A tu per tu con il cantatore classe ’90, in uscita con il suo manifesto generazionale intitolato “Odore

La musica ha il potere di raccontare ed evocare sensazioni, stati d’animo e, addirittura, anche epoche. Ne sà qualcosa Zoizi che, tra le righe e le note del suo nuovo singolo “Odore”, ha realizzato un vero e proprio inno generazionale nei confronti di chi si è ritrovato a cavallo di due ere, quella pre e quella post digitale, che ha vissuto e respirato a pieni polmoni un cambiamento epocale, arrivando a conoscere sia i vantaggi della tecnologia che i lati positivi del contatto umano, di quesi sapori d’altri tempi che, nonostante un pizzico di nostalgia, non potremo mai scordare.

Ciao Zoizi, benvenuto. Partiamo dal tuo nuovo singolo intitolato “Odore”, dato il titolo parto col chiederti: che profumo ha per te questo brano?

«Un profumo molto particolare, ho scritto questa canzone come una specie di inno per la mia generazione, coloro i quali hanno vissuto diversamente rispetto ai ragazzi di oggi. Negli ultimi anni c’è stata un’ondata di modernità molto violenta che ha cambiato un po’ tutto, noi del ’90 l’abbiamo vissuta in un maniera decisamente più romantica secondo me».

A proposito di tutta questa evoluzione tecnologica, quali sono i pro e quali i contro dell’avvento del web?

«Il discorso di fondo è che internet è una figata pazzesca, perché ti permette di fare un’infinità di cose, ma allo stesso tempo è come se te ne limitasse altre. Se tutti quanti avessero i superpoteri non ci sarebbero supereroi, come diceva un famoso film della Marvel. E’ come se adesso fossimo tutti sullo stesso piano, tutto questo fà emergere nuovi talenti ma, contemporaneamente, ne penalizza molti altri. Ci sono tanti pro e contro, personalmente preferivo un po’ come si viveva qualche anno fa».

In un mondo super digitale stupiscono anche le sonorità che hai utilizzato per questo pezzo, cosa ti spinge a rispolverare e ad attualizzare questo tipo di sound analogico?

«Perché mi piace il contatto con gli strumenti, sentire la musica e, allo stesso tempo, sperimentare. Penso che sia un tipo di produzione che ha preso caratteristiche sia dal mondo digitale che da quello analogico, una roba esclusivamente elettronica non andrebbe bene per il mio modo di intendere la musica».

Questa voglia di riscoprire un’attitudine d’altri tempi, si respira anche attraverso il videoclip girato in bianco e nero. Cosa avete voluto trasmettere attraverso quelle immagini semplici ma al tempo stesso evocative?

«Il messaggio è sostanzialmente uno: non volevo inserire una storia legata alle immagini, volevo far cantare la canzone e dare risalto alle parole della canzone. Essendo una specie di inno, non c’era la necessità di caricare ulteriormente l’ascoltatore, abbiamo girato questo video con la voglia di interfacciarmi direttamente con l’interlocutore».

Facciamo un breve salto indietro indietro nel tempo, come e quando hai capito che tu e la musica eravate fatti l’uno per l’altra?

«Il mio percorso è stato un po’ particolare, mi sono avvicinato alla musica intorno ai quindici anni, suonando inizialmente come batterista, per poi passare al mio strumento di riferimento, vale a dire la chitarra, mentre verso i diciotto anni ho iniziato a scrivere le mie prime canzoni. Per una serie di motivi, successivamente, mi sono un po’ distaccato dal mondo musicale, ho iniziato a lavorare e mi sono dedicato ad altro, per poi rientrarci pesantemente intorno ai ventisei anni. Insomma, ho vissuto momenti altalenanti, un po’ odio-amore in determinati periodi, per poi decidere di mollare tutto per dedicarmi al mestiere di cantautore».

Quali ascolti hanno accompagnato e influenzato il tuo percorso?

«Tantissima roba, non ho un genere preferito, ascolto veramente di tutto, ho iniziato con la musica classica insieme a mio padre, per poi passare a cantautori come Lucio Dalla e Angelo Branduardi. Dopodiché, crescendo, mi sono avvicinato al rock, al punk, a tantissimi altri generi, per arrivare oggi ad ascoltare davvero di tutto, per esempio ultimamente sento molta trap e ho scoperto tantissimi artisti veramente validi, quindi non ho un riferimento, se una cosa mi piace l’ascolto».

Viviamo in un’epoca di etichette, tu personalmente ti identifichi in un genere musicale in particolare?

«Sì, se dovessi etichettare la mia musica, la definirei pop. Mi piace comunque avvicinarmi ad una forma contemporanea come l’indie, che possiamo considerare un po’ come il pop di oggi».

Le videointerviste ai tempi del Coronavirus, stiamo realizzando questa chiacchierata tramite Skype non a caso. Tu, personalmente, come stai vivendo questo momento?

«E’ un momento un po’ malinconico, a dire la verità, perché non ci aspettiamo mai delle cose così pesanti, personalmente mi spaventa perché non è di certo una bella situazione. D’altra parte bisogna reagire, cercare di rialzarsi e trovare un modo per andare avanti. Io, nel mio piccolo, cerco di continuare a scrivere, proporre musica e restare in piedi. Ecco, restare in piedi credo sia la cosa più importante».

Che ruolo possono avere la musica e l’arte in generale in tutto questo?

«L’arte ha un ruolo fondamentale sempre, in qualsiasi momento, perché è in grado di tradurre qualsivoglia tipo di esperienza sottoforma o di musica, o di pittura, o di qualsiasi altra forma d’espressione artistica. Per cui è sicuramente importante in questo momento, ma come lo è in qualsiasi altra situazione, anche quando potevamo trascorrere tutto il tempo fuori, non vedo alcuna grande differenza, è soltanto un punto di vista diverso, ma in sostanza è la stessa cosa».

Passato questo momento così inedito e delicato, cosa dobbiamo aspettarci dal tuo prossimo futuro? Immagino tu stia lavorando già a nuova musica…

«Assolutamente sì, spero il prima possibile di poter far uscire i prossimi singoli, che sono praticamente già pronti. Da qua a un anno non saprei dirti cosa potrebbe succedere, mi auguro di poter arrivare con la mia musica soprattutto dal vivo, il live è la dimensione che apprezzo sicuramente di più. Quello che mi manca di più in questo momento sono i concerti, attaccare il microfono, la chitarra e cantare».

Per concludere, a chi si rivolge oggi la tua musica e a chi ti piacerebbe arrivare? 

«Si rivolge ai ragazzi come me, ai ragazzi che hanno voglia di vivere la propria storia. Una cosa che noto tantissimo sono parecchie persone che si accontentano di quello che hanno e non vanno oltre. Oggi come oggi possiamo avere tutto ma alla fine finiamo per accontentarci, sia da un punto di vista lavorativo o magari amoroso, è come se rimanessimo in superficie senza andare realmente a fondo. Personalmente a me piace andare a scavare, per cercare di non avere un giorno dei rimpianti, di conseguenza, con la mia musica mi piacerebbe arrivare a questo tipo di persone, a chi vuole veramente capirsi fino in fondo».

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Nico Donvito

Appassionato di scrittura, consumatore seriale di musica italiana e spettatore interessato di qualsiasi forma di intrattenimento. Innamorato della vita e della propria città (Milano), ma al tempo stesso viaggiatore incallito e fantasista per vocazione.

Di Nico Donvito

Appassionato di scrittura, consumatore seriale di musica italiana e spettatore interessato di qualsiasi forma di intrattenimento. Innamorato della vita e della propria città (Milano), ma al tempo stesso viaggiatore incallito e fantasista per vocazione.

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