A tu per tu con il noto cantautore, in uscita con il suo nuovo inedito intitolato “Ps Post Scriptum

Un progetto speciale, così Virginio definisce “Ps Post Scriptum”, un brano che va al di là del concetto di singolo, nato da una poesia di Giuseppe Catalano, all’epoca detenuto nel carcere di Opera, grazie al progetto “Parole Liberate, Oltre il Muro del Carcere” fondato da Michele De Lucia, Duccio Parodi e Riccardo Monopoli per sensibilizzare sulla tematica delle condizioni delle persone carcerate. Un invito ad andare oltre le barriere, sia fisiche che mentali.

Ciao Virginio, bentrovato. Partiamo da “Ps Post Scriptum”, una canzone nata in un modo particolare, ci racconti come?

«“Ps Post Scriptum” nasce perché ho accettato la sfida di trasformare la poesia di Giuseppe Catalano, all’epoca detenuto del carcere di Opera, in una canzone che trovo interessante da vari punti di vista, in primis perché non parla direttamente di detenzione, bensì del contrario di libertà».

Quindi, secondo te, la musica è ancora in grado si smuovere le coscienze e di abbattere le barriere?

«Guarda, assolutamente sì. Anche se la musica non ha più quel valore “politico” che aveva negli anni ’70, tuttoggi conserva il suo grande potere, perché chiunque ascolta musica, a qualsiasi età e attraverso i vari canali, tra cui le nuove piattaforme digitali. La musica è un mezzo di comunicazione molto importante e molto forte, secondo me più della televisione o del cinema, perchè la percepiamo in maniera più evidente».

A proposito di piattaforme digitali, a cosa si deve la scelta di non divulgare il brano negli store?

«Ho scelto di divulgare “Ps Post Scriptum” soltanto su Spotify e YouTube e non sui digital store perché non considero questo brano come un vero e proprio singolo, bensì un progetto speciale che volevo intendere quasi come un regalo per le persone che mi seguono e per chi vorrà ascoltarlo, per cui ho voluto che ci fosse un accesso semplice, immediato e libero, proprio come vuole il tema della canzone. Insieme alla mia etichetta abbiamo scelto di pubblicarlo in questa modalità, anche per dare risalto al video, a mio parere bellissimo».

Cosa avete voluto trasmettere attraverso le eleganti immagini del videoclip?

«Questo video, diretto da Tommaso Ranchino e prodotto da MP FILM, ha la particolarità di essere girato in un ex carcere di Roma, diventato col tempo un centro di restauro. Mi piaceva l’idea di immergere questo messaggio tra le opere d’arte, in una sorta di commistione di due anime, il fatto che dal buio possa nascere qualcosa di bello e creativo, questo è l’intento di “PS Post Scriptum”. Il video è concepito come un piccolo film, con me c’è Giulio Dicorato un attore straordinario che interpreta il ruolo di un ex detenuto. Trovo che queste immagini vadano a completare alla perfezione l’intero senso della canzone, si sono incastrati una serie di fattori che hanno fatto in modo che tutto riuscisse alla perfezione, esattamente come volevamo».

Secondo te è un progetto che potrebbe allargarsi e diventare qualcos’altro, che ne so, la butto lì, un docu-film?

«Beh guarda, tutto è possibile, perché porre limiti alla provvidenza (sorride, ndr) questa canzone parla proprio del contrario, ossia superare i confini e le barriere, quindi chissà cosa potrà succedere in futuro. Sicuramente è un progetto interessante, che io ho sposato da quel Sanremo 2016, quando fu presentato da Carlo Conti e da Gabriel Garko che lesse la poesia. Tutto si è poi sviluppato nel corso del tempo diventando qualcos’altro, tantissime persone mi hanno scritto dicendomi che questo pezzo sarebbe perfetto anche per la colonna sonora di un film, tra i tanti bei complimenti che ho ricevuto questo mi ha fatto particolarmente piacere. E’ un qualcosa che potrebbe evolversi in altro modo, non potrebbe che farmi piacere».

Non lo definisci un singolo, eppure “Ps Post Scriptum” arriva dopo la pubblicazione di “Semplifica”, “Rischiamo tutto” e “Cubalibre”, tre brani che sembravano andare verso un’unica chiara direzione sonora. Musicalmente parlando hai voluto sparigliare un po’ le carte?

«Hai perfettamente ragione, ma questa è un’altra parte della mia anima, non a caso ho voluto lasciare il brano in veste praticamente acustica, c’è un pianoforte e un violoncello insieme alla mia voce, per rappresentare in qualche modo la mia essenza, senza orpelli, questo è il fulcro. “P.S. Post Scriptum” sarà inclusa nel disco, lo considero un tassello necessario nel mio percorso, una sorta di ritorno alle origini dal punto di vista sonoro, dopo un periodo in cui ho nutrito la mia anima dedicandomi molto alla scrittura».

Che rapporto hai con la musica? Ti reputi un ascoltatore versatile o tendi a cibarti di un genere in particolare?

«Sono sempre stato un onnivoro di musica, non mi è mai interessato seguire un solo genere, sono un amante del pop, ma ascolto veramente di tutto. In un certo senso sono cresciuto con il britpop dei primi anni ’00, tra cui i Coldplay e i Radiohead, mi sono nutrito di questo genere ma sono andato avanti e ho sperimentato molto, la musica che compongo oggi è diversa da quella che scrivevo qualche anno fa, proprio perché necessariamente tendi ad evolverti, lo si nota soprattutto con chi scrive di proprio pugno. Sai, mi viene naturale ascoltare tanta musica diversa, per esempio sono un grande amante del jazz, ma non mi basterebbe mai solo quello, non riuscirei ad essere monotematico».

In un’epoca in cui siamo inondati di musica, tutto và velocemente e l’attenzione del pubblico è diminuita, essendo tu non solo un cantautore ma anche un hitmaker, ti chiedo: quali caratteristiche deve possedere una canzone per non essere “skippata”? 

«Se potessi rispondere a questa domanda avrei in mano le chiavi del mondo (ride, ndr), ci sono tanti fattori che contribuiscono, indubbiamente quando c’è un pesante apporto mediatico attorno ad una canzone è chiaro che tutto è facilitato, poi non è sempre stato così, dipende dal tipo di progetto. Io credo che, oggi come oggi, le persone abbiamo bisogno di leggerezza ma anche di contenuti, reputo che sia fondamentale soffermarci a volte sul nostro dolore, c’è stato un lungo periodo in cui le canzoni erano superpositive, quasi come se volessimo far finta di niente, fino a che non è esploso l’indie, secondo me proprio per questo motivo, perché parla anche di sofferenza, elemento che fa parte della vita di ogni essere umano, per cui non si può fare una sorta di “castrazione emotiva”, è giusto parlare di tutto. Penso che oggi ci sia un po’ un estremo, nel senso che ci sono brani fatti per divertirsi, come il regaetton, dall’altra parte c’è la realtà nuda e cruda, non a caso assistiamo alle affermazioni di artisti come Adele o Sam Smith che strappano il cuore a tutti. Credo che le persone abbiamo bisogno anche e soprattutto di quello».

In che termini la tua musica si differenzia e come riesci a non lasciarti contaminare dalle mode e delle tendenze?

«Sai, non credo sia sbagliato lasciarsi contaminare, anzi. E’ chiaro che quello che proponi deve essere vero e traslato a quello che è il tuo stile, per me l’importante è che chi ascolta un pezzo mi riconosca, pur evolvendo e cercando di sperimentare il più possibile. Non appartengo alla scuola di chi propone alle persone sempre la stessa cosa, mi piace cambiare e a mia volta ascoltare qualcosa di nuovo dagli artisti che seguo».

Dicembre, tempo di bilanci. Come valuti questo 2019 che ha segnato un tuo ritorno un po’ più cadenzato con la serie di singoli che abbiamo citato prima?

«Per me il 2019 è stato un anno di grandi stravolgimenti, non solo lavorativi ma anche personali. Sai, la cosa che ho imparato da questi ultimi dodici mesi è che ognuno di noi deve essere pronto al cambiamento, non bisogna aver paura, bisogna accettare il fatto che le cose nella vita non necessariamente restano allo stesso modo. Questo vale anche per le canzoni, torniamo al discorso di poco fa sull’evoluzione, ecco… penso che sia giusto così».

Il 2020 sarà un anno altrettanto importante, in primavera volerai negli Stati Uniti per una tournée promossa dalla SIAE e dal Ministero dei Beni Culturali, puoi anticiparci qualcosa a riguardo?

«Saranno degli showcase di presentazione in cui canterò le mie canzoni, buona parte del mio repertorio, da “Davvero” passando per “Ad occhi chiusi”, arrivando fino a “Ps Post Scriptum”. Presenterò le mie canzoni al pubblico americano e sarà l’occasione per avere dei feedback anche da persone che hanno una cultura musicale differente, sono contento di far conoscere ad un pubblico estero anche un altro tipo di musica italiana, che và oltre i grandi classici che conoscono e che ci invidiano in tutto il mondo. C’è tutto un nuovo cantautorato che sono felice di poter rappresentare, in qualche modo, con questa tournée».

Sarà anche l’anno che segnerà la pubblicazione dell’atteso nuovo disco di inediti, a otto anni di distanza dal precedente “Ovunque”?

«Tra i miei progetti c’è quello di realizzare nel 2020 un album, oltre che di fare tanti concerti anche in Italia, la tournèe americana sarà soltanto una parentesi, ovviamente sto lavorando al disco nuovo e sto preparando i nuovi live, che spero di portare in giro il più possibile in tutto il Paese. Ci stiamo lavorando, il 2020 sarà indubbiamente l’anno del mio ritorno».

Ma veniamo all’estrema attualità, in realtà questa intervista è una trappola, nel senso che non posso non chiederti di Sanremo, in maniera molto secca: ci sarà un tuo coinvolgimento come artista o come autore?

«Guarda, non te lo so dire (sorride, ndr)».

Caspita, al telefono è ancora più difficile cercare di carpire degli indizi anche attraverso la mimica facciale…

«Questa è la sola risposta che avrai! (ride, ndr)».

Ok mi arrendo. Sempre a proposito di Sanremo, però, qual è il tuo pensiero sul Festival che sta per compiere settant’anni?

«Credo che il Festival, soprattutto negli ultimi anni, sia tornato di grande attualità, come ha detto giustamente Amadeus, c’è stato uno scatto in avanti dal punto di vista musicale, lo dimostra la vittoria di Mahmood dello scorso anno, ma allo stesso tempo l’affermazione di Ultimo. Sanremo è di fatto lo specchio di quello che è la realtà musicale italiana, mettendo insieme un po’ tutte le varie anime, da quelle più tradizionali a quelle più innovative, per cui credo che anche la prossima sarà una bellissima edizione».

Siamo sotto Natale, una festività dalle mille sfaccettature, oltre all’atmosfera di festa, c’è una sorta di nostalgia che ci avvolge. Tu come lo vivi questo periodo?

«Guarda, io sono uno di quelli innamorati del Natale, mi autodefinisco un fan (sorride, ndr), in generale mi piace proprio come ricorrenza e poi, vivendo ormai da anni lontano dalla mia famiglia, è l’occasione per tornare a casa e stare tutti insieme. Per me il Natale è abbastanza sacro, mi piacciono tutte le tradizioni legate a questa festività, anche quelle più kitch, dagli addobbi estremi all’albero, cosa che non riesco sempre a fare essendo continuamente in giro. Quest’anno, ad esempio, ho fatto un albero abbastanza sbrigativo, ma volevo comunque ricreare un po’ di atmosfera natalizia, ne avverto proprio il bisogno».

Quali sono le tue canzoni preferite tra lo sconfinato repertorio natalizio?

«Ascolto molto i classici, per me Natale significa Michael Bublè, il suo disco di cover l’ho letteralmente consumato, perché riprende in maniera piuttosto fedele i pezzi più tradizionali, così come mi è piaciuto moltissimo il disco di Laura Pausini, pubblicato qualche anno fa. Sai, le canzoni di Natale non passano mai di moda, restano nel tempo e diventano parte della tua vita crescendo, di anno in anno».

Per concludere, quale regalo ti piacerebbe ricevere sotto l’albero?

«Devo dirti la verità, desidero semplicemente continuare a fare quello che mi piace, non vorrei sembrare presuntuoso, ma sono felice di ciò che ho costruito fino adesso e, quindi, va bene così. Sai, quando quello che hai ottenuto ti fa stare bene non devi pretendere troppo, è giusto accontentarsi e cercare di fare il proprio meglio per mantenere quello che si è raggiunto».

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Nico Donvito

Appassionato di scrittura, consumatore seriale di musica italiana e spettatore interessato di qualsiasi forma di intrattenimento. Innamorato della vita e della propria città (Milano), ma al tempo stesso viaggiatore incallito e fantasista per vocazione.

Di Nico Donvito

Appassionato di scrittura, consumatore seriale di musica italiana e spettatore interessato di qualsiasi forma di intrattenimento. Innamorato della vita e della propria città (Milano), ma al tempo stesso viaggiatore incallito e fantasista per vocazione.

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