre le piccole cose, gli incontri, gli ospiti che ho voluto in questo disco. Ma soprattutto è sacro il legame con le mie radici, che ho imparato a valorizzare negli anni. Oggi so che la mia terra è parte fondamentale di quello che sono e sento il bisogno di raccontarla, con tutto il suo folklore e la sua verità».