Storie di Musica, dietro “Losing My Religion” dei R.E.M.

Storie di Musica

Viaggi tra note e curiosità, alla scoperta dei protagonisti e delle opere della scena musicale nazionale e non solo. A cura di Caravaggio

Benvenuti a “Storie di musica“, una rubrica ideata e realizzata del cantautore Caravaggio, dove ogni settimana ci immergeremo nelle pieghe più affascinanti della scena musicale, italiana e internazionale. Oggi parliamo di “Losing My Religion” dei R.E.M.

Aneddoti sorprendenti, retroscena inediti e curiosità sui grandi protagonisti vi accompagneranno in un viaggio tra le note di opere immortali e le parole degli artisti che hanno lasciato un segno indelebile nella storia dell’arte canora.

Preparatevi a scoprire la musica da un punto di vista nuovo, svelando storie che pochi conoscono, ma che meritano di essere raccontate e scoperte.

Storie di Musica, dietro “Losing My Religion” dei R.E.M.

La casa discografica non vuole “Losing My Religion“. La Warner esita davanti a un brano troppo insolito: un mandolino protagonista e nessun ritornello pop tradizionale. I R.E.M. invece sono convinti: è la canzone giusta per presentare il disco “Out of Time“.

Tutto comincia sul divano di Peter Buck. Il chitarrista, in cerca di nuovi stimoli, studia il mandolino. In tv c’è una partita di baseball, senza audio. Peter suona una sequenza di accordi nata spontaneamente e la registra su un vecchio mangianastri. Quegli accordi diventano “Losing My Religion“.

Ma il titolo inganna. Il testo non parla di religione. “Losing my religion” è un modo di dire del Sud degli Stati Uniti: significa arrivare al limite. Michael Stipe dà voce ad un amore non corrisposto, a chi si costruisce nella mente una storia che forse non esiste. Finché non riesce più a distinguere cosa è reale.

La band insiste. La Warner alla fine accetta e organizza un lancio graduale. Ma il successo è travolgente. Il brano arriva al quarto posto della Billboard Hot 100 e proietta i R.E.M. verso la fama mondiale.

Scritto da Caravaggio
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