Solchi, parliamo di “Suona tutto male” di Santoianni
Il fascino del vinile, tra scoperte e riscoperte musicali: parliamo di “Suona tutto male” di Santoianni. A cura di Marco Baroni
In un’era digitale, dove tutto è a portata di clic, il vinile resiste come un simbolo di autenticità, passione per la musica e rimane un oggetto prezioso, capace di raccontare storie attraverso i suoi solchi incisi.
In questa rubrica, Marco Baroni ci guiderà in un viaggio attraverso i solchi di vinili che hanno fatto la storia, esplorando non solo i classici intramontabili, ma anche le gemme nascoste ec he meritano un posto d’onore nelle collezioni degli appassionati.
Ogni settimana, esploreremo insieme dischi leggendari che hanno segnato la musica italiana, tra rarità dimenticate e indiscussi capolavori, riscoprendo il piacere di un ascolto autentico e senza tempo.“Solchi” è il luogo dove la musica torna a vibrare in tutta la sua purezza.
Il nostro viaggio prosegue con “Suona tutto male” di Santoianni, pubblicato da Kobayashi nel 2026.
Solchi, parliamo di “Suona tutto male” di Santoianni
“11.9” apre questo nuovo album di Santoianni, classe 1994 e un percorso di tutto rilievo come cantautore e autore per altri. E’ un kamikaze che parla, su una cassa dritta, tra atmosfere dreamy che si aprono in uno strumentale fatto di sample vocali.
“Reel” esplora la vita che scorre nonostante le brutture del mondo, cercando di spostare la finalità dei reel per come li conosciamo, immaginandoli quasi educativi, nel mostrare il nostro essere “presi male”.
“Solo una musica italiana” è la cartolina perfetta della nostra penisola, l’immigrazione che fa parte del quotidiano, tra bar sperimentali, tunisini e Mogol Battisti come contrappunto perfetto a un italianismo ormai desueto.
Arriviamo a “Suonatuttomale”, dove l’ingordigia umana sovrasta il buon proposito, piena di metafore potenti, con la raccomandazione di non fare i supereroi.
“Bring”, già singolo, su un arpeggio solare, si dimostra il vero fiore all’occhiello di tutto il lavoro, nel descrivere l’amore che trionfa attraverso i segni dell’età, le liste della spesa sulle piattaforme, la condivisione del quotidiano. Splendida.
“Il soffitto” …che non diventa cielo, e’ uno stato catatonico, comune a molti, che non passerà restando fermi. E poi c’è “Fatto a pezzi”, il futuro che ci viene chiesto di difendere, in qualsiasi modo, davanti all’impossibilità plateale di poterci riuscire. Emozionante.
“ Futur* ” e “U.S.A” a suon di echi trip hop (Massive Attack – Portishead) chiudono l’album, la prima parafrasando Dalla per un altro faretto sulle contraddizioni social, mentre la seconda sposta il focus sull’America, tra cronaca violenta e follia, degna chiusura di un disco maturo che merita l’ascolto. E l’acquisto, aggiungo io. Bravissimo.