A tu per tu con la cantautrice savonese, in occasione dell’uscita del suo nuovo album intitolato “Nuda

Imperfezioni, fragilità e contraddizioni: orpelli e zavorre da cui si può trovare una via di fuga, semplicemente mostrandosi per ciò che si è realmente. Si intitola Nuda il settimo progetto discografico di Annalisa, in uscita per Warner Music Italy da venerdì 18 settembre, un lavoro maturo e consapevole, pieno di spunti e di voglia di interrogarsi su dinamiche personali, ma anche universali.

Ciao Annalisa, bentrovata. Partiamo dal tuo nuovo album “Nuda”, comincio col chiederti a cosa si deve la scelta di questo titolo?

«Il titolo è un po’ provocatorio, di certo c’è la volontà di porre l’attenzione sul mostrare realmente noi stessi, togliendoci determinati filtri. Provare a essere autentici, eliminare un po’ di pose e autocostruzioni, al giorno d’oggi è più difficile, ma è una sfida secondo me molto interessante. Tendiamo a mostrarci tanto, i social sono entrati prepotentemente nelle nostre vite, ci stiamo adattando e penso che sia giusto così per certi versi, però bisogna ricordarsi che ciò che mostriamo non è tutto, bensì una piccolissima parte, poi c’è la vita con le sue fragilità e i momenti difficili che tendiamo a condividere con le persone più vicine. Situazioni che fanno parte della realtà e penso ci avvicinino molto tra di noi, rendendoci umani».

Questo è un disco che rappresenta realmente una tua radiografia, al suo interno racconti tanto di te, forse ancora più che in passato. C’è stata una qualche scintilla che ti ha fatto scattare questa voglia di esprimere anche dei lati inediti di te, oppure lo consideri più un processo graduale?

«Penso si sia trattato di un processo graduale intrapreso con il precedente disco “Bye bye”, già lì ho preso coscienza di una serie di aspetti, volendomi un po’ liberare dei freni che forse mi mettevo da sola, semplicemente per cercare di propormi al meglio. In realtà, poi, ho capito che è decisamente meglio buttarsi e sbagliare, piuttosto che pensare e riflettere troppo, rimanere un passo indietro e perdere il momento per dire ciò che volevi dire. Con “Nuda” sono voluta andare ancora più a fondo in questo senso, perché siamo tutti fragili, di perfetto non c’è nessuno, questa patina la utilizziamo per proteggerci, ma alla fine credo sia più importante mostrare noi stessi per rispecchiarci, immedesimarci e farci forza l’un l’altro».

Profondità e leggerezza, due elementi che possono rappresentare a volte l’antitesi l’uno dell’altro, come confluiscono insieme in questo lavoro? Come sei riuscita a trovare un’equilibrio tra di loro?

«Guarda, spero di esserci riuscita e di averlo trovato questo equilibrio. Alla fine il punto è che sono fatta io così, piena di contraddizioni, a volte insicura, mi confronto tanto con gli altri, cambio spesso idea. Questo essere sempre tesa tra gli opposti mi appartiene molto e si ripercuote naturalmente nella mia musica, dove cerco sempre di divertirmi e divertire, ma anche di dire delle cose, penso che siano entrambe due delle mie più accentuate caratteristiche».

Quali sono i punti di contatto tra te e i quattro ospiti di questo disco, vale a dire J-Ax, Chadia Rodriguez, Rkomi e Achille Lauro?

«I punti di contatto sono legatissimi alle canzoni, ad aspetti che magari in loro sono molto più evidenti, ma che fanno pare anche di me. Ad esempio con Ax è la voglia di scardinare gli stereotipi; con Chadia è la voglia di affermarsi e di bastarsi, senza doversi sentire l’altra parte della mela, che per quanto mi riguarda non esiste; con Rkomi il punto d’incontro è voler parlare anche della malinconia, anche di quei momenti un po’ più bui; con Lauro la voglia di usare la musica per essere folli, maliziosi, giocare, ma sempre in maniera intelligente, dicendo delle cose».

Trovo che con questo lavoro tu ti sia liberata di zavorre e orpelli che alimentano le paranoie di ciascuno di noi, ad esempio, cito la traccia di apertura in cui sottolinei che si sbaglia meglio da soli. Un disco che comunque, in generale, si pone tante domande e in cui ti dai tante risposte. In che termini è stato terapeutico per te questo album?

«Lo è stato molto, così come un po’ tutto il mio rapporto con la musica che io vivo e considero come una terapia da sempre. Mi reputo fortunata ad avere questa possibilità, perché sono riuscita tramite la musica a darmi delle risposte o perlomeno provarci. Poi, in realtà, le domande e i dubbi continuano ad arrivare, la voglia di indagarmi o di sviscerare una determinata situazione è il motivo per cui faccio questo mestiere, senza stancarmi mai, proprio perché la considero una vera e propria vocazione».

Per concludere, in un mondo in cui si fa a volte fatica a tirare fuori noi stessi, secondo te, perché vale la pena mettersi a nudo?

«Vale la pena per avvicinarci agli altri, per provare in qualche modo a porre maggiore attenzione sulla sensibilità rispetto all’apparenza, perché comunque ce n’è tanta. Personalmente non contesto il mostrarsi, anzi, assolutamente, però non basta… penso non sia sufficiente e che ci si debba interrogarsi, fare delle domande, riscoprendo maggiore gentilezza nei confronti degli altri. L’augurio è che questo mettersi a nudo invogli più persone possibili, creando qualcosa di buono».

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Nico Donvito

Appassionato di scrittura, consumatore seriale di musica italiana e spettatore interessato di qualsiasi forma di intrattenimento. Innamorato della vita e della propria città (Milano), ma al tempo stesso viaggiatore incallito e fantasista per vocazione.

Di Nico Donvito

Appassionato di scrittura, consumatore seriale di musica italiana e spettatore interessato di qualsiasi forma di intrattenimento. Innamorato della vita e della propria città (Milano), ma al tempo stesso viaggiatore incallito e fantasista per vocazione.

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