Valerio Scanu: “Il segreto di Sanremo? Rinnovarsi senza perdere la propria identità” – INTERVISTA
A tu per tu con Valerio Scanu per parlare del suo nuovo progetto discografico intitolato “Il mio Sanremo”. La nostra intervista al popolare cantante sardo
Sanremo non è soltanto il luogo in cui Valerio Scanu ha conquistato la vittoria nel 2010 con “Per tutte le volte che…“, ma rappresenta anche il filo conduttore di un percorso artistico che continua ancora oggi. Da questo legame nasce “Il mio Sanremo“, il nuovo album disponibile in formato fisico e digitale per NatyLoveYou/ADA Music Italy, un progetto che raccoglie alcune delle pagine più significative della storia della manifestazione reinterpretate con uno sguardo personale.
Da “Zingara” a “Che sarà“, passando per “L’immensità“, Ti lascerò e i due omaggi alla Sardegna realizzati insieme a Maria Luisa Congiu, il disco si completa con l’inedito A parte te. In questa intervista Scanu racconta la genesi del progetto, il valore senza tempo delle canzoni sanremesi, senza dimenticare il ricordo del maestro Peppe Vessicchio, figura determinante nel suo percorso umano e professionale.
Parto da una domanda banale: cosa ti ha spinto a rileggere parte delle canzoni che sono passate da Sanremo e a rovistare nell’armadio dei tuoi ricordi?
«L’idea è nata in maniera molto spontanea. Da tempo lavoravo a uno spettacolo dedicato alle grandi canzoni passate dal Festival di Sanremo e, sera dopo sera, mi sono reso conto che quei brani continuano a emozionare il pubblico, indipendentemente dall’età. Ho pensato quindi che meritassero una nuova veste, rispettosa dell’originale ma con la mia sensibilità e il mio modo di interpretare. Non è stato un esercizio di nostalgia, né la volontà di guardare indietro perché manchino le idee per andare avanti. Al contrario, credo che alcune canzoni abbiano un valore che va oltre il tempo in cui sono nate e che possano parlare anche alle nuove generazioni. Per me è stato anche un modo per rendere omaggio a un patrimonio musicale straordinario che, in fondo, ha contribuito a formare anche me come artista».
Tu stesso fai parte della storia della manifestazione. Andando a riscoprire pezzi anche del passato, come spieghi la longevità di una rassegna musicale che, a dispetto di tante altre, continua a dire la propria?
«Credo che il Festival di Sanremo abbia una caratteristica che pochissimi altri eventi possono vantare: riesce a rinnovarsi senza perdere la propria identità. Ogni anno cambia, si adatta ai tempi, ai linguaggi e ai gusti del pubblico, ma resta un punto di riferimento per la musica italiana. Io ho avuto la fortuna di viverlo da protagonista e so quanto sia un palco che può segnare il percorso di un artista. Al di là della gara, Sanremo è uno specchio del nostro Paese: racconta i cambiamenti della musica, della società e anche del modo in cui comunichiamo. È per questo che continua a essere così seguito. Si può discutere delle scelte artistiche, delle classifiche o del regolamento, ma alla fine, per una settimana, tutti parlano di Sanremo. E questo significa che, dopo oltre settant’anni, continua ancora a fare quello che un grande evento dovrebbe fare: unire, far discutere e, soprattutto, mettere la musica al centro».
Spulciando la tracklist, risalta il fatto che si tratta di tutte canzoni non recenti. Per intenderci, “Ti lascerò” risale a un anno prima della tua nascita e “Spunta la luna dal monte” a quello dopo. Con quale criterio sono state scelte le tracce della tracklist?
«La scelta non è stata dettata dall’anno di pubblicazione dei brani, ma dalle emozioni che continuano a trasmettere. Non mi interessava fare una raccolta dei grandi successi di Sanremo o seguire un criterio cronologico. Volevo scegliere canzoni che avessero qualcosa da raccontare ancora oggi e che sentissi vicine al mio modo di interpretare. Ci sono brani che hanno attraversato decenni senza perdere forza, perché sono scritti bene, hanno melodie importanti e testi che restano attuali. Alcuni li ascoltavo da bambino, altri li ho scoperti e apprezzati con il tempo, ma tutti hanno rappresentato qualcosa nel mio percorso personale e artistico. Quando affronti un classico, la responsabilità è grande: non devi cercare di fare meglio dell’originale, perché sarebbe presuntuoso. Devi trovare un equilibrio tra il rispetto per quella canzone e la tua identità. È questo il criterio che mi ha guidato nella scelta di ogni brano presente nel disco».
Come hai anticipato, il disco nasce da un progetto più ampio, uno spettacolo che stai portando in giro per l’Italia. Quali tra queste canzoni, o altre proposte nel concerto, ricevono più calore e affetto da parte del pubblico?
«La cosa che emoziona di più è vedere come queste canzoni riescano ancora oggi a creare un legame immediato con il pubblico. Ce ne sono alcune che vengono accolte con un entusiasmo particolare, penso a “Zingara”, “Perdere l’amore” o “Che sarà” , ma in generale noto che ogni spettatore ha il suo brano del cuore e, quando parte, lo vive come un pezzo della propria storia.Quello che mi rende più felice, però, è vedere che tra il pubblico ci sono persone di età diverse. C’è chi rivive un ricordo, chi riscopre una canzone che non ascoltava da anni e chi, invece, la sente per la prima volta (i più giovani). È la dimostrazione che la buona musica non ha una data di scadenza. Lo spettacolo, poi, non è un semplice susseguirsi di canzoni: tra un brano e l’altro racconto aneddoti, curiosità e il contesto in cui sono nate. È un viaggio nella storia del Festival e della musica italiana, e il calore che ricevo ogni sera mi conferma che questo progetto è arrivato al pubblico nel modo giusto».
Come bonus track c’è l’inedito “A parte te”. Mi ha colpito la frase “Per non dire addio ho detto a presto”. Quali riflessioni e quali stati d’animo hanno favorito la nascita di questo pezzo?
«”A parte te” è un brano che nasce da una riflessione molto intima. Parla di quei rapporti che, anche quando finiscono, lasciano qualcosa di importante dentro di noi. La frase “Per non dire addio ho detto a presto” racchiude proprio questo: a volte non siamo pronti a chiudere definitivamente una porta, non perché viviamo nell’illusione, ma perché ci sono legami che continuano a esistere in una forma diversa. Credo che tutti, almeno una volta nella vita, abbiano provato quella sensazione. Non sempre un addio è netto: ci sono persone che continuano ad accompagnarti attraverso i ricordi, gli insegnamenti o semplicemente attraverso quello che ti hanno lasciato. Mi piace che ognuno possa dare a questa canzone il proprio significato. Io parto da un’emozione personale, ma quando una canzone esce e incontra il pubblico non appartiene più soltanto a chi l’ha interpretata. Se chi l’ascolta ci ritrova un pezzo della propria storia, allora vuol dire che ha raggiunto il suo obiettivo».
Tornando al disco, c’è un doppio omaggio alla tua terra con “Spunta la luna dal monte” e “No Potho Reposare”. Tra i momenti più emozionanti dell’album trovano spazio questi duetti con Maria Luisa Congiu. Com’è stato lavorare con lei?
«Per me era importante che in questo progetto ci fosse anche un omaggio alla Sardegna, che è la mia terra e rappresenta una parte fondamentale della mia identità. Spunta la luna dal monte e No Potho Reposare sono due brani che raccontano la nostra cultura con linguaggi diversi, ma con la stessa intensità. Con Maria Luisa è stato tutto molto naturale. È un’artista che stimo profondamente, non solo per la sua voce, ma perché è una delle interpreti che meglio rappresentano la tradizione musicale sarda. Lavorare insieme è stato un piacere: c’è stata grande sintonia e soprattutto il desiderio comune di rispettare queste canzoni senza snaturarle. Spero che questi due duetti possano incuriosire anche chi conosce poco la musica della Sardegna. La nostra è una tradizione ricchissima e credo sia bello farla conoscere anche attraverso un progetto come questo, che nasce sì da Sanremo, ma che vuole anche raccontare le tante sfumature della musica italiana».
A proposito di rivisitazioni, della tua seconda partecipazione sanremese del 2016 ricordo con piacere la serata cover e la tua versione di “Io vivrò (senza te)” di Battisti. Viene poco ricordato, ma arrivasti secondo (se vogliamo essere pignoli, primo al televoto), alle spalle degli Stadio che vinsero con l’omaggio a Lucio Dalla. Che ricordi hai di quella serata?
«La ricordo con grande piacere, perché fu una serata vissuta con molta serenità. “Io vivrò (senza te)” è un brano meraviglioso e confrontarsi con un repertorio così importante è sempre una grande responsabilità. Ho cercato di interpretarlo con il massimo rispetto, senza imitare nessuno e mettendoci semplicemente la mia personalità. Il fatto di essere arrivato secondo e di aver vinto il televoto fu sicuramente una soddisfazione, anche se le classifiche, soprattutto a distanza di anni, lasciano il tempo che trovano. Quello che mi è rimasto davvero è l’affetto del pubblico e il riscontro ricevuto da chi quella sera ha apprezzato la mia interpretazione. La serata delle cover è uno dei momenti più belli del Festival proprio perché permette agli artisti di confrontarsi con la grande storia della musica italiana. È un’occasione per rendere omaggio ai grandi autori e, allo stesso tempo, per raccontarsi attraverso una canzone che non è propria. Quella sera credo di esserci riuscito, ed è questo il ricordo più bello che porto con me».
Sanremo è anche chiacchiericcio. In queste settimane non si fa altro che parlare di serata Eurovision sì e serata Eurovision no. Tu ti sei fatto un’idea a riguardo? Hai voglia di prendere una posizione?
«Premetto che ogni cambiamento va valutato per quello che può portare al Festival e agli artisti. L’Eurovision oggi è una realtà importantissima, con una visibilità internazionale enorme, quindi è normale che si ragioni su come creare un collegamento sempre più forte con Sanremo. Detto questo, credo che il Festival abbia già una sua identità ben precisa e che non abbia bisogno di rincorrere altri modelli. Se una serata dedicata all’Eurovision può essere un valore aggiunto, ben venga, purché abbia un senso artistico e non sia semplicemente un’operazione di facciata. Più che schierarmi a favore o contro, preferisco aspettare di capire come verrebbe impostata. Alla fine quello che conta è che la musica resti protagonista e che ogni novità contribuisca a valorizzare gli artisti e le canzoni, senza snaturare lo spirito del Festival».
Per concludere, se si parla di Sanremo non possiamo non parlare di Peppe Vessicchio, che ci ha lasciati prematuramente meno di un anno fa. So che per te era una figura paterna. Qual è l’insegnamento più grande che ti ha lasciato?
«Col Maestro Vessicchio ho avuto la fortuna di costruire un rapporto che andava oltre il lavoro. Ci siamo incontrati che avevo dodici anni. È una persona che stimo profondamente e alla quale sono molto affezionato. Quando incontri qualcuno così preparato, pensi di avere davanti un entità superiore ; poi lo conosci e scopri anche una persona di una sensibilità e di un’umanità rare. L’insegnamento più grande che mi ha lasciato è quello di non perdere mai la curiosità e il rispetto per la musica. Mi ha sempre trasmesso l’idea che ogni canzone meriti la stessa attenzione, che non esistano brani “minori” e che il lavoro di un artista non finisca mai, perché c’è sempre qualcosa da imparare. Sono consigli che mi tornano in mente ancora oggi, ogni volta che affronto un nuovo progetto. E credo che il modo migliore per ringraziarlo sia proprio continuare a fare questo mestiere con la stessa serietà e lo stesso amore che lui ha sempre dimostrato».