Willie Peyote: “Le parole meritano rispetto” – INTERVISTA
A tu per tu con Willie Peyote in occasione dell’uscita del suo nuovo album, intitolato “Anatomia di uno schianto prolungato”. La nostra intervista al cantautore torinese
C’è chi racconta il presente cercando risposte e chi, come Willie Peyote, preferisce metterne a nudo tutte le contraddizioni. “Anatomia di uno schianto prolungato” è il nuovo album del cantautore torinese, un lavoro che già dal titolo dichiara la sua natura: un ossimoro che fotografa un’epoca sospesa, in cui tutto sembra sul punto di crollare senza mai farlo davvero.
Undici tracce che si muovono tra analisi sociale e riflessione personale, attraversando temi come il declino delle ideologie, la crisi del sistema capitalistico e il senso di precarietà diffuso, senza rinunciare a uno sguardo più intimo e autobiografico. Accanto ai singoli “Burrasca” e “Kodak”, il disco si arricchisce di collaborazioni significative, da Brunori Sas a Noemi, fino a Jekesa, in un equilibrio tra scrittura affilata e apertura musicale.
Ma “anatomia” è anche un termine che porta con sé un’idea di osservazione ravvicinata, quasi clinica: quella di un mondo che cambia e, parallelamente, di un corpo che inizia a fare i conti con il tempo. Due livelli che si intrecciano, tra il collettivo e il personale, dando forma a un racconto lucido, disilluso, ma non privo di spiragli. In questa intervista, Willie Peyote ci traghetta dentro il suo nuovo progetto, tra consapevolezze, contraddizioni e la ricerca, sempre più urgente, di un senso condiviso.
Willie Peyote racconta il disco “Anatomia di uno schianto prolungato”, l’intervista
Quali riflessioni ti hanno portato a scegliere questo titolo e a farti pensare che rappresentava perfettamente il disco?
«La verità è che volevo un titolo lungo, un po’ alla Lina Wertmüller, con quel gusto vintage. Poi mi aveva colpito “Anatomia di una caduta”, che è un film che ho amato molto. Da lì ho costruito un ossimoro: uno schianto non può essere prolungato, e invece racconta bene le contraddizioni del nostro tempo. “Anatomia” mi piaceva anche perché richiama l’idea di analisi, di entrare nel dettaglio, e nel disco parlo sia della caduta del sistema, del mondo che cambia, sia di una dimensione più personale: il fatto che, per la prima volta, sento che il mio corpo non è più in crescita ma va verso una fase diversa. È un cambiamento di prospettiva».
Infatti hai detto che il titolo è anche un ossimoro perché viviamo in un periodo pieno di contraddizioni. Qual è quella che ti dà più fastidio oggi?
«Più che una singola contraddizione, mi dà fastidio l’idea di purezza. Oggi è tutto contraddittorio: facciamo attivismo sui social che appartengono a grandi multinazionali, viviamo dentro sistemi che criticano se stessi. Non ha senso fare a gara a chi è più puro o più coerente. Bisogna accettare che nessuno si salva completamente e cercare di fare il meglio possibile dentro questo contesto».
Nei tuoi lavori hai sempre analizzato la realtà con lucidità e ironia: in questo disco cambia qualcosa nel tuo sguardo?
«Forse c’è più speranza rispetto ad altri lavori. Anche quando racconto situazioni difficili, come in “Burrasca” o “Mi arrendo”, emerge l’idea che l’unico modo per salvarsi sia insieme. La collettività, le relazioni, il tornare a essere comunità: è lì che vedo una possibilità».
L’album si apre con “In cerca di uno schianto”, con un campionamento di “Tutti i miei sbagli” dei Subsonica. È anche un omaggio?
«Assolutamente sì. Quest’anno sono trent’anni dei Subsonica e per me sono stati fondamentali, prima da ascoltatore e poi anche umanamente. “Tutti i miei sbagli” è una canzone perfetta, e quella frase funzionava benissimo dentro il disco. È stato un modo per ringraziarli e per riconoscere quanto hanno influenzato me e tutta la scena».
Poi c’è “Burrasca”, un brano molto poetico. A cosa ti aggrappi nei momenti di tempesta?
«Alle persone. Ho la fortuna di essere circondato da gente a cui voglio bene e che me ne vuole. Credo molto nel fatto che il bene degli altri possa aiutarti a tirare fuori il meglio di te. E oggi, rispetto a qualche anno fa, sono anche più fiducioso: vedo più partecipazione, più voglia di esserci, soprattutto nei giovani».
“Mi arrendo” è uno di quei pezzi che da soli valgono il disco. Com’è nato e come è arrivata la collaborazione con Brunori Sas?
«Il pezzo era già scritto, ma sentivo che mancava qualcosa. Essendo un flusso di coscienza, volevo una voce che rappresentasse quasi la coscienza stessa, e nessuno meglio di Dario Brunori poteva farlo. Lo stimo molto, sia artisticamente che umanamente. Gli ho mandato il brano e lui ha aggiunto la sua parte, che ha migliorato tantissimo il pezzo».
Altra collaborazione importante è quella con Noemi in “Che caldo fa a Testaccio”. Quanto ti influenzano ancora gli anni ’90?
«Tantissimo. Quel pezzo è proprio un tributo al rap italiano di quegli anni, a Neffa e a quella scena che mi ha formato. In generale nel disco ci sono diversi omaggi: ai Subsonica, al cantautorato, al rap anni ’90. Noemi su quel brano era perfetta, ha dato un colore incredibile.
Parliamo della traccia di chiusura, “Preferisco non sapere”. Cosa ti ha spinto a metterla nei titoli di coda?
«È una canzone che si è messa lì da sola. Fin dall’inizio sapevo che il disco sarebbe iniziato in un modo e finito con quella. È nata in maniera molto fluida in sala prove ed è anche uno dei pezzi più recenti, legato a un episodio personale. È un brano un po’ destrutturato, diverso dagli altri, ma proprio per questo perfetto come chiusura».
Ti chiedo anche del documentario “Elegia sabauda”, com’è stato raccontarti e farti raccontare in un modo diverso?
«Strano, perché non mi sentivo così interessante da meritare un documentario. Però ho accettato per la stima che ho per il regista Enrico Bisi. Mi sono lasciato raccontare completamente, senza intervenire. È stato anche terapeutico: vedersi da fuori aiuta. E mi ha fatto piacere raccontare il lato collettivo del progetto, tutte le persone che ci lavorano».
Per concludere, parlando del potere della parola: oggi viene usata più in modo costruttivo o distruttivo?
«Purtroppo più in modo distruttivo, perché la rabbia genera più attenzione e quindi più profitto. Finché saremo legati a queste logiche, la parola verrà usata così. Però io continuo a credere nel suo potere salvifico, terapeutico. Le parole meritano rispetto. E, alla fine, credo che saranno loro a vincere sull’uso sbagliato che ne facciamo».