Storie di Musica: “Produci, consuma, crepa”, la rivoluzione dei CCCP
Viaggi tra note e curiosità, alla scoperta dei protagonisti e delle opere della scena musicale nazionale e non solo. A cura di Caravaggio
Benvenuti a “Storie di musica“, una rubrica ideata e realizzata del cantautore Caravaggio, dove ogni settimana ci immergeremo nelle pieghe più affascinanti della scena musicale, italiana e internazionale. Oggi parliamo della rivoluzione dei CCCP.
Aneddoti sorprendenti, retroscena inediti e curiosità sui grandi protagonisti vi accompagneranno in un viaggio tra le note di opere immortali e le parole degli artisti che hanno lasciato un segno indelebile nella storia dell’arte canora.
Preparatevi a scoprire la musica da un punto di vista nuovo, svelando storie che pochi conoscono, ma che meritano di essere raccontate e scoperte.
“Produci, consuma, crepa”, la rivoluzione dei CCCP
I CCCP nascono a Berlino Ovest nel 1982, all’ombra del Muro. Sono italiani, emiliani per la precisione, ma inneggiano all’Unione Sovietica. Sono punk, ma anche profondamente mistici. Comunisti ortodossi che citano Pier Paolo Pasolini e pregano la Madonna. Folli, geniali, assolutamente irripetibili nel panorama musicale italiano.
Nel 1987 esce “Socialismo e barbarie“. Non è un semplice disco. È un manifesto politico urlato su chitarre distorte, ritmi marziali e melodie mediorientali. Slogan rivoluzionari, provocazioni continue, rifiuto totale del compromesso. Brani come “Morire” diventano inni di una controcultura fatta di disagio postmoderno, fili spinati e bandiere rosse sventolate con rabbia.
E sul palco c’è Annarella Giudici, la “benemerita soubrette”. Divisa da crocerossina o abiti da sera, gesti lenti, solenni e rituali mentre intorno a lei scoppia il caos più totale. E c’è Danilo Fatur, “artista del popolo”, che danza frenetico con un frullatore in mano, lamiere contorte o un trapano acceso.
Non era solo musica. Era teatro politico d’avanguardia, performance art estrema, poesia che sanguina sull’asfalto. Un modo radicale, feroce e disperato di dire NO al mercato, al sistema occidentale, alla forma canzone stessa.
Li amavi alla follia o li detestavi ferocemente. Ma di certo, una volta visti, non li dimenticavi mai più.