Vent’anni senza Lucio Battisti, animo perfezionista dal genio visionario

Omaggio all’indimenticato artista reatino che  ha rivoluzionato per sempre il concetto di cantautorato italiano

Scrivere di Lucio Battisti è come trovarsi in un’immensa galleria d’arte e non sapere da quale collezione di quadri cominciare il percorso. Chi, come me, non ha vissuto quegli anni ha subito in maniera indiretta l’influenza che ha saputo trasmettere a cascata nei colleghi delle generazioni successive, fino ad arrivare a questo odierno e incolmabile vuoto artistico che, mai prima d’ora, si avverte in maniera così prepotente. Riascoltare oggi le sue opere ha un valore ancora più importante, artisticamente e socialmente parlando, perché è attraverso il suo esempio che comprendiamo fino in fondo la deriva musicale degli ultimi anni.

Compositore e interprete di enorme talento, a differenza di tanti altri miti della canzone d’autore, ha sempre contrapposto un carattere schivo e restio alle logiche mediatiche: «Tutto mi spinge verso una totale ridefinizione della mia attività professionale – dichiarava nella sua ultima intervista rilasciata nel ’79 – in breve tempo ho conseguito un successo di pubblico ragguardevole. Per continuare la mia strada ho bisogno di nuove mete artistiche, di nuovi stimoli, in parole brevi devo distruggere l’immagine squallida e consumistica che mi hanno cucito addosso. Non parlerò mai più, perché un artista deve comunicare solo per mezzo del suo lavoro. L’artista non esiste. Esiste la sua arte». Un messaggio forte, per certi versi avanguardista, in perfetta controtendenza con l’attuale desiderosa smania di apparire che, con l’avvento dei social network, ha completamente stravolto le abitudini dell’essere umano. Battisti ha scelto di lasciar parlare la sua musica, di ritirarsi dalle scene e di concedersi in maniera rivoluzionaria.

A vent’anni dalla prematura scomparsa, i suoi dischi parlano per lui e raccontano la storia di un ragazzo nato il 5 marzo del 1943 nella periferia di Rieti, in un piccolo paesino di nome Poggio Bustone. Affascinato dal suono della chitarra, si avvicina alla musica e comincia a militare come turnista in diverse piccole band, da Gli Svitati a I Mattatori, passando per I Satiri, fino ad arrivare al ben più noto gruppo de I Campioni, sempre in veste di chitarrista. Spronato da diversi addetti ai lavori, comincia a comporre la propria musica, dimostrando subito un’innata predisposizione attraverso la cura minuziosa degli arrangiamenti. All’egregia capacità compositiva, ha contribuito alla sua affermazione l’incontro fatale con Mogol, con il quale instaura un prolifico sodalizio artistico, oltre che una profonda amicizia. Inizialmente, si impongono come duo autorale, scrivendo pezzi per I Ribelli (“Per una lira”) e gli Equipe 84 (“29 settembre”), per poi tentare la carriera solista di Lucio, lanciando i primi 45 giri di successo “Balla Linda”, “Io vivrò (senza te)” e “Un’avventura”, brano con cui partecipa nel ’69 per la prima e unica volta al Festival di Sanremo, classificandosi nono in coppia con Wilson Pickett.

L’affermazione arriva grazie a capolavori senza tempo come: “Acqua azzurra acqua chiara”, “Non è Francesca”, “Dieci ragazze”, “Mi ritorni in mente”, “7 e 40”, “Il tempo di morire”, “Fiori rosa fiori di pesco”, “Pensieri e parole”, “Emozioni”, “La canzone del sole”, “I giardini di marzo”, “E penso a te”, “Io vorrei… non vorrei… ma se vuoi”, “Il mio canto libero”, “Ancora tu”, “Si, viaggiare”, “Nessun dolore”, “Una donna per amico” e “Con il nastro rosa”. Successi commerciali che hanno messo in luce la sua poliedrica indole sperimentale, riuscendo a combinare la tipica melodia all’italiana con diverse correnti di respiro internazionale, dal prog rock alla new wave, passando per il rhythm and blues, il soul, il contemporary folk e la musica beat. Con gli anni ottanta e la separazione artistica da Mogol, intraprende una nuova fase della sua carriera insieme a Pasquale Panella, con il quale realizzerà gli ultimi cinque album. Tanti i colleghi che hanno interpretato le sue canzoni, da Mina a Mia Martini, passando per Patty Pravo, Loredana Bertè, Ornella Vanoni, Marcella Bella, Mango, Anna Oxa, Laura Pausini, Fiorella Mannoia e molti altri. In trentadue anni di attività ha venduto nel mondo 25 milioni di dischi, incidendo brani in italiano, inglese, francese, spagnolo e tedesco.

Lucio Battisti è considerato nella memoria collettiva una delle massime icone della scena musicale italiana, versi come “lo scopriremo solo vivendo” o “come può uno scoglio arginare il mare” sono entrati di diritto nella nostra cultura. Numerosi i nomi degli artisti che hanno dichiarato apertamente di essersi ispirati al suo genio creativo, da Claudio Baglioni a Francesco De Gregori, passando per Renato Zero, Zucchero, Ligabue, Eros Ramazzotti, Gianna Nannini, Vasco Rossi, Gianluca Grignani, Cesare Cremonini, fino alle star internazionali David Bowie e Paul McCartney. La sua è un’inquantificabile eredità artistica che ha segnato più di un’epoca, una rivoluzione stilistica che ha tratto ispirazione nella tradizione per investire su nuovi territori sonori, attraverso le sfumature dei suoi molteplici linguaggi. Restano gli accordi poetici, il coraggio nel perseguire contromano il suo viaggio e l’irrefrenabile desiderio di portare avanti la propria identità esclusivamente attraverso i codici dell’arte. Mentre si cerca invano di riempire questo incolmabile vuoto musicale, sentiamoci pure in dovere di ringraziarlo per aver saputo donare un nome alle emozioni con il suo animo perfezionista dal genio visionario.

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Nico Donvito

Appassionato di scrittura, consumatore seriale di musica italiana e spettatore interessato di qualsiasi forma di intrattenimento. Innamorato della vita e della propria città (Milano), ma al tempo stesso viaggiatore incallito e fantasista per vocazione.

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