Storie di Musica, Layne Staley: “Dov’è papà?”, la ferita che lo spezzò
Viaggi tra note e curiosità, alla scoperta dei protagonisti e delle opere della scena musicale nazionale e non solo. A cura di Caravaggio
Benvenuti a “Storie di musica“, una rubrica ideata e realizzata del cantautore Caravaggio, dove ogni settimana ci immergeremo nelle pieghe più affascinanti della scena musicale, italiana e internazionale. Oggi parliamo di Layne Staley.
Aneddoti sorprendenti, retroscena inediti e curiosità sui grandi protagonisti vi accompagneranno in un viaggio tra le note di opere immortali e le parole degli artisti che hanno lasciato un segno indelebile nella storia dell’arte canora.
Preparatevi a scoprire la musica da un punto di vista nuovo, svelando storie che pochi conoscono, ma che meritano di essere raccontate e scoperte.
Layne Staley: “Dov’è papà?”, la ferita che lo spezzò
“Dov’è papà?”. Tutta l’arte di Layne Staley nasce da questa domanda.
Layne ha passato l’infanzia a farsi questa domanda. Suo padre Phil era un tossicodipendente, uno spacciatore. La madre aveva divorziato quando lui era ancora bambino e quella figura mancante ha scavato un vuoto che nessuna carezza potrà mai riempire
Layne Staley trova rifugio nella musica e nella sua band, gli Alice in Chains. La sua voce non è una carezza: è una ferita che sanguina. Non è tecnica. È pura emozione, un dono divino in mezzo alla maledizione di un’assenza.
Poi arriva Demri. L’amore vero. E insieme a lei arriva anche l’eroina. Quando la sua fidanzata muore nel ‘96 per una patologia cardiaca legata alla dipendenza, per Layne il futuro smette semplicemente di esistere. Il vuoto si allarga, la droga diventa l’unico anestetico al dolore.
Tre mesi prima di morire, in un’intervista, dice: “Il mio fegato non funziona più. So che sto morendo. È troppo tardi”. È lucido. Sa. E non può fermarsi. Layne muore solo, in un appartamento buio, il 5 aprile 2002. Otto anni esatti dopo Kurt Cobain. La musica può salvare. Ma a volte non basta.