Mogol

Una durissima lettera d’accusa si scagliò contro il mondo discografico

Una lettera pubblicata sulle pagine del settimanale ‘Big’ del 15 ottobre 1966 sanciva lo strappo tra il mondo della canzone d’autore e la musica leggera. Sulla scia del vento di rivoluzione che spirava tra le nuove generazioni di tutto il mondo, il sistema discografico italiano stava provando ad affacciarsi sulla finestra della contemporaneità, aprendosi a messaggi di denuncia sociale: nacque così la linea verde, a detta dei suoi detrattori un movimento più commerciale che artistico. Tra i grandi fautori della nuova scuola, il cronista Sergio Modugno (solo omonimo del grande cantautore pugliese) e Giulio Rapetti Mogol, che proprio nell’ottobre del ’66 assisteva alla pubblicazione di un suo testo, “È la pioggia che va”, destinato a diventare il brano simbolo dei The Rokes, oltre che un inno generazionale.

Il denaro ed il potere sono trappole mortali
Che per tanto e tanto tempo han funzionato

Noi non vogliamo cadere
Non possiamo cadere più giù
Ma non vedete nel cielo
Quelle macchie di azzurro e di blu?

È la pioggia che va, e ritorna il sereno

In piena sintonia col messaggio della linea verde, il brano della band guidata da Shel Shapiro si fa portavoce di un chiaro sentimento di ribellione a schemi sorpassati e convenzionali, contestando in questo caso il materialismo. Alla denuncia sociale, però, venne affiancato un segno di speranza: ogni cosa si sistemerà da sola e sarà sempre il bene a trionfare. Possiamo notare la stessa struttura in altri brani del periodo, ad esempio ne “La rivoluzione”, brano interpretato da Gianni Pettenati e dal divo americano Gene Pitney, su parole di Mogol.

È finita la rivoluzione
Per sempre è finita e mai più si farà
È finita la rivoluzione
L’amore alla fine ha vinto e vincerà

Proprio questo messaggio è inviso ai contestatori che vedono in atto un tentativo di annacquare i moti giovanili e ammorbidirne i toni. Lo stesso auspicato lieto fine presente in questi brani, sembra assumere un intento reazionario, annunciando la fine delle proteste e il ritorno al mondo (e alla musica) di sempre, più che l’avvento di una nuova società fondata sulla pace e l’uguaglianza. In risposta ad un articolo di Modugno pubblicato su “Big” che lanciava l’onda verde, due dei più grandi cantautori della nostra storia e altre importanti figure del panorama musicale degli anni sessanta esposero le loro tesi senza pudore.

Il testo integrale del messaggio

Caro Direttore,
scusaci se ti parliamo senza peli sulla lingua, ma tutti noi che crediamo nel beat per profonda convinzione etica e culturale e peli sulla lingua non possiamo averne. Le riserve mentali preferiamo, dunque, lasciarle agli altri, ai rivoluzionari che sventolano le bandiere quando ormai la rivoluzione è già stata fatta e a tutti coloro pronti ad approfittare di una situazione, senza per altro essere disposti a pagare di persona.

Il discorso come avrai capito, investe quella “linea verde” cui “Big” ha dedicato un ampio articolo, presentandola, sia pure con vaghissime riserve, alla stregua di un messianico avvenimento entro il quale dovrebbero inquadrarsi tutti coloro che, fin da oggi, in Italia si sono occupati ed hanno operato nel campo beat, da un punto di vista musicale e no.

Tu sai bene di cosa si tratta. Secondo quanto ha scritto Sergio Modugno, ci si sarebbe accorti che, in sostanza, la forza protestatoria del beat era superata e sarebbe quindi giunto il momento di indirizzarsi verso temi e motivi aperti alla speranza.

Il discorso, per la verità, è confuso e dogmatico. Nell’articolo in questione non vengono, infatti, spiegati i fattori storici o economici che determinerebbero la necessità di una simile svolta a destra.

Ora, per carità, non ci accusare di marxismo. Sarebbe un gioco troppo facile. Fra di noi c’è chi è marxista e chi non lo è. Ma tutti ci troviamo d’accordo su un minimo denominatore di buonsenso. E il buonsenso ci dice che i motivi della protesta dei giovani non sono affatto esauriti. Anzi, basta guardarsi attorno, sia in Italia che nel mondo per renderci conto che tutti quei presupposti che sono alla base della rivolta dei giovani sono oggi validi più che mai, la libertà dei giovani in ogni parte del mondo corre serio pericolo da parte di quelle forze reazionarie che, ben lungi dall’essere debellate, hanno invece in mano nuove e temibili armi per cercare di far tenere i cervelli nell’ovatta e le bocche chiuse.

Anche questo discorso, bada bene, è praticamente obiettivo e non investe le sfere della politica, Perché le persecuzioni razziali non sono e non possono essere viste solo dal punto di vista politico, perché i bombardamenti indiscriminati in Vietnam sono quelli che sono, perché la censura più assurda esiste ancora e ne abbiamo avuto triste prova anche in occasione del recente festival delle Rose. E perché, per passare dall’altra parte della barricata, i liberi intellettuali nell’Unione delle Repubbliche Socialiste Sovietiche finiscono in Siberia, mentre il muro di Berlino è ancora in piedi e in Cina un certo tipo di mentalità nazista torna di moda grazie alla cosiddetta Rivoluzione culturale.

Questo per ciò che riguarda il mondo intero. Quanto all’Italia, da Agrigento a Longarone è tutto un fiorire di scandali, mentre le persecuzioni di polizia, a Genova e Roma, contro i ragazzi colpevoli solo di portare i capelli lunghi assumono forme sempre più preoccupanti.

L’elenco potrebbe continuare, ma mi sembra inutile. Sono fatti, fatti precisi che tutti conoscono benissimo. Così stando le cose comunque ci si può spiegare dove sono gli estremi per il superamento di una protesta che invece appare sempre di più indispensabile? E dove i presupposti della speranza?

A questo punto poi un’altra domanda sorge legittima: perché dunque la linea verde? A cosa serve? E soprattutto a chi serve?

La risposta ci sembra abbastanza semplice: serve a chi vuole intorpidire le acque, o per cause bassamente pubblicitarie e comunque speculative. Chi ha orecchie per intendere, intenda. Le ragioni della nostra perplessità ci paiono a ogni modo molto giustificate.

Per questo le linee verdi, oltre a non interessarci, ci preoccupano in quel loro esplicito tentativo di porre freni e intorbidare le acque con fini che, quanto meno, appaiono estremamente poco chiari e proprio per questa estrema nebulosità possono confondere e fuorviare le idee dei più giovani.

I quali giovani dunque è bene che sappiano come, in chiara antitesi alla linea verde, ci troviamo ben saldamente ancorati alla linea del blues, di Dylan, di Kerouac e di tutti coloro che ancora credono, in termini musicali e no, nella insopprimibile necessità della pace e della libertà. Noi nella pace e nella libertà non vogliamo “sperare”, ma preferiamo lottare, per ora su una trincea fatta di splendide e significative note, per conservarle o conquistarle.

Questo è bene che si sappia, come è bene che i giovani stiano in guardia contro i mistificatori della musica leggera.

Firmato: Luigi Tenco, Sergio Bardotti, Lucio Dalla, Gianfranco Reverberi e Piero Vivarelli.

Tutti a Sanremo (o quasi)

Fatalmente, i protagonisti di questo diverbio saranno tutti presenti durante l’epilogo del primo firmatario e probabilmente ideatore del testo, soltanto tre mesi dopo. Dal 26 al 28 gennaio ’67, a Sanremo, Tenco, Dalla, i The Rokes e “La rivoluzione” si sfidano per un posto in vetta alla classifica del Festival. Piero Vivarelli, autore di canzoni e regista di b-movies dalle tormentate vicende politiche (prima fascista al seguito della Decima Mas, poi convertitotosi al Partito Comunista) è al seguito della kermesse in veste di cronista. Reverberi dirige l’orchestra durante le esibizioni di Tenco.

Dopo la prima serata del Festival ‘Ciao amore ciao’, cantata dallo stesso cantautore e da Dalida, si piazza al dodicesimo posto, tra le eliminate. La giuria tecnica potrebbe ripescarla ma opta per “La rivoluzione”, quindi per la linea verde. Nella notte tra il 26 e il 27 gennaio il corpo di Tenco viene ritrovato senza vita in una stanza dell’Hotel Savoy. Dalla, che soggiorna nella camera adiacente, è tra i primi ad accorrere: sarà lui ad informare Sergio Modugno del lutto. Arrivato sulla scena del crimine, il giornalista si accorgerà di un curioso, criptico dettaglio: il corpo senza vita del grande artista disteso con i piedi sotto un cassettone: una posizione anomala, compatibile col sospetto di una manomissione. Altri testimoni, poco dopo, vedranno il corpo in posizioni diverse, con la pistola prima apparentemente assente dalla stanza, poi nascosta dal corpo, infine stretta tra le mani della vittima. È lo stesso Modugno, secondo le parole di Vivarelli, a portare alla polizia dei biglietti, che per errore diventano di pubblico dominio: tutti gli organi di stampa non si faranno scrupoli a pubblicare le ultime parole dell’artista, unica prova effettiva che farà chiudere le indagini per suicidio.

In Riviera l’unico assente fu Mogol. Il più grande autore di testi della nostra musica sarà tributato il 23 ottobre prossimo con il Premio Tenco, manifestazione al centro di un forte dibattito tra organizzatori ed eredi del cantautore precocemente scomparso a causa della volontà dei primi di aprire la kermesse ad ogni tipo di musica e superare il concetto classico di cantautorato.

Questo un estratto della motivazione del premio a Mogol:

“Facendo leva sull’universalità di questo senso [l’amore] e toccando le corde della tenerezza è riuscito in un’impresa che sembrava impossibile: abbattere i muri delle contrapposizioni ideologiche ed entrare nell’intimità di moltissime case italiane”.

Nonostante l’autore dei testi di “Emozioni” ed “Impressioni di settembre” non abbia certo bisogno di dimostrare di meritare un posto nell’olimpo della canzone impegnata, la menzione cade in un evidente paradosso, considerando che l’artista a cui il premio è intestato, in nome della coerenza con le proprie idee, rinunciò alla popolarità anche a costo di arrivare allo scontro ideologico, come testimonia la lettera inviata a ‘Big’, documento di vitale importanza per capire le dinamiche all’interno dell’industria musicale degli anni sessanta ma anche un’importante testimonianza storica e sociale.

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Manuel Bacca

Sono nato in Molise in un anno con tre zeri, amo il cantautorato. Battiato, i genovesi. Cerco nuove rotte in nuove storie, e le storie che cerco spesso hanno colonne sonore, Rota e Morricone. Viaggio tra i discorsi su due piedi di Guccini e i silenzi di Tenco, inseguendo, tra un disco e l'altro, le sacre sinfonie del tempo.

By Manuel Bacca

Sono nato in Molise in un anno con tre zeri, amo il cantautorato. Battiato, i genovesi. Cerco nuove rotte in nuove storie, e le storie che cerco spesso hanno colonne sonore, Rota e Morricone. Viaggio tra i discorsi su due piedi di Guccini e i silenzi di Tenco, inseguendo, tra un disco e l'altro, le sacre sinfonie del tempo.

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