Storie di Musica, dentro “The Nobodies” di Marilyn Manson
Viaggi tra note e curiosità, alla scoperta dei protagonisti e delle opere della scena musicale nazionale e non solo. A cura di Caravaggio
Benvenuti a “Storie di musica“, una rubrica ideata e realizzata del cantautore Caravaggio, dove ogni settimana ci immergeremo nelle pieghe più affascinanti della scena musicale, italiana e internazionale. Oggi parliamo di “The Nobodies” di Marilyn Manson.
Aneddoti sorprendenti, retroscena inediti e curiosità sui grandi protagonisti vi accompagneranno in un viaggio tra le note di opere immortali e le parole degli artisti che hanno lasciato un segno indelebile nella storia dell’arte canora.
Preparatevi a scoprire la musica da un punto di vista nuovo, svelando storie che pochi conoscono, ma che meritano di essere raccontate e scoperte.
Storie di Musica, dentro “The Nobodies” di Marilyn Manson
Columbine High School, Colorado, 1999. Due ragazzi entrano a scuola armati. Quel giorno, muoiono dodici studenti e un insegnante. L’America è sotto shock e cerca un capro espiatorio. Lo trova subito in Marilyn Manson.
Complici la sua immagine e i testi provocatori. Ma i due killer non sono suoi fan. Questo non interessa: la macchina del fango è partita. Concerti cancellati. Minacce. Insulti. I giornali lo trasformano nel mostro perfetto per la prima pagina.
Ma attenzione! Manson dirà una cosa che nessuno si aspettava. Non replica con rabbia. Scrive “The Nobodies“, dentro l’album “Holy Wood“. Risponde con la sua arte.
I Nobodies sono i nessuno. Ragazzi invisibili, esclusi dai corridoi e dalle conversazioni, che cercano disperatamente di diventare qualcuno, anche nel modo più sbagliato.
In un’intervista Michael Moore gli chiede cosa direbbe a quei giovani. Manson risponde con una lucidità spiazzante: “Non direi nulla. Li ascolterei. È quello che nessuno ha fatto”.
“The Nobodies” non assolve la violenza. Obbliga a guardare le crepe di una società che preferisce trovare mostri, invece di chiedersi cosa li crea.