“Il fattaccio del vicolo del moro”, il rap reale e teatrale di Anastasio – RECENSIONE

Disponibile dal 29 novembre il nuovo inedito del talentuoso rapper campano, vincitore di X Factor 12

La risposta alla trap e all’involuzione del rap si chiama Anastasio, trionfatore della scorsa edizione di X Factor., sempre più orientato ad aggiudicarsi un posticino per Sanremo 2020. Si intitola “Il fattaccio del vicolo del moro” l’inedito che segna il suo ritorno discografico, pezzo che mette in risalto la sua spigliata verve urbana e contemporanea.

Il brano, disponibile sulle piattaforme digitali a partire dallo scorso 29 novembre, è ispirato al celebre monologo scritto dal poeta abruzzese Americo Giuliani nel 1911, portato al successo negli anni da diversi attori, tra cui le celebri interpretazioni di Gigi Proietti e di Claudio Villa negli anni ’70. Un dramma ambientato a Roma nell’omonimo vicolo trasteverino, un crudo e cruento racconto di una tragedia familiare.

Il cantastorie napoletano mette in luce le proprie velleità artistico-teatrali con un brano incalzante, carico di pathos, distante dal concetto di singolo radiofonico, ma convincente e di forte impatto. L’approccio alla scrittura è geniale come al solito, la sua è una delle penne più interessanti della nuova scena cantautorale italiana, al punto da meritare maggiore visibilità perché, dopo averlo ascoltato anche solo una volta, questo pezzo è capace di restarti dentro.

Un plauso ad Anastasio, capace di mettere a segno l’ennesimo pezzo stilisticamente potente, proprio come era accaduto con La fine del mondo“, “Correre” e l’innesto presente in Figli di nessuno di Fabrizio Moro. La rivoluzione interiore dell’artista trova nuovamente sfogo attraverso la sua grande forza comunicativa, precisa ed eloquente, tenace e tangibile, a tratti unica e sorprendente.

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Il fattaccio del vicolo del moro | Audio

Il fattaccio del vicolo del moro | Testo

Vi prego signor questore per favore,
vogliate risparmiarmi quantomeno quest’ultima umiliazione,
scioglietemi i polsi, almeno per adesso
poi mi ri ammanettate quando verrà il processo
sempre stato un uomo onesto, modesto, lavoratore
la mia mano così ferma nel battere il martello
è la stessa che al mio stesso fratello poi spaccava il cuore
lo sa solo il Signore quanto pesa sto fardello
e quanto dice il giornale stamane è vero
fatemi raccontare e vi giuro sarò sincero

Vivevo con mia madre e mio fratello al vicolo del Moro
la sera, quando tornavo dal lavoro, mamma era in soggiorno, bella
che faceva la garzetta e che cantava tutto il giorno
ma poi Gigi, mio fratello, cambiò di colpo
si fece prepotente, non voleva darmi ascolto
frequentava i peggio ambienti con la peggio gente
e quando ero assente
veniva a fare il prepotente con mamma
lui svuotava i cassetti e lei non diceva niente
sempre calma, sempre buona, muta come una Santa
eppure quando tornavo la sera era bianca come la cera
taceva, più non cantava, pregava e piangeva.
le dissi “mamma quanto è vero Iddio
se torna ancora non rispondo più manco del nome mio”
e mi disse “no, per l’amor di Dio, Gigi non è più lui,
è colpa degli amici, passeranno i giorni bui”

Andai da Gigi a dire mamma sta male, la vuoi piantare?
se muore di crepacuore non ti saprò perdonare
e lui mi disse in faccia “io faccio quello che mi pare,
che ti piaccia o non ti piaccia”
e mi lasciò così senza nulla da dire
tornai a casa, diedi un bacio a mamma e me ne andai a dormire

Il giorno dopo mi parve di sentire una lotta
e c’era mamma che strillava con la voce rotta
diceva “Gigi ridammi l’anello!
Era di papà, ti prego, non ti compromettere con tuo fratello!”
“Di mio fratello non mi importa un fico secco!
se vuole assaggià il coltello son qua che lo aspetto”
Embeh, fu un attimo, saltai giù dal letto e scesi giù in salotto
me lo trovai con le braccia incrociate in petto
mi guardò con il suo sguardo da reietto e mi disse “che vuoi?”

“Che voglio?
Voglio che te ne vai e che non torni più da noi
e che la smetti di fa il prepotente con gli amici tuoi,
che torni come prima, che ti cambi questa faccia senza fare storie,
senza che ci fai tanto il pagliaccio”

E disse “A ‘sto santarello serve una lezione vera”
prese un coltello lo mise dietro la schiena
mamma urlava, spingeva, lo cercava di fermare,
ma lui le dà una spinta e continua ad avanzare e poi
alza il coltello carica il colpo e sferra
ma mamma si mette in mezzo dà uno strillo e crolla a terra

Tu m’hai ammazzato mamma, bastardo, Caino, infamone
gli saltai addosso con la foga di un leone, gli fermai la mano,
presi il coltello, glielo strappai, vidi tutto rosso e poi menai
menai

“Le sente le campane?
Sarà mamma che passa
lasciatemi anda al funerale”

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Nico Donvito

Appassionato di scrittura, consumatore seriale di musica italiana e spettatore interessato di qualsiasi forma di intrattenimento. Innamorato della vita e della propria città (Milano), ma al tempo stesso viaggiatore incallito e fantasista per vocazione.

Nico Donvito

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