Simona Carella: “La musica ti può cambiare profondamente” – INTERVISTA

Simona Carella

A tu per tu con Simona Carella per parlare del suo primo omonimo Ep anticipato dal singolo “Ali sporche”. La nostra intervista alla giovane cantante

Si chiama semplicemente “Simona Carella” il primo lavoro discografico di Simona Carella. Come suggerisce il titolo, il progetto è profondamente autobiografico e nasce nell’arco di tre anni con l’intento di rappresentare il manifesto artistico della giovane artista.

Composto da sette brani che spaziano tra urban pop, ballad ed elettronica, l’Ep racconta senza filtri il percorso della cantautrice, affrontando temi come il rapporto con la musica, l’amore e la crescita personale attraverso riflessioni profonde unite alla leggerezza della Generazione Z. 

Hai scelto di intitolare il tuo primo Ep semplicemente con il  tuo nome e il tuo cognome. Cosa racconta questo biglietto da visita della ragazza e  dell’artista che sei oggi?  

«Questo disco è così personale che doveva portare il mio nome e cognome,  perché per me vita e musica vivono in una simbiosi totale, non riesco a  scindere le due cose: mi sento una cosa sola. E’ proprio un modo per presentarmi senza filtri, trasparente, con la mia  penna e le mie attitudini, e sono molto felice di essermi presentata in una  unica veste!».

Hai realizzato questo progetto nell’arco di tre anni, quali skill pensi di aver acquisito  durante la lavorazione? 

«All’inizio credevo di dover scrivere già frasi perfette: già arrivavano le prime paranoie,  subito smorzate da Daniel Riggione, il mio co-autore, che con pazienza mi ha smussato gli angoli di ‘dovuta perfezione’. Ho imparato a sentire quello che ho dentro, senza giudicarlo,  credo sia questa la cosa più importante. E poi, ci sono quelle frasi che arrivano come un  lampo di genio, ed è come capire l’universo». 

Le canzoni sembrano fotografare una Generazione Z che vive sospesa tra  entusiasmo e incertezza. C’è un filo conduttore che racchiude secondo te queste  tracce? 

«Sì, la voglia di scoprirsi nuovi e guardarsi dentro. La mia generazione è molto complessa e secondo me va raccontata in tutte le sue forme: dalla sofferenza nascosta, all’urlo di  rabbia, fino a innamorarsi perdutamente».  

Dal punto di vista musicale, che tipo di lavoro c’è stato dietro la ricerca del sound  da attribuire a questo disco? 

«Un lavoro minuzioso e ricercato: è come se le tracce avessero una linea comune, pur  avendo ognuna la sua storia di sound. Ali Sporche ha la stessa componente elettronica di  Luna Di Plastica, ma la stessa emotività di Niagara e Shangai. Ballad elettroniche e  coinvolgenti sono proprio il mondo musicale che ho scelto e che vorrei continuare ad  approfondire, ringrazio il mio produttore Alessandro d’Errico per questa direzione di sound!».

A livello vocale, invece, com’è stato il tuo approccio all’interpretazione e come si è  evoluto nel tempo il tuo modo di cantare? 

«Bellissima domanda e importante: la voce per me viene prima di tutto, perché io nasco  prima interprete e poi solo dopo ho scoperto il mondo del cantautorato e delle produzioni.  Già da bambina studiavo tecnica vocale, poi a 16 anni ho fatto come uno switch: ho capito  che la gara delle emozioni superava di gran lunga una bella voce estetica. Quindi ho iniziato ad apprezzare le mie venature ed anche le imperfezioni, purché vere e dirette».

“Ali sporche” è il singolo che ha anticipato il progetto. Quali riflessioni e quali stati  d’animo hanno ispirato la nascita del pezzo? 

«La necessità di raccontare la mia storia di voce: un problema che ho avuto alle corde  vocali che mi ha segnato per sempre, e che oggi mi da un timbro un po’ rotto. In fondo,  queste sono le ali che mi hanno portato qui oggi, anche se sporche, sono le mie, e non  c’era modo migliore di aprire il disco con questo brano. Lo vedo come un atto liberatorio!».

Per concludere, qual è la lezione più importante che senti di aver imparato dalla  musica fino ad oggi? 

«Che la musica ti può cambiare profondamente. Guardo pochi film, leggo pochi libri, mi  interessa poco la politica, la cucina. Io amo le poesie e i testi, è come se fossi  completamente immersa nella musica e ad ogni nuova canzone, ascoltata e scritta,  crescesse in me una nuova consapevolezza».

Scritto da Nico Donvito
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