Storie di Musica, “Black Hole Sun” non era una canzone giusta per i Soundgarden
Viaggi tra note e curiosità, alla scoperta dei protagonisti e delle opere della scena musicale nazionale e non solo. A cura di Caravaggio
Benvenuti a “Storie di musica“, una rubrica ideata e realizzata del cantautore Caravaggio, dove ogni settimana ci immergeremo nelle pieghe più affascinanti della scena musicale, italiana e internazionale. Oggi parliamo di “Black Hole Sun” dei Soundgarden.
Aneddoti sorprendenti, retroscena inediti e curiosità sui grandi protagonisti vi accompagneranno in un viaggio tra le note di opere immortali e le parole degli artisti che hanno lasciato un segno indelebile nella storia dell’arte canora.
Preparatevi a scoprire la musica da un punto di vista nuovo, svelando storie che pochi conoscono, ma che meritano di essere raccontate e scoperte.
“Black Hole Sun” non era una canzone giusta per i Soundgarden
Sono circa le quattro del mattino. Il cantante Chris Cornell guida verso casa di ritorno dallo studio di registrazione. In testa ha già quasi tutta la canzone. La ripete a mente per non perderla. Appena arriva, ne fischia la melodia dentro un registratore.
Una melodia limpida, lontana dal tratto aggressivo e dissonante della band. Cornell stesso non sa se possa funzionare.
Poi il demo arriva al chitarrista Kim Thayil. Ne riconosce il valore. Ma qualcosa lo disturba. Troppo melodico. Troppo lontano da loro. Ne parla con Chris. Come può una canzone così Armonizzarsi con il nostro repertorio?
Cornell sente la sua resistenza e gli risponde: “Aiutami a farlo diventare nostro”. Thayil, il bassista Ben Shepherd e il batterista Matt Cameron ci mettono le mani, e tutto diventa magicamente Soundgarden. È così che nasce “Black Hole Sun“.
Esce nel 1994, dentro “Superunknown“. Diventa un successo enorme. La canzone che sembrava meno Soundgarden di tutte diventa quella con cui il mondo impara a riconoscerli. Oggi basta il primo arpeggio. Poche note e chiunque sa di chi è.