A tu per tu con il cantautore romano, fuori dal 13 marzo con il nuovo singolo intitolato “Giuda sputa

A qualche mese di distanza dall’uscita del singolo “Ciliegie” (qui la nostra precedente intervista), abbiamo il piacere di ospitare nuovamente Andrea Febo per parlare di “Giuda sputa”, l’inedito che contraddistingue un nuovo tassello nel suo mosaico discografico e che anticipa l’uscita del suo album.

Ciao Andrea, bentrovato. Partirei dal tuo nuovo singolo “Giuda sputa”, cosa racconta?

«”Giuda sputa” è indubbiamente una canzone d’amore, che racconta l’amore estremo, nella fattispecie di quando ci si ritrova a ricevere talmente tanto amore da non esserne abituato, al punto da non riuscire a capire se tutto questo sia vero o meno. Da qui il titolo, un’esortazione a dire la verità, una richiesta nei confronti della persona amata per comprendere se questo sentimento è reale o meno, fondamentalmente perché non l’ha mai ricevuto».

Se “Ciliegie” aveva per te un sapore amaro come l’amore, questo pezzo che retrogusto ha?

«Questa volta sicuramente un retrogusto di inaspettato, quella sensazione tipica di quando ti piomba addosso qualcosa che non ti aspetti, piacevole ma allo stesso tempo sorprendente».

Prosegue il sodalizio artistico con Marco Rettani e Marta Venturini, possiamo considerarla una duplice collaborazione ormai ben rodata?

«Sicuramente sì, quando ti trovi bene a lavorare con persone e professionisti del genere è davvero un valore aggiunto, sia collaborare con Marta che è una produttrice molto sensibile, sia realizzare con Marco la stesura dei brani mi arricchisce tantissimo. Entrambi mi stanno regalando una visione diversa sulla musica in generale perché prima, lavorando un po’ più da solo, vedevo le cose in un altro modo, grazie a loro riesco a vederle a 360 gradi».

Dal punto di vista musicale, le sonorità analogiche dominano per tutto l’ascolto, a cosa si deve la scelta di preservare gli strumenti veri in un momento storico digitalmente preconfezionato?

«Sinceramente trovo che fare un passo indietro, oggi come oggi, sia in realtà come fare un passo in avanti. Andare a riscoprire sonorità un po’ più analogiche, andando a scovare negli anni ’70 e qualcosa degli anni ’80, si riportano in vita dei suoni che oggi sono meno utilizzati. E poi, essendo molto legato alla musica dal vivo, il fatto di non concentrarmi molto sull’elettronica è per riuscire a portare dallo studio ai live lo stesso tipo di sound, senza stravolgerlo. Mi piace mantenere una sorta di coerenza tra quello che si ascolta sul disco e quello che viene suonato in concerto».

In più, magari, si evita anche di far diventare un pezzo “vecchio” già dopo pochi mesi, infatti uno dei problemi della musica di oggi sembra essere proprio questo…

«Beh sì, quando segui un po’ troppo le tendenze è inevitabile, perché le mode sono cicliche e di questi tempi durano pochissimo. Magari ti capita di fare un pezzo oggi con delle sonorità modernissime correndo il rischio, tra tre o quattro mesi, che diventi obsoleto».

A tal proposito, “se bellezza dai, bellezza ricevi” è un bellissimo monito da te suggerito nel corso della nostra precedente chiacchierata, per cui ti chiedo: come ci si ripara dalla bruttezza? In un’epoca così iperconnessa come questa, come si fà a non lasciarsi contaminare da queste benedette tendenze?

«Anzitutto, l’essere iperconnessi non credo sia necessariamente uno svantaggio, la bruttezza è spesso racchiusa nel mal utilizzo di ciò che abbiamo a nostra disposizione. Prendi ad esempio i social network, se li usi bene ci puoi vedere tanta bellezza, guarda questi ultimi giorni e tutto quello che stiamo vivendo a causa del Coronavirus: da una parte ci sono tantissime fake news che sono state pubblicate e ricondivise, d’altro canto in questo momento ci uniscono e ci fanno sentire meno soli».

Infatti, sicuramente l’emergenza sanitaria nei confronti della diffusione del Covid-19 sta mutando la nostra quotidianità, sicuramente in futuro capiremo se più in bene o più in male. Tu, personalmente, come stai vivendo questo momento così inedito e delicato?

«A livello morale un pochino ne risento perché, come accade per tutte i grandi cambiamenti, una cosa del genere ti destabilizza. Passati quei primi momenti di incredulità, superato lo shock, sono rientrato nei parametri del cittadino civile, rispettoso di se stesso e degli altri, per cui cerco il più possibili di evitare qualsiasi tipo di contatto fisico. Sono a casa, scrivo musica, leggo, mangio, bevo, parlo al telefono con gli amici, porto avanti la mia vita in modo più ristretto e rinchiuso, ma credo che sia ad oggi la cosa più giusta da fare. E’ normale che ne risenta il lavoro, l’economia e, soprattutto, il lato psicologico, ma credo sia meglio comportarci in questo modo responsabile, piuttosto che pagare poi conseguenze irreversibili».

E’ presto per parlare di conseguenze precise, ma come pensi ne potrà uscire il settore discografico, in particolare quello della musica dal vivo, da tutto quello che sta accadendo?

«Intanto il danno economico, purtroppo, colpisce qualsiasi tipo di settore, non solo quello discografico, questo è evidente. Il mio augurio è che tutto sia più figo e più forte una volta superato questo momento, spinti dalla voglia di fare e di dimostrare. Guardando il lato positivo, quello che sta succedendo può essere per tutti noi una ricarica psicologica, forse solo adesso stiamo capendo quanto è bello vivere e stare bene con le persone che amiamo, nel modo giusto. Da tutto ciò credo che ne usciremo tutti migliori, più consapevoli e con voglia di aggregazione vera».

Come procede la lavorazione del tuo nuovo disco? Siamo in dirittura d’arrivo?

«Purtroppo adesso con questa attuale problematica, l’uscita verrà sicuramente posticipata a data da destinarsi. Sicuramente continueremo a lavorare sull’uscita dei singoli, adesso con “Giuda sputa” e verso fine aprile con un nuovo pezzo, da lì ragioneremo sul resto del progetto. Fondamentalmente il disco è pronto, ma in questo preciso momento in cui ci siamo presi un po’ più di tempo, anche un po’ indotto dalla problematica, preferisco lasciare tutto aperto perché, non si sa mai, possa nascere qualche altro brano interessante. Da una situazione difficile come questa, dobbiamo cercare di tirar fuori il meglio di noi».

Per concludere, alla luce di tutto ciò che ci siamo detti, qual è la lezione più importante che senti di aver appreso dalla musica in questi anni di attività?

«La musica di insegnamenti me ne ha dati tanti, una delle cose più importanti che ho imparato è non fermarsi mai davanti a qualunque tipo di problema. Nei momenti più complicati della mia vita mi sono sempre appoggiato alla musica, lei mi ha aiutato ad andare avanti, a reagire sempre con positività a qualunque situazione negativa».

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Nico Donvito

Appassionato di scrittura, consumatore seriale di musica italiana e spettatore interessato di qualsiasi forma di intrattenimento. Innamorato della vita e della propria città (Milano), ma al tempo stesso viaggiatore incallito e fantasista per vocazione.

Di Nico Donvito

Appassionato di scrittura, consumatore seriale di musica italiana e spettatore interessato di qualsiasi forma di intrattenimento. Innamorato della vita e della propria città (Milano), ma al tempo stesso viaggiatore incallito e fantasista per vocazione.

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