Tredici Pietro debutta a Sanremo, un crossover elegante e convincente – RECENSIONE
Il viaggio conta più dell’arrivo nel primo Sanremo di Tredici Pietro, che sta per debuttare sul palco dell’Ariston con “Uomo che cade”, una canzone che non corre, ma cammina con coerenza
Debutta a Sanremo Tredici Pietro e lo fa con un pezzo intitolato “Uomo che cade”, firmato a sei mani con Antonio Di Martino e Marco Spaggiari. Dopo aver anticipato il nostro giudizio con le consuete pagelle realizzate dopo l’ascolto in anteprima riservato alla stampa, approfondiamo il senso e il suono della canzone.
Tredici Pietro, la recensione di “Uomo che cade”
Il debutto al Festival di Sanremo per Tredici Pietro avviene senza ansia da effetto immediato. “Uomo che cade”, ascoltata una sola volta durante le audizioni riservate alla stampa, è una canzone che si prende il suo tempo, che non cerca l’impatto istantaneo ma costruisce passo dopo passo la propria traiettoria.
L’inizio è rappato, con atmosfere che richiamano un certo immaginario anni ’90: groove morbido, accordi intensi dal gusto retrò, un mood sospeso tra hip hop e R’n’B. La scrittura, firmata insieme ad Antonino Dimartino, lavora per accumulo. La musica, composta dallo stesso Dimartino con Marco Spaggiari e prodotta da Vanegas (con produzione aggiuntiva di Giovanni Pallotti, Fudasca, Sedd e Montesacro), tiene insieme eleganza e introspezione.
Il ritornello è la svolta. Più aperto, luminoso, cantabile: è lì che il pezzo trova il suo slancio. Senza quella virata melodica, probabilmente l’impatto sarebbe stato più tenue. Invece la transizione funziona e amplia l’orizzonte emotivo del brano, amplificando il tema centrale: la vita come movimento continuo, fatto di ricerca, cadute e ripartenze.
“Uomo che cade” racconta proprio questo. Non esiste un vero punto di partenza né un traguardo definitivo: esiste il cammino. È nel percorso, e non nell’arrivo, che prende forma l’identità. Tredici Pietro canta la spinta a rimettersi in gioco, a non accontentarsi, ad accettare la caduta come parte integrante dell’esistenza.
La cosa più interessante è che il brano non somiglia a molto altro in gara. Non segue i binari più prevedibili e proprio questa diversità lo rende originale. Gli archi sono un dettaglio elegante e riuscito; il resto, al primo ascolto, resta leggermente annebbiato. Ma è uno di quei pezzi che sembrano fatti per crescere con il tempo, per rivelarsi meglio dal vivo. Non arriva subito, ed è forse il suo punto di forza. Potrebbe essere il diesel di questa edizione: meno appariscente all’inizio, ma capace di guadagnare terreno ascolto dopo ascolto.