Valeria Rossi: “Non possiamo controllare tutto, ma possiamo imparare ad ascoltare meglio” – INTERVISTA

Valeria Rossi

A tu per tu con Valeria Rossi per parlare del nuovo singolo “Rivedendo te” con SSD Project e Vima e dei venticinque anni da “Tre parole”. La nostra intervista alla cantautrice

Ci sono canzoni che segnano un’estate e altre che, quasi senza accorgersene, finiscono per attraversare le generazioni. “Tre parole” appartiene senza dubbio alla seconda categoria: venticinque anni dopo aver trasformato “sole, cuore, amore” in uno dei ritornelli più riconoscibili del pop italiano, Valeria Rossi sceglie di celebrare questo importante anniversario senza rifugiarsi nella nostalgia. Lo fa con “Rivedendo te“, il nuovo singolo realizzato insieme a SSD Project e Vima, una collaborazione che unisce sensibilità diverse e dimostra come il passato possa diventare un punto di partenza anziché un luogo in cui restare.

Nel corso della nostra conversazione abbiamo ripercorso la storia di una delle canzoni simbolo dei primi anni Duemila, ma soprattutto abbiamo scoperto l’artista e la donna che Valeria è diventata oggi. Dal rapporto con il tempo alla ricerca di autenticità, dalla nascita del nuovo brano ai ricordi di “Ricordatevi dei fiori“, passando per Sanremo, il mestiere dell’autore e un’industria musicale profondamente cambiata, emerge il ritratto di una cantante che continua a mettere la sensibilità davanti a qualsiasi strategia. Con la stessa leggerezza intelligente che ha sempre caratterizzato il suo modo di raccontare la vita, Valeria Rossi ci ricorda che crescere significa imparare a guardare avanti senza dimenticare ciò che siamo stati.

Sono passati venticinque anni da “Tre parole” e hai scelto di festeggiare questo anniversario non con una celebrazione del passato, bensì con nuova musica. Comincio col chiederti: come descriveresti il tuo rapporto col tempo che passa?

«Questi venticinque anni mi hanno insegnato che non bisogna restare fedeli a un’immagine, ma al proprio movimento interiore. Per questo non ho sentito il bisogno di celebrare soltanto il passato: mi interessava metterlo in dialogo con ciò che sono oggi. Il tempo toglie, certo, ma chiarisce anche; ridimensiona ciò che sembrava enorme e restituisce valore a cose che allora non riuscivamo ancora a comprendere. Il tempo, quando non lo si combatte, può diventare un alleato molto creativo. Il mio rapporto con il tempo è diventato molto più pacificato. Da giovane lo vivevo soprattutto come urgenza: fare, arrivare, dimostrare, non perdere occasioni. Oggi lo sento come uno spazio di trasformazione».

C’è un verso di “Rivedendo te” che senti particolarmente tuo e che racconta meglio la Valeria di oggi?

«Sì: “Cercavo un senso, ho trovato un sé”. È un verso che racconta bene il mio percorso, perché per molto tempo ho cercato risposte fuori di me, mentre oggi sento che il significato nasce soprattutto dalla conoscenza e dalla consapevolezza di sé. Subito dopo, però, arriva «semaforo rosso, anzi rosso rosé»: un gioco di parole volutamente ironico, quasi a impedire che la riflessione diventi troppo solenne. Mi rappresenta proprio questa convivenza tra profondità e leggerezza: la capacità di farmi domande serie senza perdere il gusto di sorridere, giocare con il linguaggio e cambiare improvvisamente prospettiva compiendo un miracolo raro in cui un semaforo riesce perfino ad avere una “funzione esistenziale”».

Pensi ci sia una differenza tra la Valeria di ieri e la Valeria di oggi?

«La differenza c’è, ma non sento che la Valeria di oggi abbia cancellato quella di ieri. La contiene, semplicemente con più strumenti, più consapevolezza e meno bisogno di aderire alle aspettative degli altri. Ieri cercavo soprattutto di trovare il mio posto; oggi ho imparato a non considerare leggerezza e profondità come opposti e a riconoscere valore anche nelle domande, nelle trasformazioni e nei cambi di direzione. Forse sono diventata meno interessata a offrire un’immagine definita, soprattutto dall’esterno e dalle proiezioni altrui, e più disponibile a restare una persona viva, complessa e in movimento».

Come sono nate la canzone “Rivedendo te” e la collaborazione con SSD Project e Vima?

«La collaborazione con Vima è nata prima ancora della musica, in un contesto sociale. Le nostre strade si sono incrociate mentre entrambi eravamo impegnati in percorsi di sostegno rivolti a ragazzi e ragazze nei centri diurni di comunità. VIMA, prima ancora di essere un artista, è una persona profondamente impegnata nel sociale e interessata a facilitare percorsi di consapevolezza di sé, che consideriamo una via indispensabile per migliorare la qualità della vita e delle relazioni. Da questo incontro sono nati i nostri laboratori di scrittura poetica e urban e i percorsi dedicati alla composizione di canzoni. Parallelamente, abbiamo iniziato a scrivere e progettare insieme diversi lavori, alcuni dei quali stanno prendendo forma proprio adesso. “Rivedendo te” nasce all’interno di questo percorso condiviso. S.S.D, DJ e producer, ci ha proposto di collaborare al brano e noi abbiamo accolto la proposta con entusiasmo, facendola nostra. L’abbiamo sviluppata, personalizzata e attraversata con la nostra sensibilità, fino a trasformarla in un progetto che sentiamo davvero comune. È quindi una canzone nata dall’incontro tra tre identità diverse: la visione produttiva di S.S.D, la scrittura e la sensibilità artistica di Vima, e il mio modo di abitare la voce, la memoria e la relazione. Più che una semplice collaborazione, per me è il risultato di un percorso umano e creativo costruito nel tempo».

Se “Tre parole” fotografava l’entusiasmo e la leggerezza del cambio di millennio, prima che gli attentati terroristici dell’11 settembre chiudessero una vera e propria era, quale sentimento pensi rappresenti “Rivedendo te” e, più in generale, questo momento della tua vita?

«Qui il sentimento centrale può essere una leggerezza consapevole: non più inconsapevolezza, ma capacità di restare aperti dopo aver attraversato il tempo perché crescere senza diventare cinici è già quasi un’attività estrema. Se “Tre parole” apparteneva a una leggerezza più istintiva, quasi inconsapevole, “Rivedendo te” racconta per me una leggerezza diversa: attraversata dal tempo, dalla memoria e da tutto ciò che la vita ci ha insegnato. Il sentimento che rappresenta questo momento è forse una forma di “apertura consapevole”. Non l’entusiasmo di chi crede che nulla possa ferirlo, ma la disponibilità di chi, pur avendo conosciuto perdite, trasformazioni e disillusioni, sceglie ancora di lasciarsi sorprendere da un incontro, da un ricordo, da una presenza e da una dimensione nuova. Oggi sento molto il valore del ritrovarsi: ritrovare una persona oppure una parte di sé, una direzione, ma anche la capacità di stare in relazione senza perdere la propria profondità. “Rivedendo te” porta con sé energia e movimento, ma anche quella sospensione in cui passato e presente si toccano. Se dovessi sintetizzarlo in una parola, direi riconnessione: con ciò che abbiamo amato, con ciò che siamo diventati e con la possibilità, nonostante tutto, di restare ancora aperti alla vita».

Devo ammettere che la storia di “Tre parole” ha dell’incredibile, nata come jingle per uno spot per le patatine. In venticinque anni il modo di fare musica è cambiato, pensi ci sia spazio ancora per queste storie incredibili o la discografia oggi è diventata meno artigianale e più da catena di montaggio?

«La tecnologia oggi offre possibilità enormi, ma il rischio è che la musica venga progettata troppo presto in funzione del risultato: durata, algoritmo, target, primo impatto. Una canzone, però, non è soltanto un prodotto da ottimizzare. È anche intuizione, errore, incontro, sorpresa. Il rischio è che la musica venga pensata già in funzione del risultato, invece di essere lasciata nascere da un’intuizione, da un incontro o perfino da un’occasione apparentemente laterale come fu per “Tre parole”, fu proprio quella libertà artigianale che le permise di trovare una forma inattesa. Le storie incredibili possono ancora accadere, purché si lasci abbastanza spazio a ciò che non era previsto. In fondo, la parte più viva della musica nasce quasi sempre proprio lì: dove la catena di montaggio si inceppa e qualcuno decide di ascoltare quello che sta succedendo davvero».

Nel 2026 si celebra un altro anniversario importante, quello dell’uscita del tuo primo album “Ricordatevi dei fiori”, pubblicato a ottobre 2001. Cosa ricordi a proposito della lavorazione di quel progetto?

«Quello che ricordo con più affetto sono le sessioni di scrittura, produzione e registrazione con Liliana Richter e Giulio Albamonte. Erano incontri lunghissimi, spesso senza un vero confine tra lavoro, ricerca e scoperta: si provava, si cambiava, si sbagliava, si ricominciava. Una quantità di esperimenti che oggi chiameremmo forse “processo creativo”, ma allora era semplicemente il nostro modo di cercare la forma giusta. Sì, prima che tutto dovesse essere rapido, efficiente e possibilmente già pronto per l’algoritmo, esisteva perfino il lusso di perdere tempo bene. Ricordo soprattutto le sessioni di scrittura, produzione e registrazione con Liliana Richter e Giulio Albamonte. Erano sessioni quasi senza fine, attraversate da una grande libertà creativa: si faceva molta ricerca, si sperimentava, si cambiava direzione, si provavano soluzioni diverse fino a quando una canzone non trovava davvero il proprio corpo. Era un tempo estremamente ricco e fertile, perché non si lavorava soltanto per arrivare a un risultato, ma per scoprire qualcosa durante il percorso. C’era spazio per l’errore, per l’intuizione, per ciò che nasceva inaspettatamente tra una prova e l’altra. Quella dimensione artigianale e profondamente condivisa mi è mancata molto negli anni. “Ricordatevi dei fiori” conserva per me proprio questo valore: non è soltanto il ricordo di un primo album, ma di un laboratorio creativo vivo, intenso, nel quale la musica aveva tutto il tempo necessario per trasformarsi».

È vero che il titolo “Ricordatevi dei fiori” era un omaggio alla celebre canzone con cui Nilla Pizzi si aggiudicò il primo Festival di Sanremo nel 1951? 

«Sì, il riferimento era proprio a “Grazie dei fiori”. Nilla Pizzi vinse la prima edizione del Festival di Sanremo, nel 1951 presentando quel brano. Mi piaceva l’idea di creare un piccolo ponte tra il primo Festival di Sanremo e un album pubblicato esattamente cinquant’anni dopo. Ma il titolo conteneva anche un invito più personale: ricordarsi delle cose fragili, vive e apparentemente secondarie, che spesso trascuriamo mentre inseguiamo ciò che sembra più urgente. I fiori hanno bisogno di cura, ma sono anche ciò che rende il paesaggio più umano. Era un omaggio alla storia della canzone italiana e, insieme, un modo per dire: non dimentichiamo la bellezza».

A proposito di leggende metropolitane e di Sanremo, altra cosa che mi ha sempre colpito e che si narra che “Tre parole” sia stata bocciata dalla commissione selezionatrice dei pezzi delle Nuove Proposte nel 2001. Era accaduto per inciso anche l’anno prima a “Vamos a ballar” di Paola e Chiara. Entrambe diventarono delle hit l’estate successiva (non dico tormentone perché so che non ti piace). La tua canzone si ascoltò addirittura fino a Natale, andando ben oltre il periodo balneare. Ecco, forse erano anni del Festival in cui si faticava e intercettare pezzi in linea con i gusti del pubblico. Probabilmente non lo sapremo mai, ma ti è capitato di pensare a come sarebbe andata se quella canzone avesse partecipato a Sanremo? 

«Sì, qualche volta me lo sono chiesta, forse Sanremo avrebbe dato alla canzone un’esposizione immediata diversa, ma non è detto che le avrebbe permesso di incontrare il pubblico nello stesso modo. “Tre parole” è arrivata quasi lateralmente, senza il peso di dover dimostrare qualcosa su quel palco, e forse proprio questa libertà ha contribuito alla sua forza. A volte una canzone trova il proprio tempo meglio di quanto riescano a fare le strategie. Quella è sbocciata in estate, ma poi ha continuato a vivere ben oltre, fino a Natale, segno che aveva intercettato qualcosa di più profondo di una stagione. Se fosse passata da Sanremo, magari la storia sarebbe stata più lineare e prevedibile. Così, invece, è diventata una di quelle vicende che ti fanno ricordare quanto il pubblico possa sorprendere anche chi decide cosa merita di essere ascoltato e cosa no».

Sempre a proposito di Sanremo, nel 2010 hai partecipato in veste di autrice del pezzo “Dove non ci sono ore” di Jessica Brando. Che ricordo hai di quell’esperienza?

«È un ricordo molto intenso, anche perché arrivò in un momento particolarissimo della mia vita: ero appena diventata madre del mio unico figlio. Il brano vinse il Premio della Critica, ma io non potei essere presente a ritirarlo proprio perché ero immersa in quella nuova, enorme esperienza. Naturalmente mi dispiacque non esserci, ma ero anche molto felice che a interpretare “Dove non ci sono ore” fosse Jessica Brando, un’artista meravigliosa, capace di sentire profondamente quel brano e di restituirlo con una sensibilità rara. Per me fu la conferma che una canzone, quando incontra la voce giusta, può andare oltre chi l’ha scritta e trovare una vita propria. E in quel momento, mentre nasceva mio figlio e quella canzone veniva riconosciuta, sentii convivere due forme diverse ma potentissime di creazione».

In un’intervista che realizzammo qualche anno fa in occasione della tua partecipazione a “Ora o mai più”, ricordo una tua frase: “Cerco di dare sempre sensibilità a quello che canto, non faccio mai le cose per piacere a qualcuno”. Fa parte della tua natura e nessuno può cambiarla ma, con l’onesta che ti contraddistingue, pensi che questa tua attitudine abbia più agevolato o più ostacolato la tua carriera? O magari entrambe le cose a seconda delle situazioni?

«Credo entrambe le cose. Mi ha agevolata perché mi ha permesso di restare riconoscibile a me stessa, di non perdere il contatto con ciò che sentivo e di dare verità a quello che interpretavo. Quando canto qualcosa in cui credo, quella sensibilità arriva, e penso sia stata una delle ragioni per cui alcune canzoni hanno continuato a vivere nel tempo. Ma la stessa attitudine, in certe situazioni, può avermi anche ostacolata. Non sono mai stata particolarmente portata ad aderire a strategie, immagini o compromessi solo perché sembravano convenienti. Questo può rendere il percorso meno lineare, soprattutto in un ambiente in cui spesso viene premiata la capacità di adattarsi rapidamente alle aspettative. Con il tempo, però, ho capito che una carriera non si misura soltanto dalla continuità della visibilità. Si misura anche dalla qualità delle scelte e da quanto riesci a non tradirti mentre le compi. Quindi sì, forse questa natura mi ha chiuso qualche porta, ma mi ha anche evitato di restare troppo a lungo in stanze che non mi appartenevano».

Per concludere Valeria, ringraziandoti di questa chiacchierata, ti chiedo: qual è la lezione più importante che senti di aver imparato dalla musica fino ad oggi?

«Una canzone nasce da un’intenzione, poi incontra altre persone, altri significati, perfino altri tempi, e smette di appartenerci completamente. Mi ha insegnato anche che la tecnica è importante, ma senza verità resta soltanto una forma ben eseguita. Alla fine, ciò che arriva davvero è la presenza: esserci con la propria voce, con la propria storia, senza cercare di piacere a tutti. La musica mi ha insegnato che non possiamo controllare tutto, ma possiamo imparare ad ascoltare meglio. Forse la lezione più grande è proprio questa: non forzare la risonanza. Creare le condizioni perché qualcosa di autentico possa accadere, e poi avere fiducia. Che per una maniaca del controllo umana è già quasi un percorso spirituale».

Scritto da Nico Donvito
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