Aaron: “Ora mi vedo con più chiarezza” – INTERVISTA
A tu per tu con Aaron in occasione dell’uscita del suo nuovo album, intitolato “Abitare l’invisibile”. La nostra intervista al giovane cantautore
Dopo un periodo di profonda ricerca personale e artistica, Aaron torna con “Abitare l’invisibile”, il nuovo album in uscita il 22 maggio per Artist First. Un progetto intenso e autentico che segna una fase nuova del suo percorso, più matura e consapevole, nata dal bisogno di raccontarsi senza filtri e di trasformare fragilità, paure e pensieri in qualcosa di universale.
Negli ultimi mesi il cantautore si è isolato nella tranquillità della sua Umbria, rallentando il ritmo e dedicandosi completamente alla scrittura e al lavoro in studio. È proprio lontano dal rumore e dalle aspettative esterne che hanno preso forma le canzoni del disco, prodotto dal duo Le Ore, in un equilibrio tra sonorità intime e aperture più dinamiche, con la scrittura sempre al centro del racconto.
“Abitare l’invisibile” attraversa temi profondamente generazionali come la pressione sociale, la ricerca di sé, il bisogno di sentirsi all’altezza, la paura della solitudine e il desiderio di ricominciare. Un titolo evocativo che racchiude il senso dell’intero progetto: imparare a convivere con tutto ciò che non si vede ma che ci attraversa quotidianamente, dalle emozioni ai vuoti interiori, fino alle aspettative che spesso ci schiacciano.
Nel corso della nostra intervista, Aaron ha raccontato il significato più profondo del disco, il rapporto con la vulnerabilità nella musica di oggi, il bisogno di appartenenza e il percorso personale che lo ha portato a guardarsi dentro con maggiore sincerità. Abbiamo parlato anche della sua generazione, della pressione dei social e dell’album che, come lui stesso racconta, gli ha permesso di imparare ad accettarsi senza lasciare che le proprie mancanze definiscano chi è davvero.
“Abitare l’invisibile” è un titolo molto evocativo: quando hai capito che rappresentava perfettamente il cuore del disco?
«Ho fatto molti voli pindarici con il titolo di questo album, ma ho capito che quello fosse il titolo giusto quando lo dissi al team perché eravamo al telefono e ci fermammo tutti e poi di botto dicemmo: “questo è quello giusto”. Ci aveva aperto così tanto il cuore, dopotutto quello che avevo passato, il contesto dell’album, quel titolo era proprio azzeccato..
Nel disco affronti il tema della pressione sociale e dell’idea di perfezione. Quanto pensi che la tua generazione si senta schiacciata dalle aspettative?
«Credo che la mia generazione sia stata non solo schiacciata, ma letteralmente uccisa dalle aspettative. Questa società ci impone di essere sempre presenti e di fare sempre la cosa giusta. Anche nel lavoro, oggi è fondamentale fare numeri sui social, avere un “Hook” accattivante per i primi secondi. Purtroppo, non siamo solo pochi secondi di video, ma persone con vite intere da costruire. I social stanno diventando un mondo di “collezionisti di parole”, dove si discute di cose che non ci riguardano minimamente, ma che potrebbero distruggere la vita di altri. Invece di rimanere a dare ragione o torto a queste sciocchezze, dovremmo concentrarci sull’agire e costruire le nostre vite».
Abitare l’invisibile” parla molto di emozioni silenziose, di fragilità interiori. Quanto è difficile esporsi emotivamente nella musica di oggi?
«A mio parere, nella musica contemporanea è fin troppo facile esporsi emotivamente, soprattutto per chi lo fa per ottenere visibilità. Purtroppo, a volte percepisco una mancanza di autenticità nel mondo musicale, e questo mi rattrista un po’. Credo che sia più difficile scrivere di sé in modo incondizionato, senza preoccuparsi di sembrare più o meno “appetibili” per il pubblico. Per me, la musica ha il potere di far rivivere frammenti di sé così belli che sarebbe un sacrilegio modificarli per migliorare le prestazioni commerciali».
Il disco riflette molto sul bisogno di appartenenza: oggi cosa significa per te sentirti davvero nel posto giusto?
« Purtroppo, non sono mai riuscito a sentirmi veramente a mio agio al di fuori della mia zona di comfort. Sarebbe fantastico superare questa barriera, e ci sto lavorando sodo, anche se mi mancano ancora alcuni passi. Tuttavia, posso dire con orgoglio che il mio obiettivo da anni è quello di sentirmi bene, o almeno a mio agio, in ogni luogo che il mio corpo e la mia mente abitano. E sono felice di dire che sto facendo progressi costanti verso questo obiettivo».
Questo album sembra quasi un viaggio terapeutico: scrivere queste canzoni ti ha aiutato a comprenderti meglio?
«Scrivere quest’album mi ha dato una mano enorme. Sono davvero grato di poter esprimere quello che provo. Mi piace sfogarmi e, tra virgolette, correggermi quei lati della vita che magari non capisco subito. Ogni brano è stato come una piccola terapia personale, un momento in cui mi sono seduto con me stesso e ho affrontato pensieri e ricordi che, forse, avevo paura di guardare in faccia. In questo percorso, ho imparato a non giudicarmi troppo e a lasciare che la musica facesse il suo lavoro, trasformando la confusione in qualcosa di tangibile e sincero. È come se questo album fosse uno specchio, ma uno specchio gentile che mi restituisce la mia immagine senza filtri, ricordandomi che va bene essere imperfetti e vulnerabili. E forse, in fondo, è proprio questo che rende la musica vita».
Hai definito questo progetto il tuo lavoro più maturo e consapevole: in cosa senti di essere cresciuto maggiormente?
«Credo di essere cresciuto imparando ad amare la vita per quello che è, ad essere grati per quello che ci offre, anche quando è difficile trovare la luce. A volte, cercare di crearsela, anche se in modo artificioso, può aiutarci a vedere quello che ci circonda: la famiglia, l’amore, un luogo, un ricordo. Ci sono tante cose che possono salvarci e farci tornare a sorridere».
Dal punto di vista sonoro, che tipo di ricerca c’è stata in studio riguardo al sound insieme a Le Ore?
«A dire il vero, c’è stato subito un feeling incredibile. Non abbiamo cercato a lungo il sound perfetto per far suonare bene tutto; abbiamo semplicemente aperto il cuore e ci siamo allineati. Abbiamo trovato l’abito giusto fin da subito. Da questo, posso dire di essere molto contento di aver trovato persone non solo professionalmente competenti, ma soprattutto umanamente disposte ad ascoltare chiunque si trovi di fronte».
Per concludere, dopo aver “abitato l’invisibile”, cosa senti di vedere più chiaramente oggi?
«Ora mi vedo con più chiarezza. Ho decorato la mia anima con bellissimi quadri e ho messo qualche premio qua e là per ricordarmi che sono abbastanza. Mi impegno ad amarmi nonostante le mie mancanze e i miei difetti, e a non lasciarli definire chi sono. Io sono io, non solo le complessità che tutti incontriamo nella vita».
