Vince May: “La pace comincia dentro di noi” – INTERVISTA

Vince May

A tu per tu con il cantautore in occasione dell’uscita del progetto “Peacefare”, disponibile per The Saifam Group dal 9 ottobre 2026. La nostra intervista ai Perturbazione

Tra rock d’autore, suggestioni pinkfloydiane e aperture country, “Peacefare” è il primo Ep di Vince May, pseudonimo del cantautore, chitarrista e produttore bresciano Alfredo Rabaiotti. Il progetto, pubblicato da May Productions e disponibile in CD, vinile e digitale, raccoglie quattro brani dedicati a temi come la dipendenza dai dispositivi digitali, la propaganda bellica, la tragedia palestinese e la ricerca di una dimensione spirituale davanti alla morte.

Il disco si apre con “No More Lies” e prosegue con la title track “Peacefare”, per poi passare alla più intima “Farah” e chiudersi con “Street of Heaven”, il brano attualmente in radio. Un lavoro che sceglie il rock come linguaggio per interrogarsi sul presente, ma anche come strumento per ritrovare un rapporto più diretto con sé stessi e con gli altri. In questa intervista Vince May racconta l’origine dell’Ep, il rapporto tra musica e impegno civile, la copertina costruita attorno a una granata appoggiata su un cuscino di velluto e i progetti futuri, che comprendono un nuovo album e la formazione di una band composta anche da giovani musicisti.

Com’è nato il progetto “Peacefare” e qual è stata la scintilla iniziale che ti ha spinto a scriverlo?

«È nato da una sensazione di cortocircuito. Sentivo ripetere parole come “guerre di pace”, come se una guerra potesse davvero portare pace, e intorno a me vedevo un livello di individualismo e di cinismo che mi toccava profondamente. Ci si lamenta della guerra perché aumentano i prezzi o perché un pacco ordinato online arriva in ritardo, e intanto altrove muoiono delle persone. La scintilla è stata questa: non riuscire più a fare finta di niente. Da lì è iniziato un percorso interiore e di meditazione durato alcuni mesi; la scrittura dei testi e della musica, invece, è arrivata quasi tutta d’un fiato, in un paio di settimane. Il titolo stesso è un ossimoro: la parola normale sarebbe warfare, e rovesciarla in Peacefare era il modo più semplice che ho trovato per dare un nome a quel cortocircuito. La musica, nella mia vita, è sempre stata un luogo in cui rimettere ordine dentro di me, e questa volta sentivo il bisogno di condividerlo».

Perché hai scelto di raccontare temi così forti come propaganda, dipendenza digitale e conflitto geopolitico e perché proprio attraverso un linguaggio rock, blues e country?

«Perché, se li guardi da vicino, sono facce della stessa medaglia. La propaganda che ci racconta guerre “giuste”, la dipendenza da device che ci tiene lontani dalla vita vera e i conflitti tra nazioni nascono tutti da un bisogno di avere tutto e subito, di non saper aspettare, di evitare il dolore anche quando questo porta dolore ad altri. Mia nonna diceva “voglio, posso, comando”, e credo sia ancora la fotografia più fedele del nostro tempo. Quanto al linguaggio, non è stata una scelta a tavolino: rock, blues e country sono la mia lingua madre musicale. Il blues nasce dal dolore e lo trasforma in canto, il country è una tradizione di storie raccontate con semplicità, il rock ha sempre avuto il coraggio di alzare la voce. Sono cresciuto ascoltando e suonando musica inglese, irlandese e americana, e i viaggi a Memphis, Nashville e New Orleans mi hanno insegnato quanto queste radici siano prese sul serio. Mi sembrava il modo più onesto per raccontare il presente con un linguaggio classico».

In “Farah” parli della tragedia palestinese dal punto di vista di una bambina: come hai trovato il tono giusto per raccontare una storia così delicata?

«Ci ho messo tempo, e con molto rispetto. Mi sono accorto che ogni volta che provavo a spiegare o a giudicare, scivolavo nella retorica. Così ho tolto la politica e ho provato a mettermi negli occhi di una bambina di cinque anni che di politica non sa nulla. Sa che suo padre era un falegname, che sua madre faceva brillare le cose, che i suoi amici sono stati sepolti lungo la strada. Vive sotto un ponte con Jasmine, una bambola fatta di un rametto, e le resta soltanto il suo nome, Farah, che significa felicità. Il passaggio che mi ha fatto più male scrivere è quello in cui lei chiede perché sganciano le bombe e arriva a pensare di aver fatto qualcosa di sbagliato. È quell’innocenza a ferire, ed è lì che spero possa nascere una riflessione. Anche musicalmente ho cercato un’atmosfera raccolta, il brano più gilmouriano dell’Ep, lasciando spazio al silenzio e alla chitarra».

La title track “Peacefare” critica le “guerre di pace”: quanto c’è di personale e quanto di politico in questo brano?

«Direi che le due cose non si possono separare. La parte politica è evidente: nel brano c’è una voce palesemente trumpiana, quella di chi pensa che quando le madri torneranno a dormire allora sarà davvero pace, e non importa se per farle dormire in un’illusione di democrazia ne sono morte milioni di altre. È il meccanismo più antico e più bieco della guerra: schiaccio chi è più debole e divento io quello che porta la pace. Ma la parte personale sta proprio nel riconoscere che quel meccanismo non abita solo nei palazzi del potere. Le guerre dei politici sono la trasposizione del nostro conflitto interiore. Scrivendo questo brano ho dovuto ammettere quanto anche io faccia parte di questa malattia. Per questo nel bridge c’è una frase molto intima, “ho deciso di tornare alla vita”, e il ritornello dice che c’è un solo tipo di pace, quella fatta di amore e di fiducia».

In che modo il tuo percorso da coach, scrittore e produttore ha influenzato la scrittura e il suono di questo Ep?

«Ognuna di queste esperienze mi ha lasciato qualcosa. Da coach ho imparato ad ascoltare prima di parlare, e questo credo si senta nei testi, che partono sempre da una persona e non da una tesi. Scrivere libri, come “Orientare l’Anima” o la collaborazione con Ferruccio de Bortoli in “Le cose che non ci diciamo (fino in fondo)”, mi ha insegnato a cercare la parola essenziale; una canzone però è ancora più severa di un libro, perché hai pochi versi e non puoi sprecarne nessuno. Il produttore, infine, è la parte più recente di me: negli ultimi sei anni ho studiato armonia e post produzione e ho costruito i May Recording Studios. Ho suonato quasi tutti gli strumenti e cantato, ad eccezione di basso, batteria e dei cori di Alessandra Forte, e per me non è stata un’esecuzione ma un modo di esprimere i temi. Alcune parti hanno richiesto decine e decine di ripetizioni, ma avere uno studio in casa mi ha dato il lusso di non guardare l’orologio».

Quali sono le tre caratteristiche principali che vuoi lasciare a chi ascolta “Peacefare”: un messaggio, un’emozione e un’immagine?

«Il messaggio è che la pace comincia dentro di noi. Se non riconosciamo e non curiamo il nostro conflitto interiore, non possiamo comprendere né arginare quelli che vediamo fuori. L’emozione che mi piacerebbe restasse è la compassione, che è proprio il contrario del cinismo che oggi rischia di sembrarci normale. Non il senso di colpa, ma la capacità di sentire di nuovo il dolore degli altri come qualcosa che ci riguarda. L’immagine è quella di Farah sotto il ponte, con la sua bambola fatta di un rametto, che chiede di parlarle di montagne e di alberi e dice semplicemente: lasciate giocare i bambini. Se chi ascolta porta a casa anche solo quell’immagine, credo che il disco avrà fatto la sua parte».

In che modo il tuo lavoro come coach sistemico e la tua esperienza con giovani, imprese e famiglie hanno influenzato la scrittura di “Peacefare”?

«Moltissimo; direi che sono stati la mia materia prima. In ventisei anni di lavoro con imprenditori, manager, giovani e famiglie ho visto da vicino come i conflitti nascano quasi sempre dentro le persone e poi si allarghino alle relazioni, alle aziende, alla società. Lo sguardo sistemico ti insegna proprio questo: nessuno è un’isola, quello che accade in un punto del sistema si riflette su tutto il resto. Nei ragazzi, in particolare, vedo tantissime ansie, peggiorate con il Covid, che ha messo in luce le ferite di un mondo adulto spesso irrisolto. “No More Lies” nasce da lì, dalla dipendenza da device che impedisce di diventare adulti davvero strutturati, a qualunque età. “Street of Heaven” nasce invece dalla mia lunga esperienza di accompagnamento alla morte, e dal pensiero che le persone che amiamo un giorno le ritroveremo. Mi piace pensare a questo EP come a una piccola bussola, soprattutto per i giovani. Credo che responsabilità significhi, letteralmente, abilità a dare risposta: queste canzoni sono il mio modo, con tutti i miei limiti, di provare a darne una».

Scritto da Federico Arduini
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