A tu per tu con il cantautore toscano, al suo ritorno discografico con una nuova versione di “No me ames (non amarmi)

Ventotto anni e non sentirli, questo accade alle canzoni senza tempo. Ne sa qualcosa Aleandro Baldi, che di capolavori nel corso della sua carriera ne ha messi a segno parecchi, molti dei quali in compagnia del suo Maestro Giancarlo Bigazzi. “No me ames (non amarmi)” è il titolo del nuovo singolo, rilettura in spagnolo del celebre brano che si è aggiudicato la vittoria della categoria Nuove Proposte di Sanremo ’92, in coppia con Francesca Alotta, riproposta oggi insieme alla giovane e promettente Carlotta Bianchini. In occasione di questa pubblicazione e di questo ritorno, abbiamo raggiunto telefonicamente il cantautore toscano, per ripercorrere le tappe fondamentali della suo percorso, le partecipazioni al Festival, le canzoni che lo hanno reso immortale nelle orecchie e nel cuore del pubblico.

Ciao Aleandro, benvenuto. Mi fa molto piacere ospitarti, parlare con te di vita e di musica. Partirei dal presente, ovvero da “No me ames (non amarmi)”, com’è nata l’idea di rivisitare questo tuo celebre successo con la giovanissima Carlotta Bianchini?

«L’idea di rivisitare questo celebre successo è stata un po’ una cartina di tornasole, quando ti ritrovi a stare per un po’ di tempo lontano dalla scena ti viene naturale ricominciare dicendo: sono io, sono qui, sono quello che aveva fatto “Non amarmi” e ve la ripropongo questa volta in maniera diversa, in versione spagnola. La canto con la brava Carlotta Bianchini, ma non è la nostra coppia che prevale, bensì lei con un altro ragazzo. Questa volta il mio ruolo è quello di un narratore, che racconta di due giovani che stanno vivendo la stessa storia vissuta da me tanti anni fa».

A parer tuo, quali sono gli elementi che hanno colpito di questo pezzo al punto da trasformarlo in un autentico evergreen?

«La musica senza tempo, che si presta sia ad un ritmo veloce come l’abbiamo fatta adesso, ma che racchiude al suo interno la melodia, la nostalgia e il sentimentalismo tipico di noi italiani. Queste penso siano le caratteristiche che hanno reso questa canzone un evergreen».

Al punto da prenderla per mano e portarla a fare il giro del mondo, cosa che non accade così tanto spesso con le nuove canzoni italiane…

«Credo perché nel frattempo è venuto a mancare l’uso della melodia, oggi come oggi quasi lo rinneghiamo. A tanta gente piace ancora, ma il modernismo porta a far sì che i giovani conoscano un determinato tipo di genere, ma quando entrano a contatto con la melodia se ne innamorano e tirano fuori il loro romanticismo, che non è sepolto».

Ti ricordi esattamente il momento preciso in cui è venuta alla luce “Non amarmi“?

«Assolutamente sì, era agosto, conobbi una ragazza e iniziai a respingerla ripetendole di non amarmi, perché non avrei potuto offrirle la vita che credevo potesse meritare. Inizialmente l’avrei voluta cantare singolarmente, non in coppia, bensì da solo. L’idea di realizzarne un duetto fu dell’allora mio direttore artistico Mario Ragni, nacque così la versione con Francesca Alotta che tutti conoscono».

Non posso non chiederti un ricordo personale e professionale di Giancarlo Bigazzi, al quale so che sei molto legato…

«Sì, sono molto legato al ricordo di Giancarlo. L’altra sera ho fatto una serata in Versilia e l’ho dedicata completamente a Giancarlo, raccontando tra una canzone e l’altra gli episodi che hanno caratterizzato il nostro rapporto. Mi ci sono volute due ore (sorride, ndr), per cui è difficile sintetizzare un sodalizio e un’amicizia del genere, lui è stato una figura importantissima per me, non solo per avermi scoperto, ma anche per avermi regalato tanti insegnamenti, sia per la vita che per questa mia carriera».

Non amarmi” in realtà è stato il tuo terzo tentativo nella sezione Nuove Proposte del Festival di Sanremo, in precedenza c’erano già state “La nave va” nell’86 e “E sia così” nell’89, con cui ti sei classificato rispettivamente al secondo e al terzo posto. Cosa ricordi esattamente di queste tre annate tra i giovani? 

«Sono stati tre Festival molto diversi l’uno dall’altro, il primo dell’86 è stato quello dell’esordio, ero totalmente inconsapevole di quello che sarebbe accaduto, un Sanremo in cui qualsiasi risultato per me andava bene. Tengo a precisare che la seconda partecipazione dell’89 con “E sia così” non era tra le Nuove Proposte bensì tra gli Emergenti, una categoria che in realtà c’è stata solo quell’anno lì. Lo ricordo come un periodo più tormentato, sia perché non stavo benissimo di salute, sia perché c’era un po’ di rumore intorno a me, perché la mia etichetta dell’epoca non è che mi volesse così tanto, infatti prima della semifinale mi avevano detto di preparare le valigie, invece sono riuscito ad arrivare fino alla fine, anche se la canzone successivamente non andò tanto bene, forse perché era triste, però il lato positivo di quell’anno è che, con mia grande soddisfazione, ebbi i complimenti di Fabrizio De Andrè, tramite sua moglie Dori Ghezzi che quell’anno partecipava tra i big con “Il cuore delle donne”, venne nel mio camerino a riportarmi le sue bellissime parole. Infine, quello del ’92 è stato un Sanremo all’inizio controverso, ho continuato a portarmi dietro un po’ di chiacchiericcio, già dalle le prove dicevano che saremmo stati eliminati. Invece dopo la prima serata c’è stato un grandissimo consenso del pubblico in sala, in quel momento ho cominciato a pensare che sarebbe potuto accadere qualcosa di importante, proprio come poi è stato».

Nel ’94 arriva la tua quarta partecipazione al Festival, la prima tra i big, e la sorprendente vittoria con “Passerà”. Quell’anno c’erano davvero delle grandi canzoni, a cominciare da “Signor tenente” di Giorgio Faletti, ma anche Laura Pausini che era la grande favorita della vigilia, per non parlare di “Cinque giorni” di Michele Zarrillo. Con quale stato d’animo hai affrontato quel Sanremo?

«Devo dire che nei Festival a cui ho preso parte ci sono state sempre grandi canzoni che hanno fatto la storia, sportivamente parlando, nel 1989 sono stato battuto da Paola Turci che cantava la bellissima “Bambini”, un grande successo. Ho affrontato Sanremo ’94 con lo stato d’animo che mi caratterizza, da sempre il mio motto è “quel che sarà sarà”, questo approccio mi permette di affrontare tutto con determinazione, consapevolezza, ma anche con un po’ di sana spregiudicatezza. In quel caso specifico, lo ricordo come un Festival più lineare, all’epoca venivano già rese note le classifiche sin dalla prima serata, “Passerà” era balzata subito al primo posto, solo in una puntata scivolai al terzo, per poi tornare in vetta durante la finale».

In un’intervista al Corriere Fiorentino di qualche tempo fa, hai raccontato che subito dopo quel Festival qualcuno ti disse che tra te e Andrea Bocelli “ce n’era uno di troppo”. Umanamente parlando, che effetto ti ha fatto ascoltare una frase del genere? Personalmente la trovo aberrante…

«Mah, il problema non è stato mio, come nemmeno di chi me l’ha detta perché, alla fine, me l’ha solo riferita. Il problema è di chi l’ha pensata, purtroppo sono cose che si dicono ancora oggi in Italia, il nostro è un Paese bellissimo, ma dobbiamo ancora crescere sotto questo punto di vista. Speriamo di riuscirci alla svelta, passerà anche questo periodo di decrescita che porta a pensare e dire certe cose. Con l’auspicio e l’augurio che questo accada presto, mettiamoci una pietra sopra. Ai tempi ricordo di essermi messo a ridere, lo faccio ancora oggi ripensandoci, perché la stupidità mi fa ridere».

Quello che mi ha sempre affascinato nella tua discografia è il notevole livello delle canzoni, cito ad esempio “Come le stagioni” o “Ci vuole un attimo”, ma l’elenco sarebbe bello lungo. C’è una canzone meno nota del tuo repertorio che reputi altrettanto importante ma che non ha avuto la stessa visibilità?

«Nel 2007 ho fatto un disco che non ha ottenuto lo stesso successo dei precedenti, perché non ha avuto lo stesso tipo di promozione. Si intitolava “Liberamente tratto” e al suo interno c’erano ben due canzoni, “So che ci sei” e “Aquila grande”, che forse meritavano maggiore ascolto e attenzione, ma non l”hanno potuta avere perché gli spazi erano ridotti. E’ stato un lavoro molto importante per me, il primo senza i testi firmati da Bigazzi, la soddisfazione più grande è aver saputo che lo stesso Giancarlo ha apprezzato particolarmente quell’album e addirittura, non in mia presenza, mi ha fatto un grande complimento che mi hanno poi riferito: “gli unici che sanno confezionare una canzone intera sono solo Raf e Aleandro”».

Oltre a saper confezionare canzoni, possiedi davvero un’estensione incredibile, l’altra sera ho seguito un tuo live in diretta su Facebook e devo dire che rimani una delle voci maschili più belle di sempre. Che significato attribuisci a questo termine? Cos’è per te la voce?

«La voce rappresenta nientepopodimeno che uno strumento attraverso il quale l’anima parla, uno strumento che va usato e curato nella maniera migliore possibile».

Cosa ti piace della musica di oggi? Ci sono degli artisti che segui particolarmente?

«Mah, diciamo che sono rimasto più ad ascolti legati al passato, non so se possiamo considerare musica di oggi quella di Samuele Bersani, ad esempio lui mi piace parecchio. Diciamo che rispetto ciascun genere, anzi ritengo che vada approfondita e studiata la conoscenza di qualsiasi corrente artistica, forse quello che manca oggi è la voglia di scoprire qualcosa di nuovo. A livello di scrittura, c’è l’esigenza di parlare di più, di non comunicare solo tramite un messaggio, di fare discorsi più sviscerati».

Un pensiero a quanto accaduto di recente, con quale spirito hai affrontato la pandemia e tutte le sue conseguenze socio-economiche?

«Sempre con il solito motto “quel che sarà sarà”, vivendo alla giornata, infatti il Covid l’ho anche preso, sono anche diventato immune, è successo prima che scattasse il lockdown, per fortuna in forma lieve. Dal punto di vista umano è stato brutale, molte persone se ne sono andate senza neanche la possibilità di essere salutate e sepolte, mentre sotto l’aspetto sanitario è un qualcosa ancora da scoprire, spero vivamente che i virologi e gli esperti riescano ad approfondire quanto prima. Dobbiamo metterci bene in testa che si tratta di una malattia nuova, limitarci a studiarla, senza lanciarci in previsioni positive o negative che siano. Naturalmente la speranza è che tutto vada per il meglio, pian piano ce la faremo e mi riferisco al mondo intero, non solo a noi italiani».

Dopo aver riproposto “Non amarmi”, uno dei tuoi più grandi successi, quali sono i tuoi prossimi progetti in cantiere? Stai lavorando a nuove canzoni?

«Sì, sto lavorando a un nuovo progetto, che per scaramanzia ancora non dico, ma spero possa uscire tra non molto. In questi anni ho scritto tanto, sempre in maniera tranquilla, distesa e rilassata, per il gusto di scrivere e di fare delle cose che mi piacciono».

Per concludere, qual è la lezione più importante che senti di aver appreso dalla musica in questi anni di attività?

«Le lezioni sono due: la prima è che la musica fa rimanere sempre giovani, perché l’interrogarsi e il cercare di migliorarsi ti regala un’apertura mentale che, magari, altre attività della vita non riescono a replicare nella stessa forma; la seconda riguarda la prospettiva, perché la musica ti permette di guardare le cose dal punto di vista di un osservatore, dopo averle vissute da protagonista».

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Nico Donvito

Appassionato di scrittura, consumatore seriale di musica italiana e spettatore interessato di qualsiasi forma di intrattenimento. Innamorato della vita e della propria città (Milano), ma al tempo stesso viaggiatore incallito e fantasista per vocazione.

Di Nico Donvito

Appassionato di scrittura, consumatore seriale di musica italiana e spettatore interessato di qualsiasi forma di intrattenimento. Innamorato della vita e della propria città (Milano), ma al tempo stesso viaggiatore incallito e fantasista per vocazione.

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