Soap: “Credo molto nella possibilità di fare propria una canzone” – INTERVISTA

Soap

A tu per tu con Soap in occasione dell’uscita del nuovo disco “Sensible”, fuori dallo scorso 6 novembre 2026. La nostra intervista alla giovane cantautrice

Conoscersi significa imparare ad accogliere anche le proprie fragilità, senza cercare di nasconderle o correggerle. È da questa consapevolezza che prende forma “Sensible“, il nuovo progetto discografico di Soap, disponibile dal 6 novembre per Sugar Music, dopo i singoli “Cigarette” e “Sophie”. Un lavoro profondamente personale, nel quale la sensibilità diventa una chiave di lettura per attraversare emozioni, ricordi e insicurezze, trasformando esperienze intime in racconti capaci di parlare anche agli altri.

Al centro c’è il desiderio di imparare a conoscersi e ad amarsi, concedendosi il diritto di essere vulnerabili. Dalle radici a Latina al trasferimento a Milano, passando per il rapporto con la musica, il valore dell’immedesimazione e la scelta di fermarsi dopo l’esperienza a Sanremo Giovani, Soap ripercorre le tappe di un percorso di crescita personale e artistica. Un viaggio introspettivo in cui anche i momenti più difficili trovano spazio, perché, come racconta l’artista, è proprio attraverso le proprie emozioni che si può imparare a guardare il mondo e a riconoscersi nelle storie degli altri.

Soap racconta il disco “Sensible”, l’intervista

“Sensibile” è il titolo del tuo nuovo progetto discografico, disponibile dal 6 novembre per Sugar Music. Partirei proprio dal titolo: nel tuo personale vocabolario, che significato attribuisci alla parola “sensibile” e perché hai scelto di darle questo valore?

«Per me “sensibile” significa essere una persona che sente molto. Nel disco c’è tanto di me, delle mie emozioni e del mio passato: ho voluto regalare questa parte di me. Quando ero piccola, alle elementari, piangevo tantissimo, praticamente ogni giorno. Ricordo che il mio maestro e mia madre mi dicevano che ero troppo sensibile. Con gli anni ho imparato a gestire meglio questa caratteristica e oggi non piango quasi mai, ma mi considero ancora una persona sensibile. Anche la copertina, che in realtà è arrivata prima del titolo, racconta questa dimensione. Si vede soltanto una parte di me, con una lacrima, uno spiraglio su quel lato più vulnerabile che ho voluto mostrare nel progetto».

Che momento fotografa “Sensible” della persona e dell’artista che sei oggi? E quanto ha influito il passaggio dalla provincia alla città, da Latina a Milano?

«Il disco ritrae soprattutto l’ultimo anno e mezzo, un periodo in cui sono stata più in silenzio e ho dato poche notizie di me. In alcuni brani, come “La pioggia cade”, racconto anche Latina, il mio percorso e il rapporto con la musica. Ho ventuno anni e me ne sono andata dalla mia città a diciotto: prima sono stata a Catania per un anno e mezzo, dove ho finito la scuola e mi sono diplomata, poi mi sono trasferita a Milano. Avevo già sperimentato l’uscita dalla mia provincia, ma vivere in luoghi diversi ha segnato un’evoluzione sia personale sia musicale. In un certo senso, annoiarmi a Latina mi ha permesso di apprezzare di più quello che avrei trovato altrove».

Sui social hai scritto che negli ultimi anni sono successe tante cose, che alcune persone si sono unite al tuo viaggio strada facendo e altre ne fanno parte da sempre. Quanto è stata importante la squadra che ti ha accompagnata?

«È importantissima, sia dal punto di vista lavorativo, quindi il mio team, il management e Sugar, sia per quanto riguarda le persone che mi seguono da tanti anni e non si disinteressano al progetto soltanto perché magari rimango ferma per un periodo. Sapere che ci sono persone a cui voglio molto bene e che continuano a seguirmi, aspettando le mie evoluzioni, significa tanto. Sono quelle che sento particolarmente vicine, perché so che sono coinvolte nel progetto e desiderano ascoltare la mia musica, non semplicemente che pubblichi qualcosa tanto per farlo. In un percorso come questo avere una squadra è fondamentale».

Nel comunicato stampa definisci “Sensible” la fotografia di come ci si sente quando non si sa ancora bene come amarsi del tutto, ma ci si concede comunque di mostrare le proprie fragilità. Credi nel potere dell’immedesimazione attraverso la musica? Ti è capitato come ascoltatrice e pensi che le tue canzoni possano suscitare la stessa sensazione?

«Assolutamente sì. Credo che sia una delle cose più belle della musica e, più in generale, delle forme d’arte. A me è successo, per esempio, ascoltando Stromae: magari la sua vita è completamente diversa dalla mia, ma ha sempre raccontato quello che stava affrontando in maniera molto diretta e precisa, e mi sono ritrovata nei suoi testi. Lo stesso mi è capitato con Zamdane, un altro artista francofono di origini marocchine che ascolto moltissimo. Forse mi sono riconosciuta anche in alcuni aspetti legati alle sue origini nordafricane e a certe tradizioni. Credo molto nella possibilità di fare propria una canzone, anche quando parla di qualcosa di diverso dalla nostra esperienza: ognuno può trovarci quello di cui ha bisogno. Mi piace che accada lo stesso con la mia musica. A volte scrivo semplicemente per me, senza avere l’intenzione di raccontare qualcosa che possa riguardare gli altri, poi magari qualcuno mi scrive dopo l’uscita di un brano e mi dice di essersi riconosciuto in quella situazione. È una cosa che mi fa molto piacere, perché non vorrei che le persone si limitassero a guardare la mia vita come qualcosa di distante o straordinario: preferisco che possano sentirsi parte delle storie che racconto».

“Sophie”, il singolo che ha anticipato il progetto, racconta il senso di inadeguatezza che spesso ci accompagna, a qualsiasi età. Pensi che dai momenti di sconforto si possa trarre qualcosa di buono? E che cosa ti ha aiutata a esorcizzare, attraverso la scrittura, le emozioni raccontate nel brano?

«Penso che sia importante attraversare anche i periodi di inadeguatezza, di disagio e di difficoltà nel comprendere se stessi e quello che ci circonda. Sono proprio questi momenti che mi hanno portata a realizzare il disco. Credo che in un percorso artistico debba esserci anche una componente di fatica, di conflitto, altrimenti non so da dove possa nascere l’esigenza di scrivere. “Sophie” l’ho composta intorno a ottobre-novembre dello scorso anno, in un periodo in cui avevo tante domande sulla mia vita. Ricordo di aver chiamato mia madre e di aver parlato con lei per un’ora o un’ora e mezza. È una delle persone con cui riesco a sentirmi libera di essere vulnerabile, di piangere e di fare le mie valutazioni. Dopo quella telefonata ho ripreso a scrivere il pezzo: probabilmente avevo già iniziato le strofe, ma quella conversazione mi ha dato lo spunto per trovare l’esplosione emotiva del ritornello, con la frase “Che confusione, mamò”».

La traccia che preferisco è “Buona vita”, il brano che hai portato a Sanremo Giovani lo scorso anno. Mi ha colpito la sua capacità di trovare un elemento di bellezza anche nella fine di una storia. Da quali riflessioni e stati d’animo è nata?

«È nata da uno stato d’animo di semi-accettazione. Non so se, quando l’ho scritta, avessi già accettato del tutto la situazione; probabilmente no, perché anche nello special si percepisce una certa difficoltà a lasciar andare. È un “buona vita” in cui forse si è persa un po’ la speranza. L’ho scritta intorno a maggio 2025, qualche mese dopo l’uscita dell’Ep “Patatrac”. Cercavo di mettere un punto a una storia che, in realtà, era finita già da tempo, ma alla quale dovevo riuscire a dare una conclusione anche dentro di me, per potermi permettere di andare avanti come desideravo e come meritavo. Il brano è nato insieme a Jeezy, il produttore Seitu, che mi ha invitata a lavorare sulle melodie, e Saif, con cui ho scritto una parte del testo. È stato un lavoro condiviso, nel quale siamo riusciti a centrare quello che volevo raccontare».

È passato un anno da Sanremo Giovani e dalla decisione, annunciata a sorpresa, di ritirarti e non partecipare alla semifinale. Nel tuo messaggio parlavi anche del desiderio di concederti un viaggio speciale. Come guardi oggi a quella scelta? Sei soddisfatta di aver avuto il coraggio di fermarti in un momento storico in cui sembra che tutto ruoti intorno all’apparire? E quel viaggio, alla fine, c’è stato?

«Sono assolutamente orgogliosa di aver preso una decisione un po’ controcorrente, anche se non voglio togliere nulla al programma, sono stati tutti carini e comprensivi con me, da Gianluca Gazzoli a Carlo Conti. Non mi pento della scelta, perché probabilmente non mi sarei goduta l’esperienza come avrei voluto, né quello che sarebbe venuto dopo. Il disco era già a buon punto e forse sarebbe uscito anche prima, ma, per come stavo in quel momento, non sarei stata soddisfatta del mio stato d’animo. Credo che sia importante riconoscere i periodi giusti per fare le cose e sono contenta di aver ascoltato me stessa, anche grazie alle persone che mi vogliono bene e mi hanno aiutata a prendere una decisione così importante. Il viaggio che avevo immaginato, invece, purtroppo non sono riuscita a farlo. Volevo andare in Algeria per un periodo, anche perché ho origini algerine e berbere, ma la situazione politica non è particolarmente bella e ho preferito rimandare. Non volevo ritrovarmi in un’Algeria diversa da quella che ricordavo da bambina e magari restarne delusa. È un po’ come quando incontri dal vivo il tuo idolo e scopri che non è come te lo immaginavi! Ho deciso di aspettare un momento diverso, in cui potrò andarci semplicemente per fare una vacanza e vedere alcuni parenti, senza caricare il viaggio dell’aspettativa di dover stare meglio. Alla fine, il mio è stato soprattutto un viaggio introspettivo».

Nel confronto con i tuoi amici e con i coetanei che hanno vissuto esperienze simili, qual è il tema a cui la tua generazione dovrebbe prestare maggiore attenzione? Qual è la questione più delicata da affrontare?

«La salute mentale, anche se può sembrare un argomento già molto affrontato, è una delle questioni più importanti da non sottovalutare. Spesso sento dire che negli ultimi anni siamo diventati tutti un po’ pazzi, ma credo semplicemente che ci siano meno tabù e meno difficoltà nel mostrarsi per quello che si è e nel parlarne. Invece di crescere una generazione di persone che non riescono a entrare in contatto con le proprie emozioni, penso sia utile imparare a occuparsi della propria salute mentale già da giovani, anche dopo l’adolescenza, quando le cose iniziano a diventare più serie. Ci sono passata in prima persona e per molto tempo pensavo che quello che vivevo e sentivo fosse normale. Chiedere aiuto, cercarlo e ascoltare anche i pareri esterni può essere molto utile per conoscersi e migliorare. Non è mai troppo tardi, naturalmente, ma affrontare certe difficoltà prima può evitare che diventino ancora più grandi».

Per concludere, dopo aver ascoltato il disco mi è venuta una curiosità: esiste una distanza tra Sophie e Soap oppure, come Peter Parker e Spider-Man, alla fine sono la stessa persona?

«Ho scelto Soap come nome d’arte perché è molto vicino al diminutivo del mio nome, Sofì. Volevo cercare di dividere il meno possibile queste due realtà che vivono dentro di me. In “Sensible” c’è molto di Sophie, ed è anche il motivo per cui ho voluto inserire un brano che porta proprio questo nome. Avevo pensato persino di intitolare il disco “Sophie”, ma ho preferito tenermi questa possibilità per il futuro, magari quando sarò più grande e non rischierò di pentirmene! In fondo, quindi, siamo la stessa persona. Con questo progetto ho cercato di far uscire molto anche Sophie e spero di riuscire a unirle sempre di più, mantenendo comunque una distinzione quando è necessario, per proteggere la mia vita privata».

Scritto da Nico Donvito
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