A tu per tu con la nota artista, attualmente impegnata nel cast della nona edizione di “Tale e quale show

L’amore e il rispetto della musica contraddistinguono Tiziana Rivale, cantante e compositrice che ha sempre cercato di mettere in primo piano professionalità e passionalità. Una carriera cominciata molto presto, una gavetta fatta di concerti nelle discoteche e spettacoli teatrali accanto a Gino Bramieri, esperienze che mettono subito in evidenza la sua poliedricità. Da esordiente prende parte al Festival di Sanremo nel 1983, si aggiudica la vittoria con “Sarà quel che sarà”, da lì si aprono per lei le porte di un sempre più rilevante successo internazionale, svariati premi e riconoscimenti, tra cui l’ultimo disco d’oro alla carriera ottenuto in Messico lo scorso gennaio. Il 2019 è l’anno che segna il suo ritorno televisivo in patria con Tale e quale show, popolare trasmissione di Rai Uno condotta da Carlo Conti, giunta alla sua nona edizione.

Ciao Tiziana, mi piacerebbe ripercorrere con te le tappe più importanti della tua carriera, dagli esordi sino ad oggi. Comincerei col chiederti: c’è stato un momento in cui hai capito che la musica avrebbe accompagnato per sempre la tua vita?

«Sì, ero bambina, all’età di undici già amavo cantare e ascoltare musica più che altro straniera. Sapevo che avrei fatto la cantante, lo scrivevo nei temi di scuola (sorride, ndr), ma nessuno mi credeva, per cui andavo avanti con il mio intuito e la mia passione per la musica».

Avevi dei modelli di riferimento? Degli artisti che ascoltavi particolarmente?

«Ascoltavo i Genesis, Aretha Franklin, i Beatles e tutte cose un po’ fuori dalla norma per una ragazzina dell’epoca, artisti che mi davano delle buone sensazioni, mi riempivano le giornate con la loro musica. Non c’era il computer ovviamente, ascoltavo molto la radio, in particolare ciò che trasmettevano alcune emittenti. Tutte cose oltreoceano, stranamente mi piaceva solo la musica straniera, perché la trovavo decisamente più impegnativa».

In quel momento c’era sicuramente del fermento, mi fai un parallelismo tra i tuoi esordi e l’attuale mercato discografico? 

«Credo che il mercato di oggi si sia spento, noto sempre più spesso che ci sono dei pessimi modelli di riferimento, in certe trasmissioni ci sono personaggi che non dovrebbero dare esempio ai ragazzi di oggi, che sono assolutamente deleteri. Le persone serie ed equilibrate non penso che apprezzino questo andamento, personalmente sono per la musica sana con dei messaggi sani, poi gli altri facciano quello che vogliono (sorride, ndr)».

Pensi che un ragazzo oggi abbia più o meno possibilità rispetto a quegli anni?

«Emergere oggi è molto difficile, proprio perché c’è un’ingente quantità di proposte, tutti i ragazzini vogliono diventare ricchi, famosi ed entrare nel mondo dello spettacolo, senza avere però le idee chiare. Penso che “entrare nel mondo dello spettacolo” non sia un mestiere, bisogna capire cosa si vuol fare, se il musicista o il cantante, qualcosa di più specifico. Dovrebbero avere ben chiaro in mente quello che vogliono, solo così riuscirebbero a portare avanti con determinazione la loro passione».

Tornando a te, eravamo rimasti nei primi anni ’80, venivi già da una gavetta importante, se vogliamo anche non convenzionale. Poi però, all’improvviso, sulla tua strada incroci la rassegna più nazional popolare di sempre: il Festival di Sanremo. Nel 1983 debutti sul palco dell’Ariston con “Sarà quel che sarà” e, contro qualsiasi pronostico, vinci la kermesse. Tanto si è detto e tanto si è scritto a riguardo, ma tu come hai vissuto quel periodo e cosa ricordi di quell’esperienza?

«Un po’ in trance, mi era stata data l’occasione di far uscire il mio disco di debutto partecipando o a “Discoring” oppure a “Domenica In” dove all’interno della trasmissione c’era un concorso che si chiamava “Tre voci per Sanremo”, scelsi la gara. Come hai detto tu, venivo da una gavetta molto intensa e molto bella nelle discoteche rock dance del nord Italia ed Europa, con tre tournée teatrali alle spalle con Gino Bramieri, insomma avevo un bel percorso alle spalle prima di arrivare al Festival. Con “Domenica In” mi guadagnai questo posticino per Sanremo, dopodiché la mia casa discografica mi impose di cantare “Sarà quel che sarà”, che non rappresentava esattamente il tipo di musica che avrei voluto fare, era fin troppo semplice, sembrava una canzone da Zecchino d’Oro e, come ti dicevo prima, a me piacciono le cose più impegnative.

Comunque sia l’ho dovuta fare per contratto, non avrei mai pensato di vincere, in più i miei discografici non erano pronti a questo risultato, non c’era un progetto importante alle spalle, altri pezzi pronti o una buona promozione. Lì ci fu il mio disappunto nell’assistere alla loro impreparazione, quindi ho lasciato l’etichetta e ho continuato da sola all’estero, dove tutt’oggi mi trovo molto bene, i miei dischi sono conosciuti in varie parti del mondo, a gennaio mi hanno dato il disco d’oro alla carriera in Messico, ricevo delle belle soddisfazioni che nel mio Paese purtroppo non ho, ma dicono sia normale non esser profeti in patria (sorride, ndr)».

Eri un’artista emergente, eppure hai sbaragliato la concorrenza di colleghi blasonati con molta più carriera alle spalle, oggi questo fenomeno è diventato la normalità, ma all’epoca destò particolare scalpore, tant’è che proprio l’anno successivo nacque da un’idea di Pippo Baudo la categoria Nuove Proposte. Hai detto che quel pezzo non ti piaceva, che non avevi un supporto promozionale adeguato, allora come te la spieghi quella vittoria? Quali sono stati gli elementi che hanno contribuito ad attribuirti il titolo della 33esima edizione del Festival della canzone italiana?

«Perché quell’anno lì, fortunatamente, c’erano le giurie popolari e non quelle pilotate da Gianni Ravera che, all’indomani della kermesse, dichiarò ai giornali che quell’anno lui non poté manovrare la classifica e che, di conseguenza, avrebbe dovuto accontentarsi di me (ride, ndr). Tralasciando i modi poco carini, queste sono verità che io non dimentico. Come hai anticipato, quell’anno c’era un’unica categoria, per questo ha dato fastidio che un esordiente potesse avere la meglio sui grandi nomi in gara, per questo motivo dal 1984 in poi è nata la sezione giovani, a causa mia, per colpa o per merito non saprei, ma è accaduto così, è stata una conseguenza. Onestamente credo che sia anche giusto così, i big e le nuove proposte».

Subito dopo Sanremo il successo per te arriva anche all’estero, cosa è scattato esattamente dentro di te per farti venir voglia di portare la tua musica in giro per il mondo?

«Mi hanno sempre contattato da vari Paesi del mondo, negli ultimi anni anche attraverso internet, che considero uno strumento molto importante, se usato bene. Tranne la Cina e l’Africa sono stata un po’ dappertutto, ho accettato sempre gli inviti che mie erano stati fatti perché ero delusa del comportamento dei discografici italiani, grazie al cielo non ho mai vissuto momenti di mancanza di lavoro, mi sono sempre rimboccata le maniche e penso di aver svolto il mio mestiere con passione e professionalità. Negli anni ho pubblicato dieci album e circa 150 singoli, magari questo il pubblico nemmeno lo sa, le mie notizie ufficiali le trovate sul mio sito internet, tutto il resto che circola sul mio conto a volte mi fa sorridere, perché non si tratta di cose veritiere».

Negli anni si riducono anche le tue partecipazioni televisive, così ti ha spinto a tornare proprio con “Tale e quale show”?

«Se non ci invitano, noi come possiamo entrare in tv? Non possiamo di certo fare incursione nel bel mezzo di una trasmissione (sorride, ndr). Dopo il grande Paolo Limiti che mi ha concesso di prendere parte al suo programma dal ’97 al 2003, è arrivato Carlo Conti che ringrazierò per sempre per questo bellissimo invito. “Tale e quale show” mi sta donando tantissime soddisfazioni, anche se all’inizio non ero convintissima, perché naturalmente non sono un’imitatrice e per una cantante è sempre molto difficile calarsi nei panni di altri, non mi sentivo all’altezza, ma il provino è andato bene e sono contentissima del mio percorso fino ad ora. Non mi aspetto assolutamente di arrivare prima, pure ultima và benissimo, è un gioco, oltre che una bella sfida con noi stessi.

Non si vince e non si perde nulla, la carriera rimane intatta, mi fa piacere di aver conosciuto una squadra di persone così piacevole, autentici professionisti della Rai, e i miei compagni di avventura che reputo favolosi. Sono tutti simpaticissimi, bravi, ci impegnamo tantissimo, siamo molto affiatati, ci divertiamo molto anche se, non ti nascondo, che l’esperienza è molto stancante. La gente non immagina quanto lavoro ci sia dietro, noi siamo impegnati cinque giorni a settimana, dal lunedì mattina al venerdì notte, abbiamo le prove trucco tre volte a settimana, per una durata di quattro ore ciascuna, e poi infinite lezioni di canto, recitazione, presenza scenica. E’ veramente una cosa incredibile, ma appena conclusa la trasmissione mi prenderò sicuramente un periodo per fare una bella vacanza (sorride, ndr)».

Tra le varie performance, quali ti hanno dato più soddisfazioni?

«Tra quelle che mi sono venute meglio, ti direi Tina Turner perché ero molto a mio agio per affinità di genere, anche se non è stato per niente facile, vorrei avere un quarto della sua voce! Sono contenta e onorata di aver avuto l’occasione di interpretarla, mentre per le altre performance ho sempre messo tanta buona volontà, qualcuna può venire bene o meno bene, ma sono consapevole di non essere un’imitatrice. Mi ha molto emozionato vestire i panni di Kim Carnes, anche perché era la prima esibizione in assoluto e quelli di Patty Pravo, nonostante fossi parecchio tesa perché non volevo sbagliare.

Poi, se posso, vorrei aggiungere una cosa riguardo dei commenti che ho letto sul web che ci definiscono razzisti perché per fare i cantanti di colore ci pitturiamo di nero. Io non so da quale mente deviata possa  essere stato partorito un pensiero del genere, noi non possiamo che avere ammirazione per artisti di questo prestigio che notoriamente hanno una marcia in più. La trasmissione si chiama “Tale e quale show” proprio perché si cerca di assomigliare ad un determinato personaggio anche a livello fisico. Ci tenevo a sottolineare questa cosina».

Dopo aver ripercorso alcune delle tappe della tua carriera ti chiedo: chi è oggi Tiziana Rivale, se ti guardi allo specchio che immagine vedi?

«Beh, una cantante che ha sempre lavorato, portando avanti la propria musica con convinzione. Non ti nascondo che mi piacerebbe essere considerata anche nel mio Paese, non solo all’estero. Certo, mi fa piacere viaggiare, vedere posti nuovi, l’accoglienza è sempre bella, ogni volta che prendo l’aereo c’è tanta adrenalina, ma sarei ancora più soddisfatta se riuscissi ad avere un piccolo spazio anche a casa mia, come accade per tanti miei colleghi.

E’ un grande peccato, l’Italia è bellissima e non è giusto dimenticarsi di chi ha contribuito, a modo suo, con il proprio impegno e la propria professionalità, questo lo dico anche per le generazioni future naturalmente, perché è un fenomeno destinato ad aumentare nel tempo. Avere memoria è importante, anche perché poi le cose sono due: o te ne vai a lavorare all’estero o resti e accetti questa condizione, alcuni cadono in depressione e questo è un vero peccato, perché non credo sia giusto. Porto avanti con fierezza la mia musica, rivolgendomi a chiunque abbia voglia di ascoltarla».

Archiviata l’esperienza di “Tale e quale show”, quali sono i tuoi progetti? Cosa bolle in pentola per il futuro?

«Come ti dicevo, terminato il programma mi prenderò un piccolo periodo di tempo per riposarmi da questa fatica psico-fisica non indifferente (sorride, ndr). Ti dirò, ci sono dei piani di lavorazione per il prossimo anno, sicuramente una tournée, ma anche buon materiale per realizzare un album. Sai, non mi interessa buttare fuori un disco a tutti i costi, giusto per farlo, ci vogliono canzoni valide e non appena ne avrò abbastanza mi sentirò di nuovo pronta per lanciarlo sul mercato. L’obiettivo è sempre quello di fare cose dignitose, il mio ultimo doppio cd è uscito due anni fa, aspetto di trovare altre cose che siano altrettanto valide».

Per concludere, qual è la lezione più importante che hai appreso dalla musica in questi anni?

«La musica è una passione che ho sempre avuto, mi reputo molto disciplinata, precisa e faccio tutto con ordine, mi sento una persona corretta, educata e coinvolta nel sociale, perché credo che la musica possa essere d’aiuto in vari modi. Sono coinvolta per le campagne antiviolenza sulle donne, sugli essere indifesi, sugli animali, in più sono una guardia nazionale ambientale, proprio perché amo la società e tendo, nel mio piccolo, a cercare di migliorarla. Utilizzando la musica anche in questo senso, mi sento sicuramente ancora più appagata».

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Nico Donvito

Appassionato di scrittura, consumatore seriale di musica italiana e spettatore interessato di qualsiasi forma di intrattenimento. Innamorato della vita e della propria città (Milano), ma al tempo stesso viaggiatore incallito e fantasista per vocazione.

Di Nico Donvito

Appassionato di scrittura, consumatore seriale di musica italiana e spettatore interessato di qualsiasi forma di intrattenimento. Innamorato della vita e della propria città (Milano), ma al tempo stesso viaggiatore incallito e fantasista per vocazione.

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