Aiello 2020

A tu per tu con il talentuoso cantautore calabrese, fuori dal 3 luglio con il singolo “Vienimi (a ballare)

A qualche mese di distanza dalla nostra precedente chiacchierata, abbiamo il piacere di ritrovare Antonio Aiello, meglio conosciuto semplicemente come Aiello, una delle rivelazioni della passata annata che torna in rotazione radiofonica con “Vienimi (a ballare)”, primo tassello del suo secondo album di inediti di prossima pubblicazione. Reduce dal grande successo riscosso dal disco d’esordio Ex-voto, trascinato dai singoli Arsenico e La mia ultima storia, il cantautore calabrese si riaffaccia al mercato con un pezzo dalle forti sonorità latine e dall’impetuosa anima meridionale, in grado di sottolineare la sua identità artistica senza snaturarne l’essenza, bensì valorizzando e accentuando ulteriori sfumature fino ad oggi messe meno in risalto. Da una parte una sorpresa, dall’altra una conferma.

Ciao Antonio, bentrovato. “Vienimi (a ballare)” è il tuo nuovo singolo, partiamo da questo titolo così curioso e da quello che rappresenta per te…

«Questa canzone è nata a dicembre, prima di tutto il casino che abbiamo vissuto, in maniera molto istintiva. Esprime una necessità carnale, in quanto meridionale ho un continuo bisogno di fisicità, una carica passionale che mi appartiene in maniera naturale, per cui un “Vieni a ballare” sarebbe stato troppo carino, mentre volevo intendere proprio “Vienimi a ballare”, cioè ballami. Sin dal primo giorno ho deciso che il titolo sarebbe stato questo, nonostante potesse sembrare un po’ borderline, ma un borderline felice».

Sonorità diverse rispetto a quelle proposte in Ex-Voto, seppur la tua vocalità e il modo di scrivere siano molto riconoscibili. Quanto ti sei divertito a giocare a livello di sound?

«Tantissimo, per me è importante che rimangano tre costanti nel mio rapporto con gli altri e, quindi, con la musica: la voce, il modo di scrivere e l’autenticità. Spero siano i miei elementi di riconoscimento, perché la mia visione di pop è in continua evoluzione. Ho iniziato giocando con i tre troppo che mi accusavano di avere: troppo pop, troppo indie e troppo R’n’B, così ho deciso di sperimentare e questo progetto è: troppo pop, troppo streat e troppo meridionale. Ho provato a mescolare altri mondi, partendo sempre dal pop cantautorato al quale appartengo e al quale provo a ispirarmi, con la musica urban più contemporanea e la musica latina che appartiene alle mie origini calabresi».

Un brano che si affaccia al mercato estivo, in un’estate che di certo non sarà come le altre, personalmente come te la immagini?

«Me l’avessi fatta due mesi fa questa domanda, probabilmente avrei avuto qualche problema a risponderti, nonostante abbia sempre avuto una visione positiva. Adesso credo di poterti dire che, data la civiltà che per fortuna abbiamo mostrato di avere, sono convinto che pur mantenendo il rispetto di alcune regole vivremo un’estate comunque estate. Chiudo gli occhi e mi immagino in macchina con i finestrini abbassati ad ascoltare la musica e a sfrecciare da qualche parte, mi immagino a casa di amici, a ballare sulla spiaggia. Ripeto, i contesti saranno un po’ diversi, ma per fortuna è arrivato il momento di poter ballare, ecco perché “Vienimi (a ballare)”».

Dal punto di vista discografico, sono stati fatti un sacco di appelli nei confronti di tutta la filiera, come pensi ne potrà uscire l’industria musicale da questo difficile momento?

«Mi sono subito unito ai colleghi per accendere un occhio di bue sul tema perché, purtroppo, l’arte viene vista spesso come una forma di puro intrattenimento, come se fosse una roba collaterale, quando invece tutti quanti viviamo e risorgiamo dai nostri periodi bui attraverso un film, uno spettacolo teatrale, un concerto o una canzone. Quello che si può fare è parlarne, affinché si possa attirare l’attenzione della politica perché possa muoversi in maniera concreta, sottolineare il fatto che il danno più grosso non l’abbiamo avuto noi artisti, bensì le persone che ci gravitano attorno. E’ necessario trovare una soluzione, francamente non so quando e come ritorneremo a suonare dal vivo, mi auguro che chi ne sa più di me decida bene e decida presto».

“Vienimi (a ballare)” è un po’ il racconto di un’estate al sud, che detta così sembra un po’ il titolo di un cinepanettone estivo, ma è esattamente quello che avete voluto trasmettere anche attraverso le immagini del videoclip diretto da Giulio Rosati…

«Esattamente, Giulio è stato per me una conferma, conoscevo i suoi lavori ma non avevo mai collaborato con lui. E’stata un’esperienza artistica e umana molto positiva, siamo riusciti a mettere a fuoco la mia visione di arte e la mia visione personale. Lo considero un racconto meridionale, mi vedrete in una versione assolutamente autentica, senza alcun tipo di freno inibitorio, per raccontare la mia terra, le mie radici. Siamo tutti innamorati del sud, tutti vogliamo andare in vacanza lì, tutti veniamo da lì… in fin dei conti. E’ un video che rappresenta un bellissimo punto di ripartenza, c’è un Aiello nuovo perché, secondo me, è importante restare autentici mantenendo dei punti fermi che mi appartengono, ma è anche giusto che io racconti la mia evoluzione, perché nessuno di noi domani è uguale ad oggi, anzi, se così fosse sarebbe un problema. E’ bello raccontare come cambiamo e come siamo diversi giorno dopo giorno».

Attualmente stai lavorando al tuo secondo disco, cosa dobbiamo aspettarci a riguardo? Dacci qualche spoiler

«Dovete aspettarvi un progetto troppo pop, troppo streat e troppo meridionale (sorride, ndr), dei pezzi in cui non riuscirete a tenere il culo sulla sedia nemmeno per un secondo, perché avrete voglia di ballare, di battere le mani e di saltare. Poi, purtroppo o per fortuna, ci saranno diverse ballad, le solite strizzate di cuore, perché io stesso ho spremuto il mio. Diciamo che se sei una persona aperta… ti toccherà bagnarti nuovamente le gote».

Non aspetto altro, sono pronto a nuove notti su Instagram a cercare l’America…

«Intanto balliamo (ride, ndr), poi ci sarà tempo per parlarvi dei casini che ho combinato e di raccontarli alla mia maniera».

Per concludere, alla luce di tutto quello che abbiamo detto e vissuto di recente, qual è l’augurio che ti senti di rivolge alla collettività del futuro? Cosa speri che questa brutta esperienza ci abbia insegnato?

«Pur essendo un positivo cronico, ho il timore che con difficoltà si vedrà un’evoluzione umana nel breve. Diciamo che di deficienti ce ne stanno tanti purtroppo, però sono certo che c’è stato comunque un risveglio delle coscienze. Quello che mi auguro è che quanto accaduto, anche col tempo, possa far germogliare una nuova consapevolezza, ragionare su quanto sia importante il concetto di diversità in quanto valore aggiunto. Siamo tutti uguali di fronte al dolore ma, contemporaneamente, iniziare a capire che dire “siamo diversi” è un complimento e che, nella mescolanza culturale del mondo, non rappresenta altro che un’opportunità. Ancora oggi c’è qualcuno che parla di nero o bianco, di magro,  o grasso, di alto e basso, ma come caspita si fa? Mi auguro che possa crescere in ognuno di noi questa coscienza, anche in rispetto del dramma che abbiamo vissuto».

Intervista | Podcast

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Nico Donvito

Appassionato di scrittura, consumatore seriale di musica italiana e spettatore interessato di qualsiasi forma di intrattenimento. Innamorato della vita e della propria città (Milano), ma al tempo stesso viaggiatore incallito e fantasista per vocazione.

Di Nico Donvito

Appassionato di scrittura, consumatore seriale di musica italiana e spettatore interessato di qualsiasi forma di intrattenimento. Innamorato della vita e della propria città (Milano), ma al tempo stesso viaggiatore incallito e fantasista per vocazione.

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