Vybes: “Racconto tanto di me, ma anche quello che vedo attorno a me” – INTERVISTA
A tu per tu con Vybes in occasione dell’uscita di “Socialmente utile”, il suo primo album ufficiale fuori dal 19 giugno 2026 per Artist First. La nostra intervista al giovane cantatore romano
Dopo aver incuriosito il pubblico con il suo percorso ad Amici 24, Vybes apre un nuovo capitolo della propria carriera con “Socialmente utile”, il primo album pubblicato per Artist First. Un progetto che va oltre la dimensione autobiografica per osservare il presente attraverso lo sguardo di una generazione chiamata ogni giorno a confrontarsi con temi come salute mentale, relazioni, famiglia, denaro, migrazioni e ricerca della propria identità.
Nato dall’esperienza vissuta all’interno del talent e maturato nei mesi successivi, il disco raccoglie il percorso artistico di un cantautore che, sin dagli esordi sul web con i suoi freestyle, ha scelto di utilizzare la musica come strumento di riflessione oltre che di racconto personale. Un lavoro che alterna introspezione e analisi sociale, senza la pretesa di offrire risposte definitive, ma con l’obiettivo di stimolare domande e creare un dialogo con chi ascolta.
Lo abbiamo incontrato per parlare della nascita di “Socialmente utile”, delle tematiche affrontate nell’album, del percorso iniziato ad Amici e della volontà di raccontare, attraverso la musica, le contraddizioni e le fragilità della sua generazione.
Vybes presenta il suo primo album “Socialmente utile”, l’intervista
“Socialmente utile” è il titolo del tuo primo album, uscito lo scorso 19 giugno. Comincerei chiedendoti: come si è sviluppato il processo creativo di questo tuo primo biglietto da visita discografico?
«Il disco è nato subito dopo l’uscita da Amici. Dentro la scuola ho avuto modo di riscrivere tantissime cover e, soprattutto verso il serale, mi venivano assegnati brani che affrontavano tematiche sociali. Era qualcosa che già faceva parte della mia scrittura, perché prima del programma pubblicavo freestyle su TikTok parlando spesso di questi argomenti. Uscito da quell’esperienza mi sono ritrovato con tanto materiale e ho deciso di costruire un progetto interamente dedicato alle tematiche sociali. Alcuni brani del disco, infatti, erano inizialmente delle cover che poi ho trasformato in pezzi completamente miei».
Se dovessi individuare il problema sociale più urgente per la tua generazione, l’argomento su cui ti infervori di più, quale sarebbe?
«Sicuramente la salute mentale. È un tema che mi accompagna da sempre e che ho vissuto personalmente per tanti anni. Troppo spesso si dà priorità soltanto alla salute fisica, mentre quella mentale viene ancora lasciata in secondo piano. Per questo ne parlo spesso nelle mie canzoni, come in “Chiedere aiuto”. Dai messaggi che ricevo ogni giorno capisco quanto sia un bisogno reale: tanti ragazzi vorrebbero aprirsi con i genitori o avere uno sportello d’ascolto. Credo sia importante parlarne perché nessuno si senta solo e perché si capisca che chiedere aiuto è una cosa normale».
Ascoltando l’album si percepisce il desiderio di osservare e raccontare il mondo senza offrire soluzioni facili. Pensi che oggi la musica debba porre domande più che dare risposte?
«Io ascolto davvero qualsiasi genere musicale e penso che un artista sia libero di fare ciò che vuole: non credo esista un obbligo di educare o trasmettere messaggi. Però, per la musica che faccio io e per gli artisti con cui sono cresciuto, sento che sia importante. Mi piace porre domande all’ascoltatore più che dare risposte, perché questo crea un dialogo e un legame con chi mi ascolta. Racconto tanto di me, ma anche quello che vedo attorno a me. L’ispirazione può arrivare da una storia personale, da una notizia o semplicemente da un frammento di quotidianità».
L’album si apre con “Come ti gira”, una sorta di “non hit estiva” che racconta la pressione di dover apparire sempre felici. Secondo te i social hanno trasformato la felicità in un obbligo collettivo?
«Sì, lo penso. I social spesso non raccontano la realtà. Lo vedo anche nel mondo della musica: tanti artisti mostrano una vita perfetta, poi quando li conosci scopri che non è così. C’è quasi l’obbligo di far vedere che va tutto bene. Io, invece, con “Come ti gira” ho voluto raccontare proprio il disagio, la delusione e il fatto che, uscito da Amici, la mia vita fosse sì cambiata dal punto di vista artistico, ma non fosse diventata improvvisamente perfetta. Mi piace l’idea di usare una musica leggera per raccontare qualcosa di più profondo, un po’ come facevano artisti come Caparezza».
Nella presentazione del disco vengono citati Fabri Fibra e Caparezza come tuoi riferimenti. Cosa ti ha colpito del loro modo di fare musica?
«Il mio primo concerto è stato proprio quello di Caparezza durante il tour de “Il sogno eretico”. La cosa che mi colpì fu vedere persone di ogni età unite dalla sua musica. Sia lui che Fabri Fibra sono riusciti a diventare popolari senza rinunciare ai contenuti. Parlano a tutti, dai più giovani agli adulti, mantenendo una scrittura forte e riconoscibile. Di Fibra mi piace la semplicità e la forza delle immagini, mentre Caparezza ha una scrittura più ricca di citazioni e riferimenti. Ho cercato di prendere qualcosa da entrambi».
“Facevo per tre” racconta la tua infanzia e la tua esperienza di figlio unico. Se potessi incontrare quel bambino con il cappellino grigio al contrario, quale consiglio gli daresti?
«Da piccolo desideravo tantissimo avere un fratellino. Lo chiedevo ogni Natale al posto dei giocattoli, perché i miei genitori lavoravano molto e sentivo la mancanza di qualcuno con cui condividere le giornate. Oggi direi a quel bambino che essere figlio unico ha anche tanti aspetti positivi e che, soprattutto, un giorno scoprirà la musica. È lei che gli farà capire il perché di tante cose che oggi ancora non riesce a spiegarsi».
Con il singolo “Il sesso” affronti un tema che oggi sembra meno tabù rispetto al passato. Secondo te viene affrontato nel modo giusto?
«Ho cercato di parlare della sessualità in tutte le sue sfaccettature e nella massima libertà. Tra i ragazzi della mia generazione noto molta apertura, mentre forse c’è ancora più difficoltà nelle generazioni precedenti. Credo che sarebbe utile affrontare maggiormente questi temi anche a scuola: io ricordo pochissime ore dedicate all’educazione sessuale e penso che proprio durante l’adolescenza sarebbe importante avere più strumenti. Personalmente sono stato fortunato perché in famiglia ho sempre potuto parlare liberamente di tutto».
Ne “La danza del soldo” racconti il rapporto con il denaro e con il potere che esercita sulle nostre scelte. C’è qualcosa che secondo te non si può comprare?
«La pace con sé stessi. Puoi avere tutti i soldi del mondo, ma non credo bastino per stare davvero bene. Me ne rendo conto anche nel mio piccolo: qualche soddisfazione me la sono tolta, ma certe insicurezze restano e impari soltanto a conviverci. “La danza del soldo”, tra l’altro, è un pezzo che ho immaginato fin dall’inizio per i concerti, con una forte componente live e sonorità blues, arricchite anche da campionamenti di monete e soldi».
Per concludere, cosa ti rende più orgoglioso di questo primo disco?
«La cosa che mi rende più felice è essere riuscito a pubblicare esattamente il disco che avevo in mente. Non mi sono stati imposti limiti e la maggior parte delle mie idee è stata rispettata. Quando oggi apro Spotify e vedo il disco pubblicato provo una soddisfazione rara, perché sono una persona molto critica con me stessa. Questa volta, invece, posso dire di essere contento del risultato. Ho realizzato il progetto che volevo senza scendere a compromessi e spero che, nel suo piccolo, possa lasciare qualcosa a chi lo ascolterà».