“Sognare sognare” di Gerardina Trovato: te la ricordi questa?
Viaggio quotidiano nella colonna sonora della nostra memoria, tra melodie sospese nel tempo pronte a farci emozionare ancora. Oggi parliamo di “Sognare sognare” di Gerardina Trovato
La musica è la nostra macchina del tempo: basta una nota, un ritornello, ed eccoci di nuovo lì, in una stagione vicina o lontana, in un’auto con i finestrini abbassati o nella cameretta della nostra infanzia. “Te la ricordi questa?” è il nostro appuntamento quotidiano per riavvolgere il nastro delle emozioni, proprio come si faceva una volta con una semplice penna e una musicassetta. Oggi l’orologio del tempo ci riporta al 1993 con “Sognare sognare” di Gerardina Trovato.
Ogni giorno, alle 13:00, vi accompagneremo in un viaggio musicale alla riscoperta di queste gemme nascoste: canzoni che hanno detto tanto e che hanno ancora tanto da dire, pronte a sbloccare ricordi, evocare immagini, restituirci pezzi di passato con la potenza che solo la musica sa avere. Brani che forse oggi non passano più in radio, pezzi di artisti affermati lasciati in un angolo, o successi di nomi che il tempo ha sbiadito ma che, appena tornano nelle nostre orecchie, sanno ancora farci vibrare. Perché la musica non invecchia, si nasconde soltanto tra le pieghe del tempo, aspettando il momento giusto per colpire nel segno e farci esclamare sorpresi un: “Te la ricordi questa?”.
Ti sblocco un ricordo: “Sognare sognare” di Gerardina Trovato
Pubblicata nel 1993, “Sognare sognare” è uno dei manifesti più autentici della poetica di Gerardina Trovato. Un brano che ha segnato in modo indelebile il suo percorso artistico, diventando una delle canzoni più riconoscibili della sua discografia e uno dei ritratti generazionali più sinceri della canzone italiana dei primi anni Novanta.
Il testo si apre su una quotidianità svuotata di senso. Il risveglio non porta slancio né prospettiva, ma apatia, stanchezza emotiva, disillusione. Non c’è più nulla che faccia “impazzire”, né un amore capace di travolgere. In questo vuoto, l’unico rifugio possibile diventa il sonno, e soprattutto il sogno. Non come evasione superficiale, ma come atto di resistenza, come spazio libero in cui l’immaginazione può ribaltare le regole del reale.
I sogni evocati da Gerardina Trovato sono volutamente assurdi, surreali, infantili nella loro forza dirompente: animali che sovvertono l’ordine naturale, gesti impossibili, corse senza meta, grida senza motivo. È un immaginario che rifiuta la logica adulta, la razionalità imposta, e rivendica il diritto all’inutile, all’irrazionale, al gioco. In questo senso, Sognare sognare è una canzone profondamente politica, pur senza mai esserlo esplicitamente: celebra la libertà di essere altro, di non aderire ai modelli.
Nella parte finale, il brano si apre a una dichiarazione identitaria potentissima: la fine della paura di essere “normale”. È qui che la canzone trova il suo centro emotivo più profondo. La normalità non è più un obiettivo, ma una gabbia da cui liberarsi. Ballare su una nuvola, giocare senza protezioni, vivere intensamente anche a costo di bruciarsi diventano atti di affermazione personale, di autodeterminazione.
A distanza di anni, “Sognare sognare” resta un brano di straordinaria attualità. Una canzone che parla a chi si sente fuori posto, a chi rifiuta le etichette, a chi trova nell’immaginazione e nella sensibilità una forma di sopravvivenza. Un classico che non smette di emozionare, perché continua a dire una verità semplice e radicale: sognare è un modo per restare vivi.
Il testo di “Sognare sognare” di Gerardina Trovato
Mi sveglio come sempre una mattina
Senza sapere mai che cosa fare
Faccio due passi e poi
Ritorno giù a dormire
Non c’è più niente che mi fa impazzire
Non c’è più un uomo che mi fa morire
L’unica cosa bella
È dormire, è dormire, è dormire
E sognare, e sognare, e sognare
E sognare dei topi che mangiano gatti
O dei pettirossi che mangiano falchi e poi
Rubare il vento a un aquilone
Gridare senza una ragione
Correre forte come pazzi
A piedi nudi sopra i sassi
Vivere adesso e non domani
Come gli zingari su un prato
Bere la pioggia dalle mani
Senza tempo e senza nome, uh
Senza nome
Passeggio tra la gente per le strade
Tra quella scia, quella delle borgate
Mi siedo stanca e indifferente
Mi sono messa troppo oro addosso
Mi s’avvicina un tipo brutto e grasso
Mi chiede se lì vicino c’è un gabinetto
Sarà meglio sognare, e sognare, e sognare
Sognare dei topi che mangiano gatti
O dei pettirossi che mangiano falchi e poi
Rubare il vento a un aquilone
Gridare senza una ragione
Correre forte come pazzi
A piedi nudi sopra i sassi
Vivere adesso e non domani
Come gli zingari su un prato
Bere la pioggia dalle mani
E questa voglia di ballare
Sopra una nuvola sul mare
Tra due rocce sotto il sole
Mentre qualcuno spacca un cuore
E questa voglia di giocare
Senza più guanti con la neve
Morire prima d’invecchiare
Non ho più il terrore
Di essere normale, uh yeah
Di essere normale, uh-uh
Di essere normale