Syria: “La voce è uno strumento per raccontare storie” – INTERVISTA
A tu per tu con Syria in occasione dell’uscita del singolo “La storia più bella”. La nostra intervista alla popolare cantante romana
Dopo aver interrotto un silenzio discografico durato quasi dieci anni con “Speranza” insieme a Inoki, Syria prosegue il suo nuovo percorso artistico con “La storia più bella“, singolo che celebra l’amore nella sua forma più autentica e luminosa. Un brano che parla di legami, appartenenza e gratitudine, nato in una fase della vita in cui l’artista milanese guarda al proprio presente con maggiore consapevolezza e serenità.
A trent’anni dalla vittoria tra le Nuove Proposte del Festival di Sanremo con “Non ci sto”, Syria continua a raccontarsi senza rinunciare alla curiosità che l’ha sempre contraddistinta. Nel corso della sua carriera ha attraversato generi, collaborazioni e linguaggi differenti, mantenendo però intatta una caratteristica che l’ha resa una delle interpreti più riconoscibili della musica italiana: la capacità di mettere il racconto al centro della canzone.
Nella nostra intervista abbiamo parlato del significato de “La storia più bella“, del valore dell’amore e della speranza in un’epoca complessa, del lungo periodo lontano dalla discografia, dei trent’anni di carriera e dei ricordi legati a due figure fondamentali della sua vita, Pippo Baudo e suo padre Elio Cipri. Un dialogo sincero che restituisce il ritratto di un’artista oggi più consapevole del proprio percorso, ma ancora desiderosa di mettersi in gioco e guardare avanti.
Syria presenta il singolo “La storia più bella”, l’intervista
Che momento della tua vita e della tua fase artistica fotografa questo pezzo?
«In realtà il titolo dice già tutto. Se potessi, gli darei anche un secondo titolo: “La parte più bella della mia vita”. Sto vivendo un momento molto sereno. I miei figli sono cresciuti, Romeo sta entrando nell’adolescenza, e questa è una fase completamente nuova. Nel frattempo ho cambiato vita: vivo fuori Milano, in campagna, in una dimensione che ho sempre sognato. Mi sento fortunata perché sto realizzando desideri che custodivo da ragazzina. Oggi amo stare nella natura, circondata dagli animali. Se potessi, aprirei persino una pensione per cani».
Hai descritto questo brano come una celebrazione dell’amore. In un periodo in cui spesso si raccontano relazioni fragili o tossiche, quanto è importante per te valorizzare la parte più sana e autentica dei sentimenti?
«Per me è fondamentale. Credo che abbiamo la responsabilità di trasmettere dei valori, soprattutto ai figli. Bisogna insegnare il rispetto, il dialogo, la capacità di dichiarare ciò che si prova senza paura. Vale nei rapporti di coppia, in famiglia, nelle amicizie. Dobbiamo imparare a stare con gli altri, a chiedere rispetto e a darlo. È la base di ogni relazione sana».
“Continuerei a ballare con te” è il cuore emotivo della canzone. È una promessa che si rinnova?
«Assolutamente sì. È un invito rivolto al compagno della mia vita, ma anche ai miei figli, agli amici, a tutte le persone che mi accompagnano da anni. È una dedica a chi ha condiviso con me momenti importanti e continua a farlo. Il prossimo anno festeggerò venticinque anni di matrimonio e, in un certo senso, questa canzone rinnova proprio quella promessa».
Nel corso della tua carriera hai raccontato l’amore in tante forme. Questa volta lo senti più vicino alla tua esperienza personale?
«Sì, sicuramente. Ho cantato l’amore in tutte le sue sfaccettature: quello adolescenziale di “Non ci sto”, quello più poetico di “L’amore è” grazie a Jovanotti, quello più passionale di altri brani. Qui però c’è qualcosa di molto personale. È un amore trasversale, che abbraccia il marito, i figli, gli amici, tutte le persone che fanno parte della mia vita. È una celebrazione di ciò che ho costruito nel tempo».
“La storia più bella” arriva dopo “Speranza”, il singolo con Inoki che aveva segnato il tuo ritorno discografico. Cosa unisce questi due brani?
«Direi proprio il messaggio. “Speranza” era rivolta ai più giovani, parlava dell’importanza di non smettere di credere nei propri sogni. “La storia più bella” parla invece dell’amore. Ma in fondo speranza e amore sono due cose che abbiamo disperatamente bisogno di coltivare. Se riusciamo a riempirci di questi sentimenti, possiamo anche trasmetterli agli altri. È un modo per seminare bene nella vita».
Hai sempre avuto una grande capacità interpretativa. Come si è evoluto il tuo rapporto con la voce?
«Non è cambiato molto. Continuo a essere curiosa e ad ascoltare le nuove artiste, soprattutto quelle che hanno personalità e timbri particolari. Ho sempre voglia di imparare. Però una cosa non è mai cambiata: il mio amore per il racconto. La voce, per me, è soprattutto uno strumento per raccontare storie. Questa è la mia cifra stilistica da trent’anni».
Per oltre dieci anni sei stata lontana dalla discografia, pur continuando a lavorare in tanti altri ambiti artistici. Questo periodo ti è servito per ritrovarti?
«Sì. In quel periodo avevo capito che non riuscivo più a entrare in certe dinamiche del mercato discografico e mi ero fatta da parte serenamente. Ho esplorato altre strade: il teatro, i festival, i dj set, gli omaggi a grandi artiste. Non mi sono mai fermata davvero. Oggi mi ritrovo qui grazie all’incontro con i ragazzi di Fluido e a una nuova opportunità artistica. Non torno con l’idea di conquistare tutto, non fa parte del mio carattere. Torno perché ho ancora qualcosa da raccontare».
Quest’anno festeggi trent’anni di carriera. Hai trovato un equilibrio tra la consapevolezza della tua storia e il desiderio di rimetterti sempre in gioco?
«Credo di sì. Oggi sono più consapevole di quello che ho fatto e del percorso che ho costruito. Adesso si tratta di riappropriarsi anche delle sicurezze che ho conquistato negli anni e continuare a fare musica con uno sguardo aggiornato al presente. Sto cercando il modo giusto per unire esperienza e curiosità. E poi siamo solo all’inizio: dopo “La storia più bella” arriverà anche un nuovo singolo e poi il disco entro la fine dell’anno».
Vorrei ricordare due persone importanti che non ci sono più. La prima è Pippo Baudo, che è stato in qualche modo il tuo padrino artistico...
«Se oggi sono qui lo devo anche a lui. Mi scelse tra i giovani e mi diede una fiducia enorme. Ricordo ancora le prove a Sanremo con l’orchestra: ero emozionatissima, scoppiavo a piangere. Lui arrivò subito a rassicurarmi. Aveva una sensibilità e un carisma straordinari. Era davvero un gigante della televisione italiana».
E l’altro ricordo è per tuo padre, Elio Cipri, grande figura della discografia italiana. Cosa ti manca di più di lui?
«Mi manca tutto: le telefonate, gli abbracci, il confronto quotidiano. Qualsiasi cosa faccia penso spesso a cosa mi avrebbe detto. Era il mio punto di riferimento, il mio baricentro. Quando avevo dubbi o momenti di fragilità sapeva sempre trovare le parole giuste. Mi manca il suo profumo, la sua presenza, il suo modo di farmi sentire al sicuro».
Per concludere, qual è la lezione più importante che la musica ti ha insegnato?
«Prima di tutto la gratitudine. Sono profondamente grata per tutto quello che mi è successo. E poi ho imparato una cosa fondamentale: non bisogna mai prendersi troppo sul serio. Credo sia il modo migliore per sopravvivere in questo mestiere e continuare a fare musica con sincerità».